mercoledì, Agosto 12

Catalogna e non solo: indipendenza in Europa Tra storia, geopolitica, e riconfigurazioni territoriali, l'Unione ha da affrontare fratture di polity sempre più evidenti

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Al referendum catalano del 1 ottobre ha partecipato il 42% degli aventi diritto al voto, 90 % dei quali a favore dell’indipendenza, vale a dire 2,02 milioni di persone contro 176000. Per il governo di Madrid, l’evento non sarebbe altro che una farsa, del tutto priva di legittimità giuridica (secondo la pronuncia della Corte Costituzionale dello scorso febbraio). Intanto, oltre ai sequestri di schede e alla chiusura forzata dei seggi, il bilancio delle violenze commesse dalla Guardia Civil e dalla Polizia di Stato, chiamati a ‘compensare’ con proiettili di gomma e manganello l’inazione dei Mossos d’Esquadra regionali, è di 893 feriti – con un danno complessivo quantificato in 324000 euro.

Zeid Ra’ad Al-Hussein, Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite, dichiaratosi «molto turbato», ha sollecitato le autorità spagnole ad aprire un’inchiesta «indipendente» sulla degenerazione violenta degli eventi di domenica, sottolineando la grave violazione, da parte delle forze di polizia, dei principi di necessità e proporzionalità dell’azione nello svolgimento delle proprie funzioni.

Mentre assistiamo allo sciopero generale proclamato da più di 40 sindacati contro la repressione, domani pomeriggio, all’Europarlamento di Strasburgo, si terrà una plenaria dedicata alla Catalogna: Stato di diritto verso ‘nuove’ istanze nazionalistiche, diritto al voto e incostituzionalità del quesito referendario, uso / abuso della forza pubblica e ruolo dell’Europa rispetto alle entità politico-territoriali coinvolte dovrebbero essere i temi di fondo dell’agenda.  In merito all’ultimo punto, il Presidente catalano Carles Puidgemont sostiene per primo la necessità di una mediazione che veda, come agente principale, l’Unione Europea.

Dopo l’invito a evitare l’uso della forza, rivolto dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk al Premier spagnolo Mariano Rajoy, il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha già reso noto che, di fronte all’indiscussa illegalità del referendum, le parti dovranno, prima possibile, ricercare il dialogo interrotto senza l’intervento dell’Unione Europea, che in questo processo non avrebbe alcun ruolo: è una questione interna alla Spagna.  La risolutezza dello statement sembra, per certi versi, complementare alla miopia con la quale il Governo iberico sta gestendo lo ‘strappo’ di Barcellona.

La repressione catalana mostra, emblematicamente e con drammatici effetti, segni di ferite aperte su tutto il Vecchio Continente: la crisi dell’unità statale è, in sé, una crisi di polity, riguardando l’iscrizione di una comunità nel proprio territorio. Per le stesse ragioni, essa non può non coinvolgere l’Europa nella sua veste istituzionale.  Sappiamo che esistono contesti locali e nazionali aperti all’Unione Europea, che si oppongono al centralismo degli Stati (pensiamo, ad esempio, all’evoluzione dell’Irlanda). L’Unione si trova, oggi più che in passato, a dover bilanciare le spinte indipendentiste con le ragioni (giuridicamente garantite) della sovranità statale. Nondimeno, le cause profonde di autonomia o di scissione promosse dai leader di diverse realtà politiche nazionali e regionali (Galizia, Paesi Baschi, Catalogna, Slesia, Scozia, Fiandre) son comparabili, ma presentano ciascuna – anche all’interno dello stesso Stato – innegabili specificità storiche.  L’Italia, da sempre frammentata, dopo aver raggiunto un’unità ‘recente’ rispetto agli altri Paesi dell’Unione, presenta localismi variegati fatti di ‘piccole patrie’ che, tuttavia, non sempre assumono connotazioni ufficiali, né tantomeno adottano la retorica secessionista nata nel Nordest, oggi in fase di ripiego verso un regionalismo differenziato. Questo processo di scissione in Italia non si è prodotto.

Quello che è successo in Spagna, dove a Barcellona erano presenti come osservatori i membri di una delegazione del Süd-Tiroler Freiheit, movimento indipendentista della Provincia autonoma di Bolzano, ha sicuramente scaldato gli animi. Ma la solidarietà ai catalani arriva anche dagli esponenti del Süd-Tiroler Volkspartei, (presenti in Parlamento), che hanno caldeggiato un intervento mediatore del nostro governo in favore delle istanze autonomiste, oltre che dai 3 partiti indipendentisti attivi in Sardegna (il Partito Sardo di Azione – il più forte sul territorio regionale – , il  Progres Progetu Repu’blica, riunito intorno alla scrittrice Michela Murgia, e il più piccolo l’Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna).  In Parlamento europeo, a parte la voce isolata del Deputato Gianni Pittella (Socialisti e Democratici), che ha condannato l’atteggiamento del governo spagnolo come dannoso sia alla Spagna che all’intera Europa, non si sono avute reazioni significative. Silenzio anche da Bruxelles, ritenuto inaccettabile dal deputato irlandese dello Sinn Féin Matt Carthy, mentre la premier scozzese Nicola Sturgeon ha invitato Madrid a lasciare che il voto si svolgesse liberamente. Solidali anche  il laburista britannico Jeremy Corbyn e il Premier belga Charles Michel.  Ad essi si aggiunge il coro degli Indipendentisti provenienti da varie latitudini d’Europa, dalla Corsica alla Finlandia.

Le richieste di autonomia, fino alla scissione completa, avvengono in momenti precisi e implicano altrettanto precise questioni economiche e di potere. Ad esempio, l’occasione per il referendum scozzese (per ora  fallito), si è presentata durante il boom del petrolio Brent, greggio di riferimento, il 90% del quale si trova in acque scozzesi. La Catalogna, dal parte sua, che produce quasi il 20% del PIL nazionale, non ha mai incontrato l’accordo del governo centrale volto a ottenere una maggiore autonomia fiscale.

Nella complessità della dinamica autonomista, troveremo fattori profondi (ragioni che determinano il cambiamento sociale) e fattori scatenanti (dispositivi agiti dagli attori del potere, a diversi livelli), capaci di entrare ‘sotto pelle’ e avviare rappresentazioni (immagini, identificazioni) che canalizzano desideri soggettivi e riferimenti capaci di funzionare, in un dato momento, per una collettività. Nella Spagna colpita dalla crisi economica, Catalogna compresa, si è assistito negli ultimi anni a un aumento delle diseguaglianze e alla perdita di lavoro, con tagli all’istruzione, alla sanità e alle politiche abitative superiori al 15 %. La percezione di un depauperamento del proprio status da parte di una forza esterna (nel caso catalano, il Governo centrale spagnolo), è un meccanismo che, storicamente – e una volta innescato nella giusta tempistica -, si ripropone. Da qui l’intesa trasversale tra destra catalanista e sinistra repubblicana sul referendum, abile a riscattare la credibilità della classe politica a livello regionale.

In un articolo pubblicato il 25 settembre sul New York Times, il giornalista e scrittore argentino Martín Caparrós parla del ricorso alla ‘patria’ come di un «vecchio trucco»:  nel 2010, quando il Partito Popolare spagnolo ottenne dalla Corte Costituzionale l’annullamento dello Statuto di Autonomia votato dai catalani 4 anni prima, ebbe inizio il «‘cuentocatalán», la ‘narrazione’ patriottica, efficacemente seguita anche a livello centrale – osserva Caparrós –  da Mariano Rajoy. La ‘patria’ copre errori e responsabilità, trasferendoli fuori dai suoi confini.   Caparrós cita Freud a proposto dei «ricordi-schermo» o «di copertura»: «quelli che servono a nascondere ciò che non sopportiamo ricordare».  Invertendo il senso di proiezione, i «progetti-schermo» sono «utili a occultare quello che non vogliamo prevedere, le minacce al futuro. Ogni religione e un gran numero di discorsi politici ne sono un buon esempio».

Il dispiego di violenza istituzionalizzata al quale abbiamo assistito è, ci domandiamo, un retaggio della vecchia Guardia Civil? Se pensiamo al G8 a Genova, troviamo in parte lo stesso aspetto repressivo: l’ostentazione incontrollata della forza da parte dello Stato, come una molla caricata in silenzio e pronta a scattare in contesti di democrazia, risulta, nei vari collegamenti ‘genetici’ possibili, una cifra della nostra contemporaneità.

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