domenica, Novembre 17

Cerrejón: ecco la miniera che sta squarciando la Colombia La miniera di Cerrejón in Colombia tra interessi delle multinazionali e devastazioni territoriali

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In Colombia l’estrazione del carbone a La Guajira sta causando non pochi problemi. Stiamo parlando della miniera di carbone a cielo aperto più grande dell’America Latina e delle annesse devastazioni territoriali cui le comunità indigene si oppongono da mesi. La miniera di Cerrejón si estende per 690 chilometri quadrati e le sue riserve si stima arrivino a 503 milioni di tonnellate. Basti pensare che ogni anno, Cerrejón produce all’incirca 32.000.000 tonnellate di carbone il che la rende una delle miniere più grandi del suo genere, nonché la decima più grande al mondo. Con questi numeri, è più semplice capire tutto ciò che c’è dietro e che stiamo per raccontare.

Dall’alto, si notano subito gli squarci profondi tra la terra costiera. Le persone della zona si riferiscono a La Guajira usando la parola ‘tajo’ che in spagnolo significa ‘taglio’; un termine molto vicino alla realtà poiché le fosse sembrano vere e proprie ferite scavate nella superficie del paesaggio.

Precisiamo immediatamente che Cerrejón è di proprietà di alcune multinazionali del settore minerario come Anglo American, BHP Billiton (la più grande societa mineraria al mondo) e Glencore. Se da un lato, questo luogo ha delle enormi potenzialità in tema di carbone, non si può non considerare l’altro ovvio lato della medaglia. Dalla sua apertura nel 1985 ad oggi, infatti, sono stati causati danni irreparabili all’ambiente, al paesaggio e alle comunità che risiedono sul territorio. La qualità della vita di queste persone è nettamente peggiorata da quando l’estrazione ha iniziato a provocare la contaminazione di aria e acqua, la deviazione dei flussi idrici e il distacco dalle stesse fonti locali.

La London Mining Network, organizzazione volta al monitoraggio degli abusi sulle comunità colpite dall’attività mineraria e agli impatti delle attività sull’ambiente e sullo sviluppo sostenibile, descrive così le operazioni della miniera di Cerrejón: sono «enormi buchi aperti, dove il carbone viene scavato usando enormi pale meccaniche. Qualunque cosa ci sia in superficie -boschi, terreni agricoli, villaggi- deve essere cancellato per aprire la fossa e raggiungere il carbone».

Gli effetti dell’estrazione di carbone e la combustione per generare elettricità hanno conseguenze nefaste sia sull’ambiente che sulle comunità. A risentirne maggiormente sono non solo i residenti nelle zone adiacenti la miniera, ma anche gli stessi lavoratori: sono sempre più in aumento, infatti, le malattie respiratorie, i tumori e le forme di atrofia ossea.

Gli abitanti di La Guajira, divisi tra indigeni di etnia Wayúu e discendenti africani, nonostante  vivano in un luogo cosi ricco di risorse, sono sempre più colpiti dalla povertà. Solo nei primi tre mesi del 2018, 16 bambini Wayúu sono morti per denutrizione e disidratazione. Dove il carbone viene estratto, bruciato e smaltito, i livelli di povertà, malnutrizione e mortalità infantile sono sconcertanti. Secondo i dati dell’Istituto nazionale per la Salute della Colombia (INS), Arauca e La Guajira avranno quest’anno il maggior numero di decessi. Più di 770 bambini sono già morti per malattie che potevano prevenirsi e almeno 192 di questi sono stati causati dalla malnutrizione. Ma qui, anche lo smaltimento delle ceneri di carbone tossico provoca danni, come, difetti genetici, aborti e tumori.

Tra le tante, c’è la comunità di Tabaco, composta da circa 700 residenti afro-colombiani costretta con la forza ad andarsene dalla propria terra nel 2001. Nonostante le promesse di reinsediamento del politico di turno, per 17 anni queste persone sono rimaste senza casa, spogliati di tutto, molti sono stati costretti a migrare verso le città o fuori dalla regione. Qui la connessione tra perdita di terra e perdita di cultura è chiara.

Qualsiasi impatto sulla terra influisce anche sulla cultura. E quel potere, secondo le comunità, si traduce semplicemente in una valanga di soldi che, per loro, è anche causa di gravi implicazioni socio-culturali. Ricordiamo che stiamo parlando di un popolo rimasto storicamente nel suo territorio ancestrale, un popolo che affonda le proprie radici in quei solchi, in quelle acque. Sradicati da quel territorio, si sentono sradicati anche dalla loro cultura. «Ci riferiamo alla terra come Madre Terra perché ci ha nutrito per generazioni».

Durante il proprio lavoro, un’organizzazione colombiana, Indepaz, ha scoperto che l’acqua del vicino fiume Rachería contiene metalli pesanti come piombo, cadmio, arsenico, zinco, magnesio, ferro e bario. Allo stesso modo, l’attività mineraria ha avuto impatti negativi sulla qualità dell’aria della regione. L’estrazione del carbone, infatti, espelle il particolato ed emette nell’aria anidride solforosa e ossido di azoto. Di tutta risposta, i funzionari del settore minerario hanno incolpato i locali stessi di inquinare le proprie fonti d’acqua; come? Con gli animali.

Fuerza de Mujeres Wayúu un’altra delle organizzazioni sociali colombiane per la lotta contro Cerrejón, in una pubblicazione di qualche tempo fa, aveva già denunciato il progetto di deviazione del fiume Bruno, uno dei principali affluenti del Ranchería, nonché, l’unico fiume nel Dipartimento di la Guajira. L’opera, ovviamente, sarebbe della stessa matrice: insomma, c’entrano le multinazionali. Sul blog, si legge a chiare lettere la condanna per «una sofferenza interpretata come una delle peggiori tragedie storiche a causa di abusi in corso generati…una costante violazione della ‘Wounmainkat’, la nostra madre terra». I toni, poi, si alzano: «Questo progetto è parte di una strategia perversa delle società -in parti uguali a BHP Billiton (Australia), Anglo American PLC (Sud Africa) e Glencore (Svizzera) – e dei suoi azionisti, che cercano solo di generare profitti per le proprie tasche e mantenere il controllo sul nostro territorio e sulle sue risorse naturali, il tutto sotto la protezione dei paesi consumatori e del loro potere economico».

Non stiamo parlando semplicemente di ‘un’altra‘ deviazione e di un ‘altro‘ danno tra i tanti:  eh no, perché, la compagnia transnazionale con questa famosa diversione del Bruno, ha complicato ancor più gravemente una situazione già pesante sul territorio e che ha al centro la siccità. La qualità dell’acqua e la contaminazione sono una delle maggiori preoccupazioni per le comunità colpite. La Guajira, infatti, è una regione semi-desertica e l’acqua è una risorsa tanto preziosa quanto sempre più scarsa. Questo insieme all’inquinamento e alla distruzione delle falde acquifere a seguito di attività minerarie rende il quadro a dir poco drammatico.

La deviazione del Bruno risponde al programma di espansione che ha la miniera. Secondo l’organizzazione, a tal proposito: «Cerrejón continuerà il suo progetto di espansione che mira ad aumentare la produzione da 32 a 40 milioni di tonnellate all’anno». Per effettuare questi investimenti, l’estensione risulta necessaria.

Ed ora a che punto è questa estensione?

Sul sito ufficiale della gigantesca miniera, si legge che il progetto chiamato ‘La Puente‘ è uno dei più importanti nelle operazioni attuali e future di Cerrejón le cui «possibilità di espansione sostituiranno la produzione perduta le cui riserve saranno esaurite nel breve periodo». Attualmente, il progetto per la modifica parziale del corso del Bruno è terminato e il nuovo corso si sta stabilizzando. «La fase di costruzione ha fornito quasi 330 posti di lavoro diretti e temporanei per i residenti delle comunità e dei comuni vicini», dichiarano.

Intanto, progetti inclusi, la produzione e le esportazioni di Cerrejon sono cadute in picchiata negli anni. Secondo i dati dello scorso anno, per il terzo anno consecutivo la produzione appare in diminuzione con lo 0,3% in meno rispetto all’anno precedente. Anche le esportazioni ne hanno risentito evidentemente, totalizzando 31,7 milioni di tonnellate, con un calo del 2,4% rispetto a prima.

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