domenica, Agosto 18

Chernobyl 31 anni dopo: cosa resta del piano (e del problema) nucleare in Italia? Quattro le centrali che entrarono in funzione in Italia, dove la mal gestione delle scorie nucleari è ancora un problema

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Il 26 aprile 1986 il disastro nucleare di Chernobyl, con la sua scia di morte e le conseguenze ambientali devastanti, segnò un punto di svolta nella percezione collettiva sui rischi connessi all’attività delle centrali nucleari. E per l’Italia in particolare la chiusura di una via (tra le varie) per quanto riguarda la produzione autonoma di energia, in un paese da sempre dipendente in larga parte da forniture esterne per l’approvvigionamento energetico.

Sul solco di quell’evento uno dei cinque referendum abrogativi che portarono gli italiani alle urne nel 1987, proposto dal Partito Radicale, sostanzialmente chiedeva l’abolizione dell’intervento statale se il Comune non concede un sito per la costruzione di una centrale nucleare. L’impatto emotivo suscitato dall’incidente nella centrale ucraina di certo influì abbondantemente sul voto, così come avvenne per uno degli altri quesiti, questa volta riguardante la responsabilità civile dei magistrati: l’errore giudiziario che coinvolse il celebre conduttore televisivo Enzo Tortora infatti contribuì in maniera non trascurabile alla scelta dei votanti. Scelta che, per quanto riguarda il nucleare, si sbilanciò per l’80,21% sul sì, tracciando la strada dell’azione politica degli anni immediatamente successivi: tra il 1988 e il 1990 i Governi Goria, De Mita e Andreotti VI posero termine all’esperienza elettronucleare italiana con l’abbandono del Progetto Unificato Nucleare e la chiusura delle tre centrali ancora funzionanti di Latina, Trino e Caorso.

Nemmeno il ritorno in auge di un piano energetico nucleare negli anni del quarto governo Berlusconi (2008-2011) in risposta all’impennata dei prezzi di gas naturale e petrolio trovò riscontro positivo da parte di molte forze politiche e rappresentanti della società civile.

Ed ancora una volta, tra problematiche inerenti anche la legittimità costituzionale del decreto legge relativo, fu una consultazione referendaria a chiudere la porta in faccia ad un progetto che, nelle intenzioni espresse dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Scajola, voleva arrivare a una produzione di energia elettrica da nucleare in Italia pari al 25% del totale.

Una similitudine con il clima collettivo pre-referendum del 1987 si creò a seguito dell’incidente di Fukushima Daiichi dell’11 marzo 2011, e il risultato fu ancora più schiacciante a favore del (94,05%), nell’ambito di una tornata referendaria che assunse anche una funzione nettamente anti-berlusconiana.

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