mercoledì, Luglio 17

Cercando l'Uomo Plurale

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Quello di Luca De Biase è un nome ben noto a chiunque in Italia si interessi di innovazione. È rimasto alla guida di Nòva 24, il supplemento de ‘Il Sole – 24 Ore‘ dedicato alla ricerca scientifica e tecnologica, dalla sua apertura nel 2005 fino ad 2011, e poi ancora dal 2013 fino a oggi. Inoltre è tra i membri non parlamentari della commissione istituita dalla Presidente della Camera Laura Boldrini per la stesura di un ‘Internet bill of rights‘. In questi giorni ha pubblicato per Codice Edizioni un nuovo saggio intitolato ‘Homo pluralis – essere umani nell’era tecnologica, in cui tenta di superare la contrapposizione tra ottimismo tecnofilo e allarmismo neoluddista, per ricercare le vie attraverso cui la nuova civiltà digitale possa essere ricondotta a modalità meno alienanti per la nostra natura di esseri umani.

Il libro inizia constatando la straordinaria portata dell’innovazione che abbiamo vissuto negli anni appena trascorsi, che lascia presagire per il prossimo futuro mutamenti ancora più vasti e di difficile comprensione. Una situazione che viene letta come un cambiamento di paradigma epocale e tuttora in corso, che ci preoccupa in quanto rende problematico fare previsioni e adottare un sistema di scelte adeguato a quanto ci aspetta.

Da qui ‘Homo pluralis‘ passa all’analisi delle narrazioni che affrontano il cambiamento. Un’innovazione così accelerata trasforma il futuro in qualcosa di liquido, e il contenitore che gli darà la forma sarà il modo che sceglieremo per raccontarlo. De Biase analizza perciò tre grandi narrazioni che forgiano il modo in cui le persone si pongono di fronte al cambiamento e tentano di contribuire all’innovazione. La prima è quella del mercato, in cui l’innovazione è il risultato della concorrenza tra agenti economici che finisce col premiare il più bravo e il più efficiente. La seconda è quella tecno-sociale, in cui la tecnologia viene vista come un’opportunità per innovare la socialità e la comunicazione, e tutti i problemi che si presentano possono essere risolti con il succedersi di ulteriori innovazioni. La terza è una narrazione ecologica, in cui l’innovazione cerca di valorizzare la pluralità e diversità di dimensioni che sono proprie di una persona umana: l’homo pluralis del titolo.

Il saggio si conclude con una parte progettuale, che va alla ricerca dei modi in cui è possibile costruire una società digitale autenticamente plurali, sia a partire dalle azioni dei singoli innovatori, che vengono definiti ‘costruttori di futuro‘ sia incorporando all’interno delle istituzioni concetti come ‘bene comune’ e ‘infodiversità‘. «C’è qualcosa che gli umani sanno fare meglio del computer: porre domande», dice De Biase nell’introduzione. «Se sono giuste, le domande aprono nuove prospettive, che a loro volta possono avviare nuove narrazioni: è forse di questo che abbiamo bisogno». Lo abbiamo intervistato sui temi del suo libro.

Paul Nunes, autore del libro ‘Big Bang Disruption‘, che abbiamo intervistato di recente, ha detto di ritenere che il continuo succedersi di innovazioni che disgregano le strutture che le hanno precedute, sostituendole con altre a un ritmo sempre più veloce, sia una caratteristica permanente dell’era digitale. Pensi che sia vero? E in tal caso riusciranno le persone ad adattarsi a un mondo in rapido e perenne cambiamento?

Dipende da noi. Se ci renderemo contro della pluralità delle nostre dimensioni vorremo costruire piattaforme in cui la nostra umanità possa svilupparsi in modo plurale. Piattaforme con tempi diversificati , che diano il tempo dell’immediatezza a ciò che richiede immediatezza, e il tempo dell’approfondimento a ciò che richiede approfondimento. Dobbiamo ammettere che oggi ci siamo schiacciati sull’immediatezza. C’è un flusso di messaggi brevi, non solo come lunghezza ma anche come durata, e come durata del progetto con cui vengono creati. Mentre la struttura, l’unica a durare nel tempo, nella maggior parte dei casi è affidata a piattaforme private che seguono logiche finanziarie o tecnologiche. Se prenderemo coscienza qualcuno costruirà, con successo, piattaforme in grado di creare un rapporto più equilibrato tra le persone e i modi e i tempi con cui comunicano.

L’Europa, che una volta costituiva il contraltare ‘sociale’ alla logica puramente economicista degli USA, sembra avere perso l’iniziativa e giocare di rimessa. Pensi che potrà ritrovare un ruolo nella presa di coscienza che descrivi?

Il fatto strategico fondamentale è l’avvio della grande trattativa commerciale tra USA e Europa, che definirà molte caratteristiche dello scambio commerciale ed economico, e perciò anche sociale e culturale, tra le due sponde dell’Atlantico. Mi aspetto un fortissimo lobbismo americano per sostenere la loro visione del mondo nell’ambito dell’innovazione. La prima cosa che dobbiamo fare (e che, pur con una lentezza “europea”, stiamo effettivamente facendo) è prendere consapevolezza del fatto che non possiamo negare l’innovazione americana: dobbiamo partire da lì per fare qualcosa di europeo. Ed è del tutto possibile. Gli USA si basano su una leadership assoluta in materia di spese che lo Stato destina al miglioramento dei sistemi d’arma, e su una struttura finanziaria che consente loro di lanciare soluzioni infrastrutturali innovative. che possono vivere a lungo senza guadagnare nulla fino al momento in cui conquistano una massa critica che le rende dominanti. Che sia Google, Facebook o Uber la storia è sempre la stessa: partono perdendo soldi per anni, e finanziandosi con il grande sistema del venture capital americano. È logico che facciano così, ma questo non significa che gli altri continenti debbano essere alla loro mercé: Russia e Cina, ma anche la Corea del Sud e in parte il Giappone, dimostrano che altri Paesi riescono a sviluppare una propria interpretazione dell’innovazione. L’Europa è rimasta indietro, e deve partire non dal passato ma da una visione del futuro.

E cioè da dove?

Dai nostri punti di forza: se gli americani sono responsabili della metà delle spese per armamenti nel mondo, noi abbiamo la metà delle spese per il welfare. Questo è un punto di forza. Gli americani interpretano la loro spesa pubblica come investimento sia nelle forze armate come servizio, sia nella costruzione del loro futuro. Noi possiamo comportarci allo stesso modo: interpretare la spesa non solo come investimento nel servizio del welfare ma anche nel futuro del welfare. Si avrebbe una massa straordinaria di risorse pubbliche a disposizione dell’innovazione. In secondo luogo, il nostro sistema dei diritti umani è da molti punti di vista più interessante di quello degli americani, privacy inclusa, e questo produce specifiche architetturali delle nostre piattaforme, che possono essere non solo diverse, ma anche migliori di quelle americane. Quindi è possibile pensare alla riscossa dell’Europa non mediando ciò che gli americani hanno fatto, ma partendo da lì per fare di meglio. Ricordiamo che, quando gli aeroplani erano prodotti al 90% negli USA, l’Europa si diede una politica industriale che produsse Airbus, che oggi è un giocatore globale. Non è uno schema ripetibile meccanicamente, ma si può riprodurre la stessa ambizione.

Vanno in questo senso i nuovi programmi di ricerca europei, per esempio sull’uso della robotica nella cura degli anziani?

Sì, le sfide che il programma Horizon 2020 ha lanciato sono giuste, innanzitutto perché coerenti col nostro modo di vedere il mondo, e in secondo luogo perché mettono a disposizione risorse importanti per l’innovazione. Si è ragionato in modo più efficace che nel passato.

Come si colloca l’Italia in questo schema? Nel tuo libro invochi un umanesimo digitale. Da noi la cultura umanistica ha sempre prosperato, ma in modo rigorosamente separato da scienza e tecnologia…

Anche per noi sento la necessità di partire da ciò che ci rende forti nel mondo. Abbiamo le nostre ‘cinque A’: Alimentazione, Abbigliamento, Arredamento, Automazione industriale e Arte (intesa come fondamento di molte cose, e del turismo in particolare). Non bastano a tenere in piedi il Paese, ma sono punti di forza riconosciuti nel mondo, filiere che devono essere messe al centro della nostra capacità di investire in innovazione, e che possono diventare significative. Certo, in Italia molti settori avrebbero bisogno di un pensiero che interpretasse il futuro in maniera corretta, dalla chimica farmaceutica, alla siderurgia, ai servizi sociali e alla pubblica amministrazione. Ma mi aspetto che la propulsione venga da cose come l’automazione industriale, che è strettamente collegata alla robotica e vede l’Italia tra i primi quattro produttori mondiali, e secondo esportatore d’Europa. Abbiamo tutte le carte in regola per diventare un luogo di innovazione. Ma dobbiamo cambiare atteggiamento, entrare nel nuovo paradigma non pensando di subirlo, ma di esserne protagonisti con le nostre capacità. Per rispondere alla tua domanda: umanesimo e tecnologia non sono più mondi separati, ma rispondono entrambi, insieme, alle stesse sfide. Bisogna porle con forza, e vincerle.

Da quando è caduto il Muro e Francis Fukuyama ha proclamato la Fine della Storia, ci sentiamo ripetere sempre più spesso che non esistono alternative all’attuale sistema. Che rapporto c’è tra una tecnologia che avanza in modo ineluttabile, e una politica che si propone come altrettanto ineluttabile?

Se tutti sono convinti che qualcosa sia ineluttabile, chi lo controlla ha il potere. Questo però è solo un vecchissimo ed efficace trucco retorico. Non sono molte le cose ineluttabili. Alcune si avvicinano a esserlo: i grandi fenomeni demografici ed ecologici hanno un’inerzia molto forte e di lunga durata. Sappiamo che arriveremo a essere nove miliardi, perché la gente vive più a lungo e quindi le persone sul pianeta diventano più numerose. È una dinamica che si può modificare solo molto lentamente. Anche il cambiamento climatico, per quanto possiamo diventare consapevoli della necessità di ridurre le emissioni di CO2, potrà essere deviato solo con effetti molto dilazionati nel tempo. Altre cose però non sono altrettanto ineluttabili. Per esempio la legge di Moore, secondo cui la potenza di calcolo dei circuiti integrati cresce sempre in modo esponenziale, in realtà deve essere continuamente ridefinita per rimanere valida. Ciò che ha una dinamica esponenziale non la mantiene all’infinito, prima o poi la logistica prende il sopravvento. È importante saper distinguere tra le dinamiche che durano nel tempo e quelle che sono solo figure retoriche. Abbiamo visto Internet diffondersi in maniera forte, decisa e carica di conseguenze, ma non era ineluttabile: sarebbe bastato decidere contro la net neutrality invece che a favore per cambiare la Rete in modo radicale.

Di recente lo scrittore di fantascienza Neal Stephenson si è lamentato del fatto che la fantascienza è diventata troppo pessimista e non costituisce più l’ispirazione per mondi migliori come avveniva in passato. Pensi che scrittori e artisti possano contribuire alla narrazione di un futuro migliore, o queste responsabilità sono passate ad altri?

Qualche anno fa su ‘Nòva 24‘ abbiamo dedicato una copertina all’arte della fantascienza, col titolo ‘Inventori di archetipi’. Dall’inchiesta sembrava risultare che gli scrittori di fantascienza siano stati sorpassati dalla realtà: mentre negli anni ’40 o ai primi del Novecento la loro immaginazione superava la velocità dello sviluppo economico e scientifico, negli ultimi vent’anni è accaduto il contrario. Mi sembra che il compito che oggi si sono dati gli scrittori di fantascienza sia un po’ diverso. Invece che immaginare futuri lontani, stanno cercando di costruire scenari sulla base di quanto sta avvenendo. In ‘Homo Pluralis‘ si parla di una ricerca fatta dall’Institute of Future di Palo Alto, basata sui racconti di sei scrittori di fantascienza, ai quali è stato chiesto di immaginare la vita in un pianeta nel quale tutto è connesso. Ne sono usciti sei racconti piuttosto preoccupati, ma che in qualche modo tentavano di convivere con la drastica condizione di cambiamento che stiamo attraversando. Non si basavano sull’immaginazione di futuri molto lontani, ma si concentravano sul mostrare come le cose sono collegate, e come una società possa digerirle in modo culturalmente armonico. Mi sembra un compito fondamentale in questa fase di grande cambiamento.

Nel tuo libro parli anche del romanzo ‘Il cerchio‘ di Dave Eggers, che descrive una società che costringe i propri membri a condividere ogni cosa sui social network. In realtà i vari Facebook e Google non hanno bisogno di farci pressioni: sanno convincerci a condividere spontaneamente i nostri dati. Come ci si difende?

Eggers è appunto uno di quegli artisti che cercano di comprendere il cambiamento, costruendo una storia che mette insieme un gran numero di aspetti. Come difesa contro il Cerchio che si sta per chiudere, contro la totale digitalizzazione, mette singole persone che gli si oppongono e propongono una vita diversa, e che però vengono sconfitte. È una delle forme con cui gli artisti hanno reagito ai grandi fenomeni: per fare un esempio di segno diverso, Ayn Rand in ‘La rivolta di Atlante‘ ha immaginato degli imprenditori che si rifugiano in una valle separata dal resto della società, ormai collettivizzata, per costruire una propria società competitiva.
Per difenderci dal Cerchio e da piattaforme che ci manipolano al punto da convincerci di essere felici di essere manipolati, il punto fondamentale è porsi domande con le quali manutenere la propria capacità di critica e di visione plurale. La ragazza di ‘Il cerchio‘ abbandona la sua pluralità per fondersi nella monocultura, e lo si vede quando comincia a sentire meno affetto per i genitori, quando comincia a impostare la sua relazione con le persone che non vivono l’esperienza del Cerchio seguendo le regole del Cerchio, e non le regole della socialità affettiva tradizionale. Un altro personaggio porta sempre al collo una videocamera collegata in rete, ma la moglie gli impedisce di usarla in casa. In questo modo lei crea la base per una pluralità: nega l’accettabilità di una monocultura totale, l’inglobamento nella piattaforma di ogni aspetto della vita. La nostra difesa è questa: anche se è assorbente e attraente, la monocultura della piattaforma non risponde alla pluralità delle nostre dimensioni umane. Possiamo costruire una pluralità di spazi nei quali svilupparci. Se lo facciamo, il Cerchio non può vincere.

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