giovedì, Settembre 19

Catalogna: per fare lo Stato, ci vuole … Cosa servirebbe alla Catalogna per diventare uno Stato? una Costituzione, un apparato burocratico, un esercito, una moneta

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In risposta all’applicazione -da parte del Governo di Mariano Rajoy dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che prevede una sospensione momentanea dell’autonomia delle comunità che compongono la Spagna, qualora queste mettano in pericolo l’interesse generale spagnolo o disobbediscano agli obblighi costituzionali e legali- il Presidente della Generalità della Catalogna Carles Puigdemont potrebbe in queste ore fare la fatidica dichiarazione unilaterale di indipendenza, già caldeggiata da tempo dai più oltranzisti sostenitori del ‘Sì’ al referendum dell’1 ottobre. Questa sarebbe una mossa estrema da parte del Presidente, probabilmente l’ultima carta rimastagli dopo aver visto miseramente naufragare i vari appelli al dialogo di queste ultime settimane. Ma, ammettendo che questa dichiarazione porti gli (inaspettati) frutti, cosa servirebbe alla Catalogna per diventare uno Stato? Domanda, questa, non peregrina, perché se una rondine non fa primavera, una dichiarazione non fa uno Stato. E in questo articolo, dopo aver già analizzato le questioni più squisitamente culturali e linguistiche, proveremo a dare una nostra risposta.

Per rubare le parole a Sergio Endrigo, «per fare l’albero, ci vuole il legno»: il legno, in questo caso, è il territorio. Per far lo Stato, ci vuole un territorio sopra il quale far valere la giurisdizione statuale, con tutto ciò che esso comporta. Il territorio sembra già essere delineato e corrisponde all’attuale Comunità Autonoma della Catalogna.

Ma se è sicuro quello che vogliono gli indipendentisti, è altrettanto sicuro che lo Stato centrale spagnolo non sia dello stesso avviso, e pertanto questo territorio avrà bisogno di un valido supporto legislativo, amministrativo, militare, economico e diplomatico per essere difeso.

Infatti, non può esserci Stato senza un apparato legislativo e, dunque, senza quella primaria fonte del diritto che è la Costituzione. Per far questo, è già stata emanata una legge di transizione (in catalano ‘Llei de transitorietat juridica i fundacional de la Republica’), approvata agli inizi di settembre, insieme all’indizione del famoso referendum, mirante a garantire sicurezza legale, successione ordinata e continuità dei servizi pubblici durante la fase di passaggio dallo status di comunità autonoma a quello di Stato indipendente, che si prevedeva, a ragione, essere fase piuttosto delicata.

A questo punto, garantita la salvaguardia minima dei requisiti fondamentali di una comunità di cittadini, si dovranno indire le elezioni per convocare un’Assemblea Costituente, per far sì che venga scritto un testo costituzionale che rispecchi al meglio gli interessi, le ragioni e, non ultimo, lo spirito della Catalogna, e far sì che, quello che fino a poco prima era un sogno, possa diventare finalmente solida realtà. La stesura di una Costituzione è una fase importante della nascita di uno Stato, perché la carta costituzionale darà forma per lungo tempo l’apparato che gestirà, regolamenterà e tutelerà le vite di milioni di persone.
Volendo citare i casi più famosi e importanti, basti pensare che la Costituzione degli Stati Uniti, promulgata nel 1787 (undici anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776), fu accolta da tutti gli Stati della nascente federazione nordamericana solo nel 1789, dopo un lungo e tormentato dibattito; la Rivoluzione Francese, fra il 1791 e il 1795, produsse ben tre carte costituzionali, una delle quali (quella del 1793) non venne mai adottata, per i continui rovesciamenti di quegli anni tumultuosi: l’avvento di Napoleone portò poi alla promulgazione di altre Costituzioni, una per ogni stagione politica del generale corso. Questo significa che un’Assemblea Costituente, che opera in un contesto di suo provvisorio, deve impegnarsi al fine di scongiurare la stesura di una Costituzione che ha in sé i germi della provvisorietà: deve garantire al massimo la stabilità politica e sociale.

Messo a punto questo, bisogna fornire al nuovo Stato catalano l’apparato burocratico-amministrativo proprio di ogni Stato che si voglia definire tale. La legge di transizione di cui si è detto sopra risponde proprio a questa esigenza. Inoltre, grazie all’autonomia garantita dalla Costituzione spagnola, la Generalitat de Catalunya è già in possesso di proprio personale di polizia (i Mossos d’Esquadra), polizia regionale, a cui sono affidati i primari compiti di polizia e a cui sarebbe demandato il presidio del territorio catalano. Non va però dimenticato che, non essendo uno Stato indipendente, la Catalogna non ha al momento un esercito e la costituzione di un corpo di difesa è fondamentale per l’esistenza dello Stato, anche qualora questo Stato volesse dichiararsi neutrale, come l’Austria e la Svizzera. Un esercito, però, non si forma dall’oggi al domani, ci va del tempo per formare la struttura del Corpo militare, una gerarchia consolidata, solida e non un corpo d’armata improvvisato. Si potrebbero richiamare i catalani appartenenti oggi all’esercito spagnolo, ammesso che questi non vengano puniti dal Regno iberico per diserzione. Inoltre, se possiamo immaginare che un numero di catalani, incendiati dal sentimento patriottico, possa arruolarsi sua sponte nelle fila del neonato Esercito della Repubblica Catalana, immaginiamo anche che va creata una coscienza militare condivisa, forte. Si può pertanto ricorrere alla leva obbligatoria da tenere in vigore per qualche anno o decennio e da abolire, eventualmente, solo dopo che la ‘macchina’ dell’esercito sia avviata e pronta per muoversi in autonomia. Si può pensare a una soluzione sul modello svizzero che, a causa della propria secolare neutralità, non ha un esercito vero e proprio, ma può contare su milizie composte da tutti i cittadini maschi della Confederazione che, a turno, prestano servizio militare. Non è pensabile, invece, una soluzione alla Costa Rica, uno dei pochissimi Stati al mondo privi di esercito: le tensioni con l’eventuale vicino spagnolo sono troppo forti per non dotarsi di un Corpo di difesa.

Abbiamo una Costituzione, un apparato burocratico e un esercito. Ma senza soldi non si canta Messa e senza una moneta non si fa uno Stato. Uscendo dallo Stato spagnolo, la Catalogna uscirebbe anche dall’Unione Europea e quindi dall’Eurozona, non potendo più adottare la Moneta Unica. Potrebbe adottare una nuova moneta, ma è facile immaginare come questa sia destinata a cadere in balia di speculazioni finanziarie, con conseguente svalutazione e inflazione galoppante, qualcosa di non troppo diverso da quel che accadde (negli effetti, ma non nelle cause) nella Germania di Weimar all’indomani della Prima Guerra Mondiale, con la gente costretta a muoversi con valigie intere colme di banconote per comprare un chilo di patate. Siccome non farebbe bene a nessuno avere una piccola Venezuela o un piccolo Zimbabwe (per citare altri due casi emblematici di iperinflazione) alle porte di casa, si potrebbe adottare una soluzione vicina a quella adottata in Kosovo, dove si usa unilateralmente una moneta stabile come l’Euro benché il giovane Stato balcanico non appartenga all’Unione Europea.

Ora, però, la Repubblica Catalana deve essere riconosciuta a livello internazionale e qui arriva la parte più difficile. È altamente improbabile che la Catalogna venga riconosciuta da uno Stato membro dell’Unione Europea, avendo pressoché tutti i capi di Stato europei manifestato vicinanza, nonostante le condanne per gli esiti violenti dell’azione di Rajoy, verso la Spagna, membro UE e alleato di ogni singolo Stato. A catena, è altrettanto difficile che alleati storici dell’UE, come gli USA, riconoscano uno Stato inviso all’Unione del Vecchio Continente. Potrebbe crearsi una situazione analoga a quella di Cipro del Nord, entità statuale autoproclamatasi nel 1983 e riconosciuta dalla sola Turchia. In ogni caso, si vivrebbe il paradosso di come una Nazione che si è sempre professata fortemente europeista rimanga isolata nel cuore dell’Europa stessa, come ci illustra  Carlo Paganessi su ‘TheWise Magazine’. Conseguentemente, ogni suo ingresso all’interno degli organismi internazionali (dall’UE, all’ONU, alla NATO, etc) risulta, a meno di sconvolgimenti ad oggi imprevedibili, già in partenza compromesso, per le stesse ragioni di cui sopra.

Resta ora da vedere come evolve la situazione in Catalogna, che cosa abbia in mente Puigdemont e quale sarà la reazione del popolo catalano, e non solo, a queste attesissime ‘parole’. Endrigo diceva che per fare tutto ci vuole un fiore: basterà il fiore della dichiarazione d’indipendenza a fare tutto?

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