giovedì, Luglio 18

I cecchini (quasi) disarmati

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Mai come quest’anno, il Dibattito sullo Stato della nazione spagnola è stato uno scontro di debolezze, più che un incontro di forze. Forze i cui rapporti non sono infatti fotografati secondo il loro reale peso: il premier Mariano Rajoy e il Segretario del Psoe Pedro Sànchez se le sono date infatti di santa ragione, e anche gli interventi degli altri leader – Duran di Convergéncia i Uniò (CiU), Rosa Dìez di Uniòn Progreso y Democracia (UPyD), Garzòn di Izquierda Unida (Iu) – sono stati accorati e decisi, ma l’atmosfera che aleggiava in Parlamento era quella di chi inscena una battaglia preparandosi alla guerra elettorale, che verrà però combattuta contro altri avversari. Mancavano infatti i due astri nascenti della politica spagnola, per ora extraparlamentari ma che entreranno sicuramente al Congreso de los Diputados dopo le prossime elezioni: Albert Rivera, di Ciutadanos, partito ora nazionale ma nato come forza regionale catalana di centro liberale e progressista anti-indipendenza, e soprattutto Pablo Iglesias, di Podemos, quanto di più vicino oggi ci possa essere a Syriza, la coalizione che fa capo al premier greco Alexis Tsipras.

Nato nel 1983 per iniziativa dell’allora primo ministro Felipe Gonzàlez sulla falsariga di quello americano, il Dibattito sullo Stato della nazione è uno dei momenti più importanti e solenni della democrazia spagnola. Viene trasmesso ogni anno – in diretta e senza interruzioni pubblicitarie – sulla televisione pubblica. Negli ultimi trentadue anni si è celebrato 25 volte: in 7 occasioni quest’appuntamento è saltato per la coincidenza con le elezioni politiche. Il formato è semplice: il primo ministro in carica espone di fronte al Parlamento una relazione su quanto fatto dal suo esecutivo negli ultimi dodici mesi e sui programmi per quelli successivi; i leader dell’opposizione lo attaccano sugli aspetti a loro più cari.

Il Dibattito del 2015, svoltosi il 24 e 25 Febbraio scorsi, era piuttosto importante per un motivo sostanziale: non perché ci si aspettassero novità di sorta su quanto farà nei prossimi mesi Rajoy ma perché, essendo l’ultimo di una legislatura che terminerà in autunno, è stato l’inizio ufficioso della campagna elettorale.

Dal canto suo, Rajoy ha rivendicato – come c’era da aspettarsi – i risultati del suo governo, riassumibili in una sola parola: stabilità. La stabilità politica e l’austerità hanno permesso che la Spagna – secondo il premier – oggi stia molto meglio rispetto a tre anni fa, quando entrò in carica, grazie anche al mancato commissariamento della Troika (Ue, Bce, Fmi), di cui Rajoy si è inorgoglito, e che ha permesso a Madrid di non trovarsi nella situazione critica in cui ora versa Atene, ad esempio. Il leader popolare ha inoltre promesso per i prossimi anni tre milioni di posti di lavoro, contando anche quelli già recuperati dal 2011 a oggi, e ha previsto per il suo Paese una crescita nel 2015 del 2,4%, lo 0,4% in più di quanto sostenuto fino al momento. Ha poi ammonito il resto dell’emiciclo sul fatto che i risultati conseguiti con tanto sacrificio non devono essere vanificati da populismi e avventurismi – riferendosi a Podemos – che li farebbero dissolvere come «uno zuccherino nell’acqua». Un discorso trionfalistico, dunque, che dal punto di vista di Rajoy sostanzialmente dice: «se ci voterete, continueremo fino al 2019 con la stessa politica grazie alla quale abbiamo evitato il fallimento».

Il Segretario socialista Pedro Sànchez ha chiaramente confutato questo discorso, sostenendo che se anche gli indicatori macroeconomici sono migliorati, questo miglioramento si è prodotto sulle spalle dei più sfortunati e svantaggiati, sacrificando la giustizia sociale. Ha poi detto che la Troika, contrariamente a quanto affermato da Rajoy, è intervenuta nei conti pubblici spagnoli, permettendo al governo di salvare il sistema bancario tagliando le spese in istruzione e sanità e permettendo che si allargasse la forbice tra poveri e ricchi. E il leader Psoe, dopo avere più volte affermato scandendo bene le parole di essere «un politico pulito», ha infine picchiato duro sul tema della corruzione, rinfacciando a Rajoy il famoso sms con su scritto «Sii forte» che lo stesso premier inviò all’ormai ex tesoriere del Pp Luis Bàrcenas, accusato di avere tenuto per anni una contabilità B attraverso la quale finanziava in nero imprenditori e politici. E’ stato lì che il primo ministro ha perso le staffe e ha intimato a muso duro a Sànchez una frase durissima: «No vuelva Usted por aquì a decir nada. Ha sido patetico» (‘Non torni qui a dire niente. E’ stato patetico’), un modo neanche troppo nascosto di ordinare il silenzio al leader socialista.

I capi delle altre forze politiche hanno anch’essi attaccato abbastanza duramente il governo. Il neo leader della coalizione di sinistra radicale Izquierda Unida (Iu), il giovane Alberto Garzòn, ha fatto un discorso in cui ha toccato tematiche vicine a quelle di Sànchez: Rajoy vive lontano dalla realtà, una realtà in cui la gente comune fatica ancora oggi ad arrivare alla fine del mese e a trovare lavoro. Ha contestato anch’egli al primo ministro la rivendicazione secondo la quale si è evitato il salvataggio della Troika: che secondo Garzòn c’è stato eccome, e ha beneficiato unicamente il sistema bancario. Dal canto suo, la leader di centro Rosa Dìez (Uniòn Progreso y Democracia) ha calcato la mano sulla ‘questione morale’, tornando sul caso Bàrcenas e sulle molteplici inchieste di corruzione che interessano tanti esponenti del Pp, mentre Josep Antoni Duran i Lleida, portavoce del partito catalano Convergéncia i Uniò, ha rimproverato al governo la sua chiusura totale rispetto alle aspettative di Barcellona di maggiore autonomia.

Chi ha vinto il dibattito? Secondo gli spagnoli, interpellati a caldo dal Cis (una sorta di Istat), ad aggiudicarsi il corpo a corpo è stato Pedro Sànchez, che ha conquistato il favore del 21,7% degli intervistati, contro il 21% di Rajoy. Questo dato dice due cose. La prima: è un ulteriore, e piuttosto inequivocabile segnale di crisi del bipartitismo. Sommando 21% con 21,7% si arriva a un 42,7%: più della metà degli spagnoli pensa dunque che il dibattito non sia stato conquistato né dal leader popolare né da quello socialista. Anzi, secondo il 37,2% non è stato vinto proprio da nessuno. Questo primo risultato sul quale riflettere ci porta al secondo: tradizionalmente il Dibattito sullo stato della nazione veniva vinto dal primo ministro in carica, e con un margine piuttosto ampio (basti pensare che nel 2014 lo stesso Rajoy superò l’allora Segretario del Psoe Rubalcaba di circa quindici punti). Se quest’anno l’ha vinto il leader dell’opposizione è evidente che il premier è in difficoltà e non convince un ampio settore della popolazione. Tuttavia, e qui sta il problema per i socialisti, la difficoltà di Rajoy non si trasforma in voti per Sànchez: il primo ministro è debole, ma il suo principale competitor non può certamente dire di essere forte.

Quei voti stanno andando, e anche qui i sondaggi lo confermano, verso Podemos, partito sul quale i riflettori degli scandali per evasione fiscale di alcuni dei suoi esponenti (il numero 3 Monedero su tutti) si sono per ora un po’ attenuati, e che sta alla finestra, in attesa di capire che cosa riuscirà a portare a casa Tsipras nel difficile negoziato con l’Unione Europea. Questo spiega anche il nervosismo di Rajoy nei confronti del governo greco, accusato di volere venire meno agli impegni intrapresi: è un nervosismo leggibile in chiave continentale ma anche, e soprattutto, casalinga.

Comunque vadano le prossime elezioni, davvero incertissime, una cosa la sappiamo già: quello degli scorsi 24 e 25 Febbraio è stato l’ultimo Dibattito sullo Stato della Nazione dell’equilibrio politico uscito dalla Transizione. Rajoy e Sànchez, anche se non lo ammetteranno mai, in cuor loro lo sapevano: e più che dare risposte hanno pensato di picchiare duro sull’avversario. Istinto di sopravvivenza, e poco altro: ma dovremo abituarci, perché il 2015 spagnolo – costellato da un appuntamento elettorale praticamente ogni tre mesi, da Marzo in poi – sarà tutto così. I vecchi leoni spareranno tutte le loro munizioni, per paura dell’horror vacui: ma è possibile che questo non basti, per mantenere il potere.

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