mercoledì, Luglio 17

Catalogna: si alza il livello dello scontro politico dopo il referendum USA, attentato di Las Vegas: non è terrorismo, ma Daesh rivendica lo stesso

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Dopo il voto referendario per l’Indipendenza della Catalogna che ha visto la vittoria del SÌ con il 90% dei voti (ad aver votato è stato circa il 42% degli aventi diritto), lo scontro politico in Spagna si fa sempre più forte. Il Governatore della Catalogna, Carles Puigdemont, ha dichiarato di essere pronto ad andare fino alle estreme conseguenze. In primo luogo, Puigdemint chiede che Madrid ritiri i gli uomini inviati in Catalogna per ostacolare le operazioni di voto e insiste per ottenere una mediazione internazionale. Al contrario, il Sindaco di Barcellona, Ada Colau, seppur favorevole al referendum, ha affermato di essere contraria ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza e si è detta convinta della necessità di tornare al tavolo delle trattative. Come spesso accade per i movimenti indipendentisti, il fronte si sta dividendo tra ‘falchi’ e ‘colombe’, tra ‘diplomatici’ ed ‘intransigenti’.

Da parte sua, il Governo di Madrid si rifiuta di riconoscere la validità di un referendum che, da subito, era stato dichiarato incostituzionale. Oggi, il Primo Ministro, Mariano Rajoy, ha incontrato i vertici dei due principali partiti d’opposizione che, sulla questione catalana, sono solidali con il Governo centrale: si tratta di Pedro Sanchez, del Partido Socialista Obrero Español (PSOE: Partito Socialista Operaio Spagnolo), e di Albert Rivera, di Ciudadanos. La posizione del Governo spagnolo resta ferma: il referendum è illegale e non ha alcuna validità né politica, né giuridica. Inoltre, da Madrid si dicono convinti che l’Unione Europea non potrà accettare una dichiarazione unilaterale di indipendenza.

La posizione della Commissione Europea è stata espressa dalla Portavoce Margaritis Schinas, la quale ha dichiarato che, per l’UE, la violenza non possa mai essere uno strumento accettabile in politica; in ogni caso, ha continuato, la Commissione Europea ha piena fiducia nell’operato del Primo Ministro spagnolo Rajoy: dato che il referendum non è valido per la Costituzione Spagnola e che l’Unione riconosce la Spagna come Paese membro, il contrasto tra Madrid e Barcellona si configura come una questione interna al Paese. È interesse dell’Unione Europea che si abbandonino i toni bellicosi degli ultimi tempi e si torni a discutere attorno ad un tavolo per trovare la soluzione migliore per tutti anche perché, in questa epoca, ciò che serve è unità, non divisione.

Dichiarazioni simili sono arrivate dai rappresentanti di Germania e Francia: sostegno all’unità spagnola e al Governo di Rajoy, ma rifiuto della violenza come strumento di confronto politico. Secondo Berlino, il separatismo non sarà una soluzione ai problemi di nessun Paese; da Parigi si sottolinea come l’unico interlocutore riconosciuto in Spagna sia il Primo Ministro Rajoy.

Intanto, il Governatore della Comunità Autonoma dei Paesi Baschi, Iñigo Urkullu, ha dichiarato che anche il popolo basco vuole un referendum che lo porti all’indipendenza: a differenza di quanto accaduto in Catalogna, però, Urkullu si è dichiarato favorevole ad un rederendum concordato da entrambe le parti. Allo stato attuale, non è escluso che a Madrid si decida di applicare alla Catalogna l’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che prevede la sospensione dell’Autonomia di una Regione fino a che non sia ristabilito l’ordine costituzionale.

In Europa resta centrale la questione dei migranti. Dopo la chiusura della rotta egeo-balcanica, il flusso di disperati in fuga dalla guerra ha trovato un nuovo sbocco: si tratta della cosiddetta rotta del Mar Nero. Dalle coste della Turchia, i migranti salpano a bordo di imbarcazioni di fortuna tentando di raggiungere la Romania: si tratta di una traversata estremamente pericolosa che è già costata la vita a molte persone. A causa del Protocollo di Dublino, dopo la traversata, i migranti sono costretti ad essere registrati e trattenuti in Romania, Paese tra i più poveri dell’UE: se il flusso sulla rotta del Mar Nero dovesse continuare ad aumentare, Bucarest potrebbe venire a trovarsi in seria difficoltà nella gestione del fenomeno.

In Francia emergono nuovi particolari sull’attentatore di Marsiglia che, il 1° ottobre, ha ucciso a colpi di coltello due ragazze prima di essere abbattuto dai militari: a quanto pare, l’uomo era già stato fermato molte volte dalla polizia per reati comuni ma non era noto ai servizi anti-terrorismo. L’ultimo fermo risalirebbe al giorno precedente all’attentato.

Dopo l’attentato di Las Vegas, costato la vita ad almeno cinquanta persone, negli Stati Uniti torna in primo piano la questione della sicurezza. Stephen Paddock, cittadino statunitense bianco, residente in Nevada, si è appostato al trentaduesimo piano di un albergo da dove ha sparato sulla folla che assisteva ad un concerto. Dalle prime indagini, sembrerebbe che l’attentatore avesse con sé almeno otto fucili e che si sarebbe suicidato prima dell’arrivo della polizia. Gli investigatori avrebbero fermato anche la compagna dell’uomo, una donna di passaporto australiano.

L’accaduto riapre il dibattito sulla facilità con cui, negli USA, è possibile acquistare e detenere armi da fuoco, anche ad alto potenziale: l’ex-Presidente, Barak Obama, ha parlato dell’ennesima inutile strage. Allo stato attuale, gli investigatori escludono un movente terroristico. Nonostante ciò, l’agenzia di propaganda del cosiddetto califfato islamico, Amaq, ha diffuso un comunicato secondo cui l’attentatore era un soldato di Daesh convertitosi mesi fa all’Islam: la dichiarazione è conforme alla strategia dello stato islamico che, in rotta sia in Iraq che in Siria, rivendica qualsiasi azione possa destabilizzare e creare insicurezza e panico nei cittadini europei e statunitensi.

Sarebbe invece a tutti gli effetti un simpatizzante del Califfato, il richiedente asilo somalo autore dell’attacco in Canada, nella città di Edmonton. Il giovane somalo ha accoltellato un poliziotto e investito quattro passanti con un furgone, prima di essere catturato dalle Forze dell’Ordine. Nel furgone sarebbe stata rinvenuta una bandiera del califfato.

Per la prima volta da anni, il Presidente di al-Fatah (l’Autorità Nazionale Palestinese: ANP), Rami Hamdallah, si è recato nella striscia di Gaza. La zona, da molto tempo, è sotto il controllo del gruppo Hamas, in contrasto con Fatah sulla gestione dei rapporti con Israele. Il primo passo per il riavvicinamento tra i due principali gruppi politici palestinesi è stato possibile grazie alla mediazione dell’Egitto. Al suo arrivo al valico di Erez, dove lo attendeva una folla di qualche migliaio di persone, Hamdallah ha rilasciato una dichiarazione: la creazione di uno Stato indipendente di Palestina passa necessariamente attraverso la riunificazione di Gaza con il resto della Cisgiordania. Nonostante i primi tentativi di riappacificazione, il percorso che porta ad una unione di intenti tra Fatah e Hamas promette di essere lungo e pieno di ostacoli.

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