sabato, Maggio 25

Centroafrica, un nuovo Presidente dal futuro incerto field_506ffb1d3dbe2

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Centroafrica presidente

La Repubblica Centrafricana nel gennaio 2014 sembra aver conosciuto importanti sviluppi nella crisi etnica, politica e sociale che sta distruggendo il Paese. Il Presidente Ad Interim, Michel Djotodia si è dimesso rimpiazzato da una imprenditrice, Catherine Samba-Panza, eletta dal Governo di Nazionale di Transizione lunedì 20 gennaio scorso. L’Unione Europea ha promesso di inviare 1.000 soldati in sostegno della missione di pace in Centroafrica. I media occidentali, soprattutto francesi, celebrano questi cambiamenti definendoli storici e, in alcuni casi estremi, spingendosi ad esaltare il contributo della Comunità Internazionale per la costruzione di un futuro migliore nel travagliato Paese africano.

Gli ingredienti per l’immaginazione popolare sono tutti riuniti: le dimissioni del contestato Presidente musulmano, una donna ascesa al potere proveniente non dal corrotto mondo politico centrafricano ma dal settore privato, il contingente francese rafforzato da soldati europei pronti a ristabilire l’ordine, donatori occidentali già con la mano nel portafoglio e Agenzie umanitarie ONU e ONG internazionali già con le mani tese. Tra la popolazione di Bangui non si riscontra questo ottimismo. Divisa tra speranza e paura si chiede se il nuovo Presidente sarà capace di migliorare la situazione e se l’aumento di truppe europee sarà sufficiente per riportare l’ordine e la pace. Nella capitale molti temono la reazione della coalizione ribelle Séléka dinnanzi alle dimissioni del loro leader dalla Presidenza. I sentimenti della popolazione centrafricana sono stati condivisi da diversi osservatori internazionali tra i quali Thierry Vircoulon, Direttore per l’Africa Internazionale di International Crisis Group, Lydie Boka, Direttrice di Strategico un’associazione di analisi politico-militari, e Vincent Darracq, analista africano per International SOS e Control Risks.

La prima mistificazione compiuta dai media occidentali è di rappresentare le dimissioni di Michel Djotodia come spontanee e le elezioni del suo successore Catherine Samba-Panza come frutto di libere e trasparenti elezioni all’interno del Parlamento. Entrambi gli avvenimenti sono opera delle interferenze francesi. L’incomprensibile passività dei soldati francesi dinnanzi alle pulizie etniche compiute dalle milizie cristiane contro i mussulmani avevano come obiettivo aggiungere caos al caos, costringendo Djotodia a dimettersi. Catherine Samba-Panza é una classica soluzione adottata dalle istituzioni occidentali che si trovano in profonda crisi. Come gli Stati Uniti, dilaniati da crisi economica e perdita progressiva dell’egemonia mondiale, hanno eletto un Presidente nero, o il Vaticano, tra scandali finanziari e preti pedofili, necessitava di un Papa Buono, l’Eliseo ha pensato bene di far uscire dal loro cappello da prestigiatori una donna Presidente nella Repubblica Centrafricana. Una donna proveniente dal settore “pulito” della società, quello imprenditoriale. Con chi credete che abbiano fatto gli affari ai danni della popolazione i politici centrafricani se non con gli imprenditori nazionali e stranieri?”, commenta Gilbert Khadiagala, professore di politiche internazionali presso l’Università della Makerere, Uganda.

Il Presidente Samba-Panza come primo atto ufficiale ha lanciato un appello ai belligeranti di deporre le armi. Un appello che sembra cadere nella più totale indifferenza delle milizie cristiane che termineranno la loro pulizia etnica solo se incontreranno una resistenza militare internazionale al momento totalmente assente. “Nonostante alcuni importanti sforzi di riconciliazione attuati a Bangui, la situazione nel paese rimane volatile e pericolosa. Senza un serio intervento militare, attacchi, massacri e massicce violazioni dei diritti umani hanno alte probabilità di ripetersi.”, avverte Navi Pillay, Responsabile dell’Ufficio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Una drammatica e orribile conferma del monito di Pillay è giunta venerdì 17 gennaio quando a Bangui quaranta musulmani sono stati orrendamente trucidati. Un omicidio che ha rappresentato il culmine di una settimana di violenze inaudite, rapimenti, mutilazioni, esecuzioni extra giudiziarie, massacri e stupri multipli effettuati dalle milizie cristiane contro la comunità mussulmana nella capitale e nelle principali città del paese sotto gli sguardi dei soldati francesi. Mercoledì 8 gennaio le milizie cristiane, denominate, “anti-Balaka”, hanno attaccato il villaggio di Boyali causando la morte di 18 civili musulmani, provocando la reazione delle milizie Séléka che a loro volta hanno ucciso 10 civili cristiani e bruciato decine di abitazioni. Sabato 11 gennaio nella città di Bozum le milizie anti-Balaka hanno attaccato un convoglio di civili musulmani che stavano fuggendo, sterminandoli. L’attacco è stato giustificato come una vendetta dell’omicidio di 10 cristiani e la distruzione di cento abitazioni perpetuato dalle milizie Séléka la settimana precedente.

La situazione attuale sembra essere totalmente fuori controllo e i crimini contro l’umanità perpetuati da entrambe le parti belligeranti, Séléka e anti-Balaka. Una versione di comodo per nascondere i drammatici sviluppi della violenza etnica nel Paese. Prove raccolte dal Ufficio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite evidenziano che da metà dicembre 2013 le milizie anti-Balaka hanno rafforzato e perfezionato la coordinazione degli attacchi contro la comunità mussulmana prendendo come obiettivi preferiti donne e bambini, prima stuprati e poi fatti a pezzi.

Nello stesso periodo gli attacchi perpetuati dalle milizie cristiane hanno superato di numero e gravità quelli attuati dai Séléka. “La ragione è semplice. Non è che i Séléka si siano ravveduti. Sono semplicemente impediti dai soldati francesi che intervengono energicamente. Al contrario i anti-Balaka trovano via libera grazie alla sventurata coincidenza di totale assenza dei soldati francesi sul luogo dei massacri. Arrivano sistematicamente a lavoro terminato. Se i francesi intervenissero, come affermano i loro media, non si spiegherebbe come mai giovani armati di bastoni e machete possano continuare la pulizia etnica anche nella capitale giungendo addirittura a minacciare e uccidere i mussulmani Ciadiani, Maliani e Senegalesi, costringendo queste comunità straniere ad abbandonare il Paese. Non sono un Séléka, né un nostalgico di Bozizé. Sono un cittadino centrafricano di fede cattolica che vuole denunciare la complicità francese in questa orribile pulizia etnica. Siamo in tanti a denunciarla ma i media occidentali volutamente ci ignorano”. Questa è la testimonianza di un immigrato centrafricano della diaspora in Uganda che ha chiesto l’anonimato essendo la sua famiglia ancora a Bangui.

Secondo vari testimoni oculari la popolazione musulmana ha partecipato nelle vendette organizzate dalle Séléka. Per esempio il 20 dicembre gruppi paramilitari musulmani conosciuti come PK12 e PK23 sono entrati nelle abitazioni di civili cristiani, hanno separato le donne dagli uomini che sono stati uccisi senza pietà. “Penso che queste milizie non rappresentino la comunità musulmana. Purtroppo i musulmani sono profondamente frustrati dalla situazione di caos e dalle dimissioni di Djotodia che per loro era un buon Presidente. Temo che presto la maggioranza dei musulmani passerà all’azione per auto difesa o per spirito di vendetta”, avverte Lydie Boka, Direttrice di ‘Strategico’.

Nel non intervenire nei massacri commessi dalle milizie cristiane l’Eliseo non solo si rende complice di un tentativo di genocidio, ma crea un peggioramento della stabilità in Centroafrica. I servizi segreti ruandesi e ugandesi, presenti nel Paese, informano che le milizie anti-Balaka sono sospettate di avere come obiettivo finale la riconquista del potere del ex presidente Francois Bozizé. L’intelligence ruandese e ugandese conferma che i anti-Balaka hanno largamente superato i Séléka in termini di massacri sui civili.

La situazione di caos nella Repubblica Centrafricana si sta espandendo nei Paesi vicini. Contenuti dalle forze armate del Ciad e del Sudan, le varie milizie si stanno riversando nelle foreste della Repubblica Democratica del Congo, iniziando a massacrare anche i civili congolesi delle zone frontaliere. «La popolazione locale ci ha informato che i Séléka stanno concentrando le loro forze nella Provincia Orientale del Congo, vicina alla Repubblica Centrafricana. Molti civili hanno preferito abbandonare i loro villaggi per timore di massacri e violenze», informa Abdallah Wafy, Vice Commissario Speciale della missione di pace ONU in Congo, MONUSCO.

Nel frattempo quello che resta dell’esercito fedele al ex Presidente Francois Bozizé, si sta raggruppando nella Provincia dell’Equatore, Congo. Si sta riarmando e reclutando per lanciare un’offensiva su Bangui. “Il Congo è utilizzato come “paradiso sicuro” dalle varie milizie che possono riorganizzarsi e riarmarsi per ritornare nel conflitto con rinnovato vigore e forza” informa Nadine Ansorg, esperta del Congo presso l’Istituto Tedesco degli Studi Globali e Periferici di Amburgo.

Per il nuovo Presidente Ad Interim riportare la pace in Centroafrica non sarà un compito facile. Ci sono troppe variabili che possono influire nel suo operato. Dinnanzi alla proporzione dei massacri, la riconciliazione tra centrafricani e le comunità africane confinanti resta al momento poco probabile. Catherine Samba-Panza sembra godere di una timida fiducia di una parte della popolazione mussulmana e cristiana ma i pregiudizi sul fatto che è una donna rappresentano un serio ostacolo che può trasformarsi in rivolta aperta soprattutto se l’opinione pubblica Centrafricana percepirà il suo mandato come una semplice esecuzione dei disegni geo-strategici della France-Afrique.

Per una soluzione permanente per il Paese occorre che le milizie Séléka e le forze fedeli a Bozizé siano incluse nel Governo di Transizione, altrimenti si ritorna al punto zero della crisi.”. Questo è il parere di Lydie Boka, Direttrice di Strategico. Il problema è che questa soluzione non rientra nei piani prestabiliti dall’Eliseo per mantenere il controllo su l’unico fattore prezioso nella Repubblica Centrafricana: il costante approvvigionamento di uranio per il fabbisogno elettrico nazionale. 

 

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