mercoledì, Agosto 5

Il cervello è mio, l’ informazione me la pago io Difficile si possa far pulizia nell’informazione se non si risolve il problema di fondo: l’informazione on line, come quella di carta, la deve pagare il Lettore, nessun altro

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Nei giorni scorsi l’Unione Europea ha dichiaratoguerraalle fake news, dicendosi preoccupata per «il benessere delle nostre democrazie». Ha messo in campo un programma di azioni volte a «risolvere questo fenomeno complesso e superare così le sfide che abbiamo davanti a noi», sfide che, appunto, si chiamano ‘democrazia’ e ‘conoscenza’.
Al centro dell’attenzione, i social, ma anche i media, per tanto la qualità dell’informazione, dove per ‘qualità’ si intende affidabilità, veridicità, salubrità.

Sono fake news quelle diffuse nel contesto di azioni di disinformazione organizzata, catalogabili in quella che viene definita ‘information warfare’, così come quelle frutto della propaganda che manipola, distorce, falsifica, ‘bufalizza i fatti, i dati reali. Bruxelles, da quel che ci è dato capire, si concentrerà soprattutto su queste due categorie, che si connotano per il ‘movente’ politico.

Ma fake news sono anche le informazioni frutto di quella che un tempo si chiamavapubblicità redazionale’ che quando viene spacciata per informazione a tutti gli effetti mette in circuito flussi di informazioni ingannevoli, distorte (sempre più spesso riceviamo richieste/pretese, come se fosse la cosa più normale di sto mondo, di pubblicazione di pubblicità redazionale mascherata da servizio informativo).
Fake sono anche quelle informazioni politiche o istituzionali diffuse nel contesto di regolari contratti di servizio informativo con Enti, istituzioni o partiti smerciate per informazione e che di fatto sono campagne di comunicazione non dichiarata.
E fake news è il taciuto o l’edulcorato.

Vero! non si tende a considerare queste fattispecie nelreato fake news’, peggio, non se ne parla proprio. Eppure: non è falsa informazione? E, quantitativamente credete davvero che non siano più imponenti queste fattispecie? E ancora: davvero fa più danno alla salute della conoscenza una falsa notizia proveniente dal Cremlino o una costruita ad hoc per danneggiare questo o quel partito, piuttosto che una falsa informazione sul gioco on line o un informazione edulcorata o non diffusa?

L’informazionenutrel’uomo, è un prodotto a valore aggiunto che ha un costo di produzione, e perché sia autenticamente di qualità il costo di produzione è inevitabilmente alto.
Per produrre informazione di qualità -ovvero no-copia-incolla, verificata, sicura-, ci vuole tempo, mezzi, competenze, intelligenze. Tempo, mezzi, competenze, intelligenze al cubo, poi, se si tratta di raccontare correttamente e analizzare fatti che non sono esattamente dietro l’uscio di casa, o per indagare al di là della superficie, al di là di quanto appare, provare a cercare, capire e raccontare quanto c’è dietro, il ‘non detto’. Insomma: servono quattrini per fare informazione di qualità.

Fino ad ora i media on line (in Italia) si sono mantenuti con la pubblicità -diverso per i media che vanno in edicola e contestualmente on line, i quali contano sulla vendita del cartaceo e sui fondi pubblici, oltre che sulla pubblicità off e on line. La pubblicità on line ha sempre più costi a dir poco ridicoli, il che costringe le testate a inseguire la visualizzazione, il clic. Non è difficile capire che se si è costretti a inseguire il clic la qualità è l’ultimo dei problemi, l’importante è pubblicare flussi di contenuti sempre più quantitativamente imponenti, quanto più attraenti possibili, seguendo l’onda del giorno, ovvero quanto scorre sui social, alla disperata ricerca di un clic. Perchè in questo sistema il giornale si mantiene solo con i clic che la pubblicità ti richiede, e te ne richiede in quantità sempre maggiore. Evidente che se io devo inseguire il clic scriverò esattamente quanto penso il Lettore voglia leggere, quanto colpisce, conquista il Lettore, che in questo circolo vizioso lo devi prendere a scudisciate e a pugni per farti notare. Come i partiti in campagna elettorale giocano a chi la spara più grossa, così si devono ridurre i giornali per sperare in quel dannatissimo clic in più.

Scontato poi -e i pubblicitari lo sanno bene- che in una situazione del genere se ti arrivano proposte di trasmissione di flussi di contenuti che in realtà sono pubblicità redazionale (dal casinò on line, al prodotto dietetico, fino alla richiesta del partito o del politico di turno) ma ti viene chiesto di diffonderli senza l’indicazione che tale è, è ben difficile che la testata a cuor leggero rifiuti, né, tanto meno, farà il controllo dell’informazione contenuta -che tanto informazione non è, è propaganda.

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