martedì, Ottobre 27

Che succede in Kirghizistan? Certamente non la rivoluzione Una giornata di manifestazioni di piazza, l’occupazione del Parlamento, e poi la decisione di accogliere le richieste della piazza per l’annullamento del voto di domenica. Ecco perché la struttura sociale del Paese impedisce qualsiasi cambiamento radicale

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Dopo la Bielorussia e il Nagorno Karabakh è la volta del Kirghizistan. E’ la maledizione di Alexander Lukashenko, il quale aveva avvisato Vladimir Putin: «Attento Putin, se cado io il prossimo sarai tu». Putin al momento non è a rischio, ma appare a rischio la tenuta dello scacchiere delle ex Repubbliche sovietiche.

Domenica in Kirghizistan si è votato per le elezioni legislative, e ieri le strade di molte città del Paese, non solo quelle della capitale, Bishek, anche a Talas e Naryn, si sono riempite di manifestanti, chiamati da otto diverse forze politiche di opposizione. 5.000 persone erano nella piazza principale di Bishkek. Tutti hanno protestato contro il risultato delle elezioni legislative che hanno assegnato la vittoria a tre partiti filorussi che sostengono l’attuale Presidente, Sooronbay Jeenbekov, e puntano ad un rafforzo dell’alleanza con Mosca. I manifestanti chiedono l’annullamento delle elezioni e le dimissioni del Presidente, intonando slogan quali ‘il Presidente Jeebenkov deve andarsene’.

E’ presto per dire se in Kirghizistan si ripeterà quanto accaduto in Bielorussia, certamente il clima di protesta e quello di repressione -dura e decisa con la Polizia antisommossa che prova disperdere i manifestanti con granate stordenti e lacrimogeni- rimanda molto alle scene che si sono viste a Minsk. Secondo alcune fonti, alcune fazioni delle forze armate e di altri apparati di sicurezza hanno annunciato di aver chiesto al loro personale di non ricorrere a misure drastiche contro le persone che protestano. Se queste informazioni fossero confermate, si potrebbe ipotizzare una già prima spaccatura all’interno delle Forze Armate, il che per il Presidente potrebbe essere preoccupante. E peròla situazione, sia sociale che politica, appare molto diversa.

Domenica solo 4 dei 16 partiti che si erano presentati al voto sono riusciti a superare la soglia di sbarramento fissata al 7% e entrare in Parlamento, i tre che formano la maggioranza del Presidente in carica e uno di opposizione: 24% dei voti sono andati a Birimdik (Unità), seguono Mekenim Kyrgyzstan (Mia patria Kyrgyzstan) con il 23.88% e Kyrgyzstan 8%, Butun Kirghizistan(Kirghizistan unito) con il 7,13% dei voti e che rappresenta l’opposizione.

Le manifestazioni sono guidate dai partiti di opposizione che non sono riusciti entrare in Parlamento: Ata-Meken (Patria), Respublika, Zamandash (Contemporaneo), Social democratici

Chon Kazat (Grande Crociata), Meken Yntymagy(Unità della patria), Bir Bol (State Uniti), e Reforma; in totale sono dieci le forze politiche che hanno istituito un Centro di coordinamento dell’opposizione e firmato un memorandum per annullare il risultato del voto del 4 ottobre.

Il Paese gode di un sistema politico pluralista, ma soffre di una corruzione diffusa e di un quadro politico molto debole, primordiale e legato a vecchi schemi sociali. La situazione politica è così caratterizzata da un frazionamento esasperato delle forze politiche, e il voto si è tenuto in un clima politicamente tumultuoso, pasticciato, e sullo sfondo di un quadro pandemico da Covid-19 decisamente preoccupante.
Il Ministero della Giustizia del Kirghizistan registrava, a inizio 2020, 255 partiti politici regolarmente registrati (15 dei quali sono stati fondati dal 2019), ma solo un numero molto ridotto è effettivamente attivo. Solo sei sedevano in Parlamento prima di questa tornata elettorale e sono quelli che hanno dominato la scena politica prima di questo voto: il partito socialdemocratico del Kirghizistan (SDPK) dell’ex Presidente Almazbek Atambayev, partito al vertice della scena politica del Paese da quasi un decennio e che nel 2019 ha subito una scissione, il partito del Kirghizistan,Ata-Meken e Onuguu-Progress interni allacoalizione di governo, e Bir Bol, Respublika-Ata Jurt e tre deputati indipendenti sono le forze che formavano l’opposizione.

L’Osce ha confermato che i suoi osservatori ritengono «credibili» le accuse «di voto comperato». Ieri 120 manifestanti sono stati feriti nella sola capitale. Nelle ore successive, poi, i manifestanti hanno occupato il Parlamento.

Questa mattina, si è avuta quella che potrebbe essere la svolta: l’agenzia stampa russa ‘RIA Novosti’ ha riferito che la commissione elettorale ha deciso di invalidare i risultati delle votazioni alle elezioni parlamentari, in considerazione delle violazioni effettivamente rilevate.

Nelle prossime ore si capirà se l’annullamento della tornata elettorale accontenterà i manifestanti, oppure se si tratta di un vero e proprio movimento strutturato per un cambiamento, e nel caso quale cambiamento.
E’ certamente possibile che il Presidente abbia discusso della crisi in queste ore con Putin, il quale la scorsa settimana aveva annunciato un incremento importante degli aiuti sanitari e delle forniture mediche, ma è poco probabile che il Cremlino decida di scendere in campo con la forza e visibilità che ha deciso di sfoderare in Bielorussia. Anche da qui, probabilmente, la decisione di annullare il voto.


Secondo alcuni osservatori locali, anche se la politica del Kirghizistan ha molte debolezze intrinseche, «il Paese non seguirà la strada della Bielorussia, a causa della sua composizione demografica ed etnica. Il Paese ospita il 73,5% della popolazione kirghisa, il 14,7% uzbeka e il 5,5% della popolazione russa oltre ad altri gruppi etnici minori. Con il sistema di governo parlamentare e l’alleanza dominante, le diverse etnie ottengono rappresentanza, che svia con successo i dissidenti disillusi o offesi», sostienel’analista russo ottimo conoscitore delle Repubbliche ex sovietiche Zaki Shaikh. Anzi, il risultato elettorale ora annullato premia lo status quo, molto probabile che la ripetizione del voto non stravolga più di tanto questa quadro.


«Essendo un Paese multietnico e multilingue, la priorità principale di un politico in Kirghizistan è trovare un sottile equilibrio tra gli interessi dei poveri rurali nel sud e le comunità commerciali benestanti nel nord». I due principali partiti, Birimdik e Mekenim Kyrgyzstan, che hanno vinto le elezioni, spiega Shaikh, hanno al loro interno figure influenti tra cui alti funzionari in servizio, confidenti nello status quo e nelle benedizioni da Mosca.

La politica del Kirghizistan, prosegue Shaikh,«sembra essere un caso di pratica pay-to-play, in cui aspiranti politici a corto di soldi si rivolgono a uomini d’affari per sponsorizzazioni finanziarie,che lo considerano un investimento per proteggere i loro interessi» . Per tanto «esiste una rete di patron all’interno dei partiti politici kirghisi che proteggono gli interessi delle loro famiglie allargate, tribù e clan, oltre alle imprese e agli interessi finanziari. Per lo stesso motivo, le imprese tendono a cooperare con i partiti politici, come esemplificato da Raimbek Matraimov, un politico kirghiso, che guida il partito Mekenim. È stato vicepresidente del Servizio doganale statale del Kirghizistan dal 2015 al 2017. È stato licenziato nel 2017 dopo che un grande scandalo di riciclaggio di denaro è emerso».

Gli analisti ritengono che la protezione degli interessi abbia prevalso negli anni su qualsiasi programma reale o politica fondata sull’ideologia nel Paese.

Le «fazioni e la frammentazione hanno reso lastruttura politica troppo fragile per consentire a uno qualsiasi degli attori di diventare abbastanza popolare da prevalere per ottenere un sostegno e un sostegno più ampi tra le masse.La sopravvivenza di qualsiasi attore politico, quindi, dipende da quanto bene può servire e sostenere lo status quo radicato nelle affiliazioni tribali, nelle lealtà etniche e nell’interesse finanziario dei clan economici. Quindi, per rimanere rilevanti, la lealtà verso l’establishment e la promessa di sostegno per mantenere lo status quo sono due prerequisiti essenziali per sopravvivere nella politica del Kirghizistan».

Sulla base di queste considerazioni, non sembrano esserci in Kirghizistan le basi di una qual si voglia rivoluzione, ma neanche di un reale cambiamento politico se non normale alternanza tra soggetti diversi ma fondamentalmente uguali.

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