martedì, Novembre 12

Centrafrica: la farsa della Pace e milizie fuori controllo Dopo la firma dell’accordo di pace a febbraio, nulla è cambiato, le milizie continuano a combattersi, sfruttando le risorse naturali in stretta complicità con ditte francesi e russe, e ricevendo armi e munizioni da Parigi e Mosca

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Il 6 febbraio 2019 viene firmato a Khartoum un accordo di pace tra il Presidente centrafricano Faustin-Archange Touadéra e i rappresentanti di 11 gruppi armati
La pace, immediatamente sbandierata dal regime di Omar Al Bashir (all’epoca ancora saldo al potere), era stata raggiunta troppo in fretta (solo dieci giorni) e conteneva molti lati oscuri che costrinsero i mediatori sudanesi a evitare la pubblicazione degli accordi siglati.
La macroscopica contraddizione che salta agli occhi in questa pace farsa è la totale amnistia per i crimini contro l’umanità commessi da entrambe le parti in conflitto, in netta contraddizione con la richiesta della popolazione centrafricana di impunità zero. Al suo posto, un nebuloso meccanismo di riconciliazione affidato ad una commissione verità e giustizia. Questa commissione entrerà in azione durante il primo trimestre di quest’anno.
L’amnistia, che automaticamente si trasforma in impunità, è fondamentale per i leader dei vari gruppi ribelli, tra questi, le milizie mussulmane Sèlèka e le milizie cristiane Anti-balaka, entrambe supportate da Parigi a fasi alterne e in precise fasi della guerra civile. 

La pace di Khartoum riprende la logica della soluzione adottata per risolvere le guerre civili degli anni Novanta, quando, caduta l’Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna iniziarono una guerra per procura al fine di sloggiare la Francia dall’Africa, per accaparrarsi delle materie prime in vari e strategici Paesi  -dalla Liberia al Congo.

La firma degli accordi di pace a Khartoum è collegata ad una cena diplomatica, assai imbarazzante per il Governo francese, tenutasi il 10 ottobre 2018. Il Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale, Carole Bureau-Bonnard, e il deputato Jean-Baptiste Djebbari, entrambi membri del Groupe d’Amitié France-Soudan, associazione impegnata in un lavoro di lobby presso il Governo francese a favore del regime islamico sudanese del Presidente generale Omar Al Bashir, si sono seduti al tavolo di un invitato speciale, il generale maggiore Salah Adballah Gosh, capo della Polizia segreta  NISS (National Intelligence and Security Service), la principale arma di repressione del brutale regime islamico, e tra i principali attori del genocidio in Darfur, e per questo indagato presso la Corte Penale Internazionale.
Rachid Said, giornalista sudanese a Parigi, all’epoca si spinse a ipotizzare che il generale Gosh fosse stato contattato dalla Francia per chiedere un aiuto del regime islamico di Bashir per risolvere la crisi nella  Repubblica Centrafricana, in cambio di un sostegno francese per cancellare il Sudan dalla lista degli Stati terroristi, redatta dagli Stati Uniti.

La mediazione del regime di Bashir era tesa sia ad accontentare le esigenze della Francia nella Repubblica Centrafricana, sia quelle nutrite dal concorrente di Parigi, la Russia, in un classico gioco a risiko in cui il regime islamico sudanese si è sempre dimostrato esperto. L’obiettivo era di accattivarsi il sostengo politico e i finanziamenti di entrambe le potenze straniere. 

Nonostante la difesa ad oltranza di questi accordi fatta dall’Ambasciatore Europeo Samuela Isopi e dal Rappresentante del Segretariato Générale ONU in Centrafrica, Parfait Onanga-Anyanga, secondo molti osservatori africani, la pace di Khartoum non poteva risolvere i problemi del Paese, e non sarebbe durata in quanto concepita per rispondere all’esigenza del regime sudanese in difficoltà: attirare le simpatie e rafforzare il supporto di Francia e Russia, affinché queste potenze straniere aiutassero il regime a soffocare la rivoluzione democratica in atto in Sudan. Obiettivo mancato, visto che Bashir è stato arrestato lo scorso aprile. 

A distanza di 6 mesi le previsioni degli osservatori africani si sono rivelate giuste. I combattimenti tra i vari gruppi armati e le violenze sulla popolazione civile continuano, compromettendo seriamente la pace firmata e la ricostruzione del Paese. Ad affermarlo è un rapporto di esperti delle Nazioni Unite. «Non vi sono evidenze che possano dimostrare significativi cambiamenti nella politica dei combattenti e dei loro leader per rafforzare il processo di pace a cui hanno aderito lo scorso febbraio» si legge nel rapporto degli esperti ONU, nel quale si suggerisce il rafforzamento delle sanzioni contro la Repubblica Centrafricana, comprese le interdizioni ai voli internazionali di vari ‘signori della guerra’ e al congelamento dei loro beni finanziari e immobiliari all’estero. 

La sola forza militare in grado di interrompere questo circolo di violenze è rappresentata dai caschi blu della missione di pace ONU MINUSCA, forte di 15.000 uomini.
Le truppe della MINUSCO sono intervenute lo scorso aprile per ripulire l’aerea che dalla capitale, Bangui, si estende al confine con il Camerun, che era sotto il controllo delle milizie di Abdoulaye Miskine. L’intervento dei caschi blu è stato bloccato per ragioni politiche, motivazioni che risiedono nella guerra fredda tra Parigi e Mosca sul controllo delle risorse naturali centrafricane. Nessuna azione militare è stata intrapresa contro la milizia nota come le 3R (Ritorno, Ristaurazione e Riabilitazione) che lo scorso 22 maggio hanno massacrato 46 civili nella città di Paoua nord del Paese.
Le 3R sono sostenute dalla Francia e ricevono armi dal vicino Ciad. Il lotro leader, Souleymane Bi Sidi detto Abbas Sidiki, ha firmato gli accordi di pace di Khartoum, ma in questi mesi non ha smesso le sue azioni militari, con il chiaro obiettivo di conquistare territori e rafforzare il suo peso politico all’interno di un governo di coalizione, in carica dal 3 marzo 2019, che al momento stenta imporsi. Nonostante l’immunità assicurata dagli accordi di pace e la possibilità per i miliziani di essere integrati nell’esercito regolare, i vari signori della guerra continuano a combattersi tra di loro. Chi appoggiato dalla Francia, chi dalla Russia

Solo 450 miliziani hanno deposto le armi, accettando di beneficiare del programma ONU di disarmo e reintegrazione lanciato nel dicembre 2018. Le milizie 3R,  gli ex Seleka, il Fronte Popolare per la Rinascita del Repubblica Centrafrican (FPRC) e l’Unione per la Pace in Centrafrica (UPC), guidato da Ali Darassa, continuano a combattersi facendo strage di civili e sfruttando le risorse naturali in stretta complicità con ditte francesi e russe.
Le varie fazioni ricevono armi e munizioni da Parigi e Mosca.
In ultima analisi, la guerra fredda tra Francia e Russia per il controllo delle risorse naturali del Paese  -legname pregiato, diamanti, petrolio, uranio-   è la principale causa della continuazione della guerra civile che dal 2013 sta dilaniando la Nazione, provocando quasi 300.000 vittime e costringendo circa 1 milione di cittadini a diventare profughi, oltre a distruggere il tessuto socio economico della Repubblica centrafricana. Senza una reale pace non è possibile immaginare alcuna possibilità di rientro per la popolazione rifugiata, priva di prospettive sociali ed economiche, né l’avvio di meccanismi di sviluppo economico e ricostruzione del Paese. 

La Francia continua a giocare un ruolo fondamentale nel Paese: tuttavia pur essendo uno Stato privilegiato nello sfruttamento delle risorse e nel controllo dell’economia, non si intuisce nessuna reale volontà di collaborazione per la risoluzione della crisi. La Russia, nel Centrafrica, gioca una delle sue carte più importanti di politica estera: il ripristino delle sfere di influenza che possedeva in Africa l’ex Unione Sovietica

Tramite la guerra fredda contro la Francia in Centrafrica, Mosca è intenzionata a imporsi come forza globale proiettata nel continente africano. In questo senso la Repubblica Centrafricana rappresenta un tassello fondamentale nella strategia geopolitica di russa nel Continente. 

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