Catalogna: l’estrema destra visibile ma difficilmente vincente La crisi catalana fa ritornare sotto i riflettori la destra radicale: ne parliamo con gli analisti spagnoli Carmen González e Xavier Casals

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Perché non c’è un’estrema destra forte in Spagna?

Per capire perché l’estrema destra in Spagna non ha trovato consenso parliamo con Carmen González Enríquez, ricercatrice per l’istituto spagnolo indipendente Real Instituto Elcano (RIE), esperta in immigrazione e xenofobia e autrice d’uno studio per questa istituzione che cerca di trovare le ragioni perché non vi è in Spagna una forza importante d’estrema destra oggigiorno. González rivela che, sebbene si trovano le condizioni necessarie per un’ascesa (disuguaglianza, la più acuta dell’Europa, secondo la Commissione Europea, altissimi livelli di disoccupazione, alta immigrazione e discredito della classe politica, dovuto fondamentalmente alla corruzione) ci sono degli elementi particolari che determinano di fatto l’inibizione della destra radicale.

Le tematiche che costituiscono il programma politico dei gruppi di estrema destra (antimmigrazione-xenofobia, antieuropeismo, antiglobalizzazione e nazionalismo) sono molto lontane dalle preoccupazioni concrete della maggioranza degli spagnoli, “popolo fondamentalmente europeista, pro-globalizzazione e che non ha al momento una preoccupazione particolarmente grave sull’immigrazione”. A questo si deve aggiungere la debolezza che mostra il Paese in termini di identità nazionale, causato, secondo González, dalla reazione “contro l’abuso dei simboli nazionali e la retorica nazionalista” del franchismo, che in Spagna (lo stesso succede, ad esempio, in Portogallo) si percepisce molto vivo, a differenza di altri Paesi europei dove la destra populista è in ascesa, resta, dunque, poco attrattivo un discorso nazionalista.

La protesta sociale contro il sistema, invece, è stato molto meglio canalizzato dalla sinistra, prima con il movimento 15-M e dopo con Podemos, “che non è antieuropeo (soltanto critico, ma non vuole abbandonare l’UE), neanche antiglobalizzazione, e senza dubbio non è xenofobo”.

In fine, la legge elettorale rende molto difficile ai partiti nazionali minoritari entrare in Parlamento e porta gli elettori a scegliere per il cosiddetto ‘voto utile’ a la formazione più grande di destra moderata (PP).

Perché adesso l’estrema destra ritorna visibile?

La crisi catalana ha modificato lo scenario politico e fatto venire a gala molte criticità della politica spagnola. La Dichiarazione d’Indipendenza della Generalitat lo scorso autunno ha provocato un risveglio della popolazione pro-unità, anche di quella più tradizionalmente passiva, la quale è ritornata all’utilizzo dei simboli nazionali come non si era mai visto prima nella Spagna democratica. Tutto ciò ha rafforzato quella che fino ad ora era stata una ‘debole identità nazionale’ degli spagnoli.

In questa situazione, nei mesi durante i quali la crisi catalana è stata più acuta, si sono visti vari episodi violenti condotti dall’estrema destra. Addirittura, al termine delle grandi manifestazioni di piazza degli unionisti a Barcellona sono successi alcuni incidenti o, a Valencia, contro i rappresentanti politici di sinistra nella sfilata della festa regionale. Approfittando della situazione, l’estrema destra, che ha sempre condotto le sue azioni quasi in sordina, ha colto l’occasione per mischiarsi tra i costituzionalisti.

Questa ascesa del nazionalismo spagnolo, secondo Casals, non faciliterà l’incremento in termini elettorali dei radicali di destra, perché “la mobilizzazione nazionalista spagnola di questi mesi legata agli eventi in Catalogna è ideologicamente trasversale, comprende settori di destra, centro, sinistra, liberalli… quindi, quando la bandiera dell’unità della patria è difesa da forze istituzionali, l’estrema destra perde la capacità di monopolizzare il tema dell’unità nazionale”. Anche considerando gli effetti sul sentiment dei catalani “dell’applicazione dell’articolo 155 (articolo della Costituzione usato dal presidente Mariano Rajoy per sospendere l’autonomia dopo il referendum) o dei procedimenti giudiziari contro gli independentisiti” non sembra ci sia, secondo Casals, “un grande spazio per l’estrema destra”.

Anche secondo lo storico l’attenzione attirata dall’estrema destra in questo ambito è un fatto episodico, che “gli ha dato una visibilità spropositata rispetto a quella che è la realtà della sua consistenza”. González condivide, affermando che “hanno approfittato queste manifestazioni” perché “il loro scopo era occupare più spazio ed essere più presenti sulle strade, sui media, etc. ma questo non implica che sia cresciuto il supporto in Spagna all’estrema destra”.

Casals avverte che negli ultimi tempi, “è difficili fare previsioni”, “ci sono più incertezze che certezze. L’unica affermazione prudente è che fino a questo momento non esistono elementi che possano cambiare lo scenario in favore della destra radicale”, soltanto può affermare che “l’estrema destra ha capacità di guadagnare certi spazi di rappresentanza politica nell’ambito locale, com’è successo a Catalogna” perché “è lo spazio dove le proposte politiche possono adattarsi meglio a le situazioni concrete”.

Concludendo, i due annalisti considerano molto basso il rischio di vedere in Spagna una forza di estrema destra che assume una rilevanza in termine elettorale, per quanto la politica spagnola sia davvero imprevedibile. Cassals ipotizzacirca un milione elettori potenziali per una possibile opzione di ‘spagnoiltà radicale’, che potrebbe aumentare se si combina con messaggi antimmigrazione”, riferendosi ad uno studio fatto da Carles Castro per ‘La Vanguardia’, che ha fatto una proiezione basata sulle informazioni del Centro de Estudios Sociológicos (CIS)  -organismo ufficiale spagnolo incaricato, tra altre cose, dei sondaggi d’opinione- e che invece colloca fino a 3 milioni di elettori lo spazio possibile per una opzione a destra del PP, eventualmente campeggiata dal ex Premier conservatore Josè Maria Aznar.

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