giovedì, Ottobre 22

Censimento e rischio violenze field_506ffb1d3dbe2

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Mercato-birmano

Bangkok – Il Myanmar è terra di potenziale crescita, soprattutto dopo la svolta riformista che ha condotto alla liberazione di Aung San Suu Kyi prima e successivamente alla ventata riformista che sta via via traghettando l’intero Paese sempre più all’interno del consorzio civile internazionale. Ma è anche perennemente sul filo del rasoio della potenziale involuzione, della restaurazione dittatoriale, del regime autoritario e soprattutto è sempre sull’orlo di una potenziale esplosione di conflitti interni sia di carattere etnico sia di tipo religioso. Questo è esattamente il tipo di timori diffusi, in questi ultimi tempi, a causa della pianificazione del censimento, un momento di verifica nazionale generalmente malsopportato ma tuttavia accettato un po’ ovunque ma che – in Myanmar – si dipinge come una fase coperta di critiche e velenose polemiche. Potrebbe sembrare un fatto che desti meraviglia in chi non conosce da vicino le cose del Myanmar ma la Nazione sta effettivamente attraversando una fase delicata del processo di pacificazione, un periodo popolato di gruppi armati di estrazione etnica e la transizione democratica si affolla di questioni in parte sopite e quasi del tutto ancora irrisolte.

I timori non sono solo una questione di sensazioni diffuse ma sono anche frutto dell’analisi del Gruppo di Crisi Internazionale ICG che ha sede a Bruxelles in derivazione di segnali e rumors diffusi in tutta la Comunità internazionale diventata – nel tempo – sensibile al grido di dolore spesso lanciato dalla frangia musulmana della popolazione birmana, così come ci si è un po’ tutti resi edotti circa i vari e tremebondi tentativi di stabilire una qualche tregua o iniziativa di pace con i gruppi etnici armati. Sembra, però, che le orecchie dei più alti funzionari governativi birmani situati a Nay Pyi Taw – ovvero la Capitale del Myanmar dal 2005 – siano alquanto sorde a questo tipo di lamenti e stridor di denti, anzi, di rimando hanno confermato, come nulla fosse, che il censimento si farà, che non vi sono ostacoli di alcun tipo, per Marzo o –al massimo- per gli inizi d’Aprile.

I critici affermano che è una questione di sensibilità: è chiaro che un censimento è un atto importante non solo per far la conta di quanti si è nel proprio Paese ma anche per un processo di auto-conoscenza sempre rilevante nel prender coscienza anche dello sviluppo interno lungo la strada della Democrazia. Ma vi è anche da valutare seriamente l’opportunità e le circostanze specifiche. E – secondo il loro punto di vista – i leader non hanno ben preso in considerazione le dovute conseguenze e l’eventuale impatto negativo nel chiedere – in questo frangente storico – in giro nel Myanmar “Di che religione sei?”, “Qual è la tua etnìa?”, “Qual è la tua cittadinanza? e magari di fronte hai un appartenente ad un gruppo etnico senza identità statale  oppure un Rohingya, che i vertici istituzionali continuano a chiamare “Bengalesi” per cercare di minimizzare alcun eventuale legame alle aree correlate allo Stato Rakhine e alle aree territoriali variamente disposte lungo i confini della Nazione.

Proprio per tutti questi motivi il Gruppo di Crisi Internazionale afferma che il censimento – che è assistito dal Fondo per la Popolazione presso le Nazioni Unite – sia da ritenersi «sconsiderato» e «carico di pericoli» a causa dell’alto rischio di destare o rinfocolare tensioni di tipo etnico. Sempre secondo il Gruppo di Crisi Internazionale, un’eventuale posposizione del censimento in tempi migliori, potrebbe dare corpo ad una immagine dei vertici governativi del Myanmar come più sensibili ed attenti alle istanze del proprio popolo inteso in tutta la sua interezza, rispettando le diversità di tipo religioso ed etnico con maggiore oculatezza, non foss’altro che per pura immagine agli occhi della Comunità mondiale.

Uno dei punti principali di contestazione – per certi versi quello che viene immaginato come una specie di detonatore di potenziali esplosioni di conflitti inter-etnici – è la classificazione dei 135 gruppi etnici che è stata stilata ai primi degli Anni ’80 del Secolo scorso, una classificazione fortemente criticata e che, invece, sembrerebbe essere l’asse portante del censimento che verrà in tempi ormai imminenti. Alcuni di questi gruppi etnici, come i Chin e i vari sottogruppi che a loro fanno riferimento, sono correlabili in termini di definizione della loro stanzialità correlandola con i singoli villaggi ma non vi sono dei veri e propri termini che li identifichino su delle chiare basi antropologiche con dei termini etnici ben circoscritti in ambito linguistico.

I critici del censimento, quindi, consigliano di somministrare i questioni e realizzare il censimento stesso solo nelle aree dove effettivamente il rischio  di conflitto politico o di natura etnica sia più limitato soffermandosi nel verificare solo le questioni di tipo squisitamente demografico, come età, sesso e stato di famiglia ovvero se si è coniugati oppure no. Bisogna anche aggiungere che gli stessi critici avversi al censimento hanno anche alcune proposte da fare in merito, ad esempio, affermano che – piuttosto che esacerbare gli animi visto che lo sono già da tempo su queste tematiche – i leader e le istituzioni governative dovrebbero attivarsi maggiormente nel campo dell’integrazione e nella promozione dell’armonia etnica. Quel che si contesta maggiormente ai vertici governativi è che spesso fanno finta di non vedere oppure minimizzano ma vi è una marea montante, progressiva e continua avversa alla comunità di estrazione musulmana e già vi sono segnali negativi in una fetta cospicua di popolazione che comincia ad usare un frasario ed un gergo greve fatto di pulizia etnica: si sa, su certe questioni, tra le parole e gli atti il passo può essere pericolosamente breve.

Un’altra peculiarità birmana negativa, in questa circostanza, è che tutti coloro che sono sempre stati iper-attivi sul tema dei Diritti Umani, che hanno sfidato le Autorità quando queste avevano le vesti dell’apparato militare della Giunta che ha tenuto in scacco la Nazione per decenni, sparando sulla gente inerme, deportando o costringendo ampie fette di popolazione a vivere fuori dalle città, nelle foreste, sul tema delle violenze perpetrate ai danni della Comunità musulmana o ai danni dei Rohingya, appaiono alquanto afoni o afasici. Eppure, sia il tema dei Diritti Umani e quello del rispetto delle idee, delle autonomie, delle scelte religiose sono aspetti che assumono valenza e carattere generale, planetario, pertinenti l’Essere Umano nella sua interezza. I paradossi del Myanmar odierno.

 

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