mercoledì, Agosto 12

Charlie Hebdo e i politici italiani

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Anche i politici italiani non possono esimersi dal tempestare le Agenzie con decine di dichiarazioni più o meno intelligenti sulla portata storica dell’attentato di Parigi. Il premier Matteo Renzi si reca in visita all’Ambasciata di Francia e il ministro dell’Interno Angelino Alfano è costretto a convocare il Comitato Antiterrorismo. Allarme e panico tra i giornalisti dello Stivale, sedi dei Media presidiate. Un «gesto vile e barbaro» secondo il presidente Giorgio Napolitano. Una «follia» per Silvio Berlusconi.

Tra le reazioni dei nostri onorevoli da segnalare quelle degli esponenti di centrodestra come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Lucio Malan che vedono la priorità nella lotta al terrorismo rifacendosi al principio del presunto ‘scontro delle civiltà’ tra Occidente e Islam. Un passetto più in là lo fanno i soliti leghisti Mario Borghezio («siamo in guerra») e il suo segretario Matteo Salvini che incita a «bloccare l’invasione clandestina in corso» perché abbiamo «il nemico in casa». Li segue a ruota l’altrettanto solito Maurizio Gasparri per il quale bisogna «colpire le centrali del terrorismo» (riecco la ‘spirale guerra-terrorismo’). E pure Giorgia Meloni dice «basta all’immigrazione incontrollata». Di diverso tenore la reazione del M5S. «Nessuna guerra è giustificabile. Nessun colpo di pistola o di kalashnikov è giustificabile», twitta Carlo Sibilia del Direttorio grillino. E il collega Alberto Airola invita a non «alimentare guerre di religione».

Ma Beppe Grillo mette in dubbio la ‘paternità islamica’ dell’attentato e fornisce una versione complottista di una vicenda che porterà inevitabilmente a una stretta sulla libertà di stampa, chiedendosi «chi muove i fili del terrorismo e perché?». Dal fronte della ‘sinistra chic’, la ancor più ‘solita’ Laura Boldrini, presidente di Montecitorio, invita a «distinguere tra terroristi assassini e musulmani». Un classico. Per tutto il Pd per una volta unito, infine, è in gioco la «difesa della democrazia».

 

GLI ALTRI FATTI DEL GIORNO

Il Parlamento ha riaperto i battenti proprio oggi dopo due settimane abbondanti di vacanza. E Renzi ha fretta. Bisogna approvare entro gennaio e prima dell’elezione del nuovo inquilino del Colle la legge elettorale, incardinata a Palazzo Madama, e la riforma costituzionale del Senato, arrivata a Montecitorio. Ecco perché, per spianarsi la strada, il premier ha incontrato nel pomeriggio i deputati Democratici. Ma le polemiche ancora vive sulla norma ‘salva Berlusconi’ rischiano di far esplodere una situazione già anarchica. Per questo ‘Matteo’ ha avuto un faccia a faccia anche col ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per ribadire il «pieno accordo» tra i due sull’iter della delega fiscale. E i ‘gufi’ dell’Istat non aiutano certo l’esecutivo segnalando il nuovo record di disoccupazione. Giornalisti in rivolta e raccolta di firme contro la legge sulla diffamazione. Inchiesta Mose: con il voto contrario di FI e Ncd, la giunta per le immunità del Senato ha dato il via libera all’autorizzazione a procedere contro il senatore di Fi Altero Matteoli.

Il mistero sulla ‘manina’ che ha inserito la norma ‘salva Berlusconi’ nel decreto fiscale prenatalizio non dovrebbe essere più tale, visto che è stato direttamente Renzi ad assumersi la responsabilità del blitz. Ma i politici evidentemente vivono una realtà parallela. Ancora questa mattina è il commissario romano del Pd, nonché presidente del partito, Matteo Orfini, intervistato dal ‘Messaggero’, a parlare a vanvera di un «errore che è stato corretto non appena è stato individuato» e a negare decisamente ogni «interpretazione complottistica» su un presunto favore a Berlusconi. Reazione normale di uno che praticamente nel Pd capitolino c’è nato (tra i radical chic del quartiere Prati) ma non si era mai accorto della Mafia Capitale che si era insinuata come una piovra nell’ex Pci. E anche il numero 2 di Palazzo Chigi, Graziano Delrio, è impegnato fino allo spasimo a nascondere la ‘manina’. Sul regalo a Berlusconi ha una visione sideralmente opposta il grillino Alessandro Di Battista che dal blog di Grillo accusa apertamente Denis Verdini di aver fatto inserire «la norma salva maxi-evasori probabilmente utile a B. ma certamente utile allo stesso Verdini il quale dovrà affrontare anche un processo per il crack del Credito Cooperativo Fiorentino». Per il pentastellato, poi, «Renzi si è trasformato da rottamatore a protettore e sta proteggendo» l’ex macellaio suo conterraneo. E il suo capo, Beppe Grillo, la mette giù ancora più dura contro il «burattino» Renzi «tenuto per le palle da Berlusconi senza il quale il suo governo non durerebbe una settimana».

Il sospetto che il premier voglia ‘tenere per il Colle’ Berlusconi in vista dell’elezione del nuovo Capo dello Stato è grande. Il decreto fiscale, infatti, non è stato cancellato, ma solo rinviato al 20 febbraio. I berlusconiani naturalmente tengono il punto, con Saverio Romano che parla di «testo giusto» e invita Renzi a non toccarlo. Detto di Orfini, il Pd resta, invece, storicamente spaccato. Se da una parte il renzianissimo David Ermini si augura che l’impianto del decreto fiscale venga «confermato», dall’altra il dissidente ‘timido’ Stefano Fassina parla di clima «complicato senza un ripensamento». Una fotografia limpida della situazione prova a scattarla il vice presidente del gruppo Lega Nord alla Camera Gianluca Pini secondo il quale «la questione del Colle fa parte del Nazareno, questo è evidente, e in quel patto c’è anche il salvacondotto per Berlusconi». Il filosofo Massimo Cacciari considera invece un errore tattico la «marcia indietro del governo» sul ‘salva Berlusconi’ e sbatte la porta in faccia a Renzi che «sta vivendo un indebolimento fisiologico. La sua debolezza viene dal fatto che non si esce dalla crisi e l’80% delle riforme non interessa ai cittadini. Ed è destinato a indebolirsi sempre più man mano che le riforme stentano a decollare o escono col contagocce».

 In questo clima infuocato riparte la discussione sull’Italicum, infiammata di primo mattino dal numero uno forzista di Montecitorio, Renato Brunetta, che sottolinea la netta contrarietà del suo partito «al premio di maggioranza dato alla lista che è un’innovazione voluta dal solo Renzi» e minaccia di non votare la legge elettorale, facendo saltare anche il patto del Nazareno, se il testo così come è scritto ora non viene «ritirato».

La profezia di Cacciari purtroppo non è quella di un profeta di sventura. Piove sul bagnato, infatti, per il governo Renzi perché, anche oggi, puntuali come un orologio svizzero, sono arrivati i dati su lavoro e disoccupazione forniti da quei ‘gufi’ dell’Istat. Il tasso generale di disoccupazione è al 13,4%, salito di 0,9 punti percentuali nel 2014, il valore più alto registrato dall’inizio delle serie mensili, nel gennaio 2004, e di quelle trimestrali, dal 1977. Un dramma sociale alimentato dall’esplosione fino al 43,9% della disoccupazione giovanile. Anche qui siamo di fronte ad un record da quando sono iniziate le serie storiche messe a punto dall’Istituto di via Cesare Balbo. Coglie la palla al balzo il portavoce di Arcore Giovanni Toti che si prende gioco del ritmo promesso da Renzi nel 2015 twittando ironicamente che «certamente l’anno è iniziato con ritmo…al negativo. Serve crescita». Più serio, invece, ‘l’altro Matteo’, il leghista Salvini che, di fronte a questi numeri agghiaccianti, chiede direttamente le dimissioni del premier. Non manca nemmeno il colpo di grazia inferto da Maurizio Gasparri che se la prende con il Jobs act con il quale è stato «fatto un capolavoro di nullità. Zero crescita, zero occupazione, zero incentivi alle imprese». Ma sul tema il profluvio di dichiarazioni si fa inarrestabile per tutta la giornata, con mezzo emiciclo parlamentare che chiede le dimissioni di Renzi per palese incapacità.

Chiudiamo con un accenno alla polemica montante intorno alla legge sulla diffamazione architettata dal governo (attualmente all’esame della II Commissione Giustizia della Camera). Stamane, intervistato da ‘Repubblica’, il viceministro della Giustizia Enrico Costa ha promesso l’approvazione del testo entro il 2015. Niente più carcere per i giornalisti e, tantomeno, nessun bavaglio alla libera stampa secondo l’interpretazione fornita da Costa. Ma sono in molti a pensarla diversamente. Secondo l’autorevole opinione del giurista Stefano Rodotà trattasi addirittura di «una proposta che mette a rischio il diritto costituzionale ad informare ed essere informati. Per questo la legge è pericolosa, non solo per la libertà d’informazione ma per la democrazia stessa». Le salatissime multe previste si configurano proprio come un bavaglio. E come lui la vedono la maggior parte dei giornalisti italiani, da Marco Travaglio a Milena Gabanelli, che sul sito nodiffamazione.it hanno firmato una lettera indirizzata al Parlamento.

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