venerdì, Ottobre 18

Che si mangia alla mensa della Stazione Spaziale? Ecco come si nutrono gli abitanti della SSI dove ogni operazione è programmata, controllata e eseguita con il massimo rigore

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«Lo spazio è il luogo indefinito e non limitato che contiene tutte le cose materiali». A dirla così sembra l’inizio di una lezione di fisica che la coda infuocata di agosto poco ci invita a seguire. Ma se è vero che continuiamo su L’Indro le nostre conversazioni su argomenti che condividiamo intensamente con i nostri Lettori, in questi giorni ci siamo domandati cosa si mangia a bordo di una nave spaziale, dove ogni operazione è programmata, controllata e eseguita con il massimo rigore. Trattiamo l’argomento con un minimo di pudore, quasi scusandoci con l’equipaggio della SSI –primo tra tutti Luca Parmitano– che a ferragosto non ha potuto godere di quelle grandi abbuffate che ormai marcano ogni estate, specie per noi italiani al culmine del solleone.

La nutrizione, si sa, è una fase indispensabile della nostra vita: la cultura nostrana, notoriamente raccogliticcia dei principali estimatori della buona tavola, impegna il 28% del del suo tempo a tutte le attività che hanno a che fare con il cibo, condividendolo con amici e parenti. Un tempo analogo lo spendono in Francia, mentre si scende al 21% in Gran Bretagna e al 24% in Germania.

Ovviamente nello spazio le cose non funzionano così. Periodicamente, una navicella automatizzata raggiunge la Stazione Spaziale come se fosse un carrello del supermercato, carica di frutta fresca, acqua e pasti pronti. Cibi simili a quelli che consumiamo noi terrestri, in un paniere composto da un centinaio di scelte effettuate dagli stessi equipaggi prima della partenza, che poi suddividono l’alimentazione in tre pasti al giorno, oltre agli snack che possono essere consumati in qualsiasi momento della giornata. 

Sono cambiate molte cose dai tempi dei primi lanci umani. Esiste un ente specifico in America, lo ‘Space Food System Laboratories‘ della Nasa, che tra i primi ha dato una traiettoria precisa alla tavola spaziale. Il primo americano a consumare qualcosa di commestibile a bordo di un’astronave fu John Glenn, nel 1962 su Friendship 7: un succo di mela spremuto da un tubetto forse gli sembrò il momento più legato alla sua vita terrestre ma da allora la gastronomia spaziale ha fatto molta strada, rendendo i menu degli astronauti più vari e facendo in modo che la loro missione fosse più sopportabile, man mano che i tempi di permanenza si allungavano. Già nel 1968 avvenne una prima svolta con le missioni lunari Apollo in cui lo spoon-bowl, che era una siringa in grado di reidratare cibo precedentemente liofilizzato, fornì al personale di bordo un’alternativa umana alle barrette che erano costretti fino ad allora ad ingoiare. Andò meglio nel 1973, quando la Nasa, reimpiegando i moduli inutilizzati per andare sulla Luna, fornì lo Skylab -per qualche parte prodotto anche in Italia- di una sorta di frigidair su cui conservare le pietanze, connesso a una cucina per dare l’ultima cottura. Naturalmente non con la fiamma libera, che non sarebbe possibile per tanti comprensibili motivi di sicurezza ma anche in assoluta osservanza di un principio genialmente enunciato ne ‘La storia chimica di una candela’ di Michael Faraday nel 1825, che continua ad essere fonte di preziosi spunti alla scienza moderna. Evitiamoci i dettagli scientifici, che i più appassionati non faticheranno a rintracciare nell’ampia letteratura lasciata dallo scienziato inglese. Un esperimento condotto nella Mir ha mostrato poi che in assenza di gravità, la fiamma brucia più lentamente rispetto a quanto accade sulla Terra e con un’intensa colorazione e con una forma sferica che non sale, allungata verso l’alto. Ma questo è un altro discorso.

La rivoluzione alimentare degli equipaggi spaziali fa data al 1981, quando con lo Space Shuttle il menù astronautico fu concordato nella pianificazione delle missioni e servito su vassoi autoscaldanti. Un gran salto in avanti: ancora oggi i cibi, nella SSI, anche per ridurne al massimo peso e ingombro, sono tutti precotti e disidratati, con un confezionamento, che deve essere particolarmente accurato per resistere alle condizioni estreme dello spazio. Il processo di disidratazione degli alimenti e la sterilizzazione a freddo alla quale sono sottoposti, secondo alcuni autori priva però le vivande di gran parte delle vitamine e delle proteine, così è necessario integrare la dieta con varie pastiglie colorate che garantiscono loro il corretto apporto di tutti i nutritivi. Dunque, quando gli astronauti siedono a mensa si limitano ad aggiungere ai loro piatti acqua calda o fredda che li riporta allo stato normale. Assumere sufficienti quantità di vitamine e minerali è importante. Il loro fabbisogno energetico giornaliero è di almeno 2.000 calorie. 

In quell’ambiente però si evita tutto quanto fa briciole, per evitare che l’abitacolo possa inquinarsi pericolosamente senza gravità con danni gravissimi di respirazione di sostanze solide. Lo scenario alimentare non è entusiasmante, specie in assenza di sostanze fresche. Da alcuni anni gli astronauti stanno conducendo uno studio per far crescere piante in orbita, in gravità ridotta, in esperienze di gardenind. Sono passaggi necessari per testare ogni possibilità di sopravvivenza per le lunghe missioni che si prospettano.

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