giovedì, Novembre 14

Catalogna: questione di opinioni e agibilità democratica Le condanne e le conseguenti manifestazioni di questi giorni sono lo specchio di una mancanza di agibilità democratica. Diritto internazionale a parte, siamo al reato di opinione

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Catalogna: Sciopero generale. E grande manifestazione che incrocia, a Barcellona, cinque distinte marce in provenienza da diversi punti della Catalogna, nel pomeriggio della giornate in cui si scrivono queste righe.

Tutto questo dopo che, per l’opinione pubblica europea e mondiale, sembra si sia riaperta improvvisamente la questione catalana. In verità, questa non solo non si era mai chiusa, ma in realtà continuava inesorabilmente senza che gli échi arrivassero e giungessero fino a noi, se non per chi particolarmente interessato all’argomento.
Invece,
 le condanne inflitte dal Tribunale Supremo di Madrid a diversi leader indipendentisti rappresentanti politico-istituzionali, come Oriol Junqueras e Carme Forcadell, e dell’indipendentismo sociale, come i due Jordi dell’ANC e di Omnium Cultural per un totale di 100 anni di prigione a nove persone (proprio a Junqueras la pena più alta -13 anni- dopo che è già in prigione da due), tornano a rendere caldo il mese di ottobre in Catalogna, dopo quello altrettanto incandescente di due anni fa, quando si tenne il famoso referendum sull’indipendenza.
Proprio stamattina, Carles Puigdemont, a cui verrà probabilmente rinnovato un nuovo mandato di arresto europeo, ha anticipato i tempi e si è consegnato alle autorità belghe. Segnale, questo, che 
davvero nulla è più come prima, dopo le sentenze del Tribunale. Il giudice belga, poi, lo ha lasciato libero.
Giornate difficili anche sul fronte dell’ordine pubblico, con diversi disordini, scontri tra militanti dell’estrema destra e indipendentisti, incendi di macchine e danni alle cose: un’ottantina le persone ferite e una trentina circa quelle arrestate.

Barcellona rivive di nuovo momenti di tensionePedro Sánchez, premier spagnolo, e Quim Torra, Presidente della Generalitat e leader indipendentista anch’egli, sembrano uniti solo per invitare alla calma la popolazione. In effetti, non vi sono davvero altre occasioni di accordo tra i due.
Nell’ambito di una nuova, ennesima, crisi di governo per la Spagna, 
Madrid e Barcellona tornano ad essere più separate che mai. Con un’ulteriore complicazione. Adesso, infatti, gli indipendentisti catalani sembrano essersi allontanati dalle istituzioni e dalla politica partiticaTutte le rassicurazioni arrivate nel corso di questi due anni su una ripresa del dialogo non solo sono state sistematicamente disattese e smentite dai fatti, ma hanno finito, anzi, per aggravare il già delicatissimo equilibrio esistente tra la società civile e le istituzioni. In più, ciò che sembra davvero assurdo, senza tema di smentita, è il silenzio assordante che l’UE ha dedicato alla vicenda delle condanne. Eppure, lo stesso Consiglio d’Europa ha anche di recente criticato l’assenza di indipendenza politica dei magistrati spagnoli (ripetiamo: assenza di indipendenza della magistratura spagnola nel 2019, al di là dello spirito di separazione dei poteri, in uno dei Paesi più importanti dell’UE; assenza riscontrata dalla stessa UE), nominati, anche a partire dal Procuratore Generale, sulla base di valutazioni e nomine di tipo politico. Infatti, ricordiamo che giudici belgi e tedeschi, per la vicenda di Puigdemont, hanno rifiutato di dare mandato all’arresto europeo perché le accuse di sedizione, stesse accuse con cui sono state decise le condanne di qualche giorno fa, danno luogo in Spagna a pene spropositate rispetto ai reati realmente (e nel caso degli indipendentisti catalani, eventualmente) commessi. Se anche questi elementi sottolineati dall’UE fanno parte solo degli ‘affari interni’ degli Stati dell’UE, perché, ad esempio, non lo sono più quando la stessa Unione Europea critica giustamente diverse decisioni nei Paesi di cosiddetta ‘democratura’, come Ungheria, Slovacchia, Polonia, e qualche altro?

Perché, infatti, non è la stessa cosa, la Catalogna non è la stessa cosa. Il Presidente della Generalitat, Torra, reagisce, da un punto di vista politico, e, per non perdere completamente il filo con il suo popolo (ed elettorato, reale e potenziale), ha deciso ieri di indire entro due anni un nuovo referendum per l’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo. Madrid risponde che non lo consentirà mai, neanche solo a livello ‘simbolico’, ‘tollerando’ gli attacchi indiscriminati e non puniti della Guardia Civil e di militanti di estrema destra in Catalogna anche contro semplici passanti.

Tutto ciò sta accadendo non solo a pochi passi da noima in uno Stato che si dovrebbe richiamare ai principi europei i quali, certamente, non prevedano i reati di opinionePerché, fondamentalmente e per come li si vogliano dipingere, questo sonoopinioni. Opinioni contro la legge? Certo, uno Stato decide che l’indipendenza di una parte del suo territorio non è possibileda un punto di vista prettamente giuridico potrebbe essere ineccepibile. Ma non è mai l’unica prospettiva da cui guardare tali fenomeni.
Sarebbe sin troppo semplice fare il paragone ed evidenziare le differenze tra la Spagna con la Catalogna e il Regno Unito con la Scozia; o, sebbene non in Europa (ma sempre con un nuovo e assordante silenzio dell’UE), con la Turchia e il Kurdistan siriano in questi giorni. 
La voce del popolo non ha sempre ragioneper definizioneMa, sempre per definizionenon può essere sottaciutaignorata, travisata, soffocata. Se accade questo, significa che gli stessi principi ispiratori di quel tipo di regime politico a cui tutti ci riferiamo sempre di più, ovvero la democrazia, o non sono applicati o, peggio forse, compresi fino in fondo.

Le condanne e le conseguenti manifestazioni di questi giorni, fino al quarto sciopero generale in due anni in Catalogna, sono lo specchio di una mancanza di agibilità democratica. Non è più il punto se i Giudici abbiano fatto bene o male, se Sánchez e Torra fanno bene o male a dichiarare e comportarsi in un modo o nell’altro, se gli indipendentisti fanno bene o male a protestare o no. Il punto è se trattare una questione di popolo come una questione di pochiindipendentemente dal tipo di soluzione a questa crisi senza precedenti. Le condanne colpiscono i pochi, ma non danno risposte al popolo; o meglio, attraverso le punizioni di pochi si vuole talvolta mandare un certo messaggio al popolo. Nella storia, anche italiana (passata come più recente), atti di questo tipo sono ben noti e gli effetti non vanno decisamente quasi mai nella direzione auspicata dai proponenti.          

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Sull'autore

Politologo docente presso l'Università di Sassari, esperto di indipendentismo, di partiti etnoregionalisti europei, soprattutto sardo e bretone, anche in prospettiva comparata, autore di svariate pubblicazioni con attenzione particolare per l'indipendentismo sardo.