mercoledì, Luglio 17

Catalogna: la lunga storia del referendum catalano per l’indipendenza Dal marzo 2006 al settembre 2017: dieci anni di scontri

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Ieri è stata una giornata cruciale per la Catalogna e per la Spagna. Quattordici arresti, oltre nove milioni di schede elettorali per il referendum del primo ottobre sequestrate nel corso di 22 perquisizioni eseguite dalla Guardia Civil che è entrata per la prima volta in nove sedi della Generalitat catalana. Lo scontro politico-giudiziario tra le autorità spagnole e la Catalogna, a una decina di giorni dal referendum sull’indipendenza convocato per il primo ottobre, ha raggiunto livelli di guardia. Alla base c’è sempre lo scontro di fondo di due legittimità: da una parte la Catalunya -o almeno una parte della ‘gente di Catalogna’-, che fa leva sul principio di autodeterminazione dei popoli e si ritiene una ‘Nazione’ ; dall’altra la Spagna, o meglio il resto della Spagna, che sostiene che bisogna rispettare la Costituzione. E la Costituzione spagnola lo dice chiaramente: la Spagna è una, e indivisibile.

Il referendum sull’indipendenza catalana previsto per il 1° ottobre che sta lacerando il Paese e creando uno scontro politico, istituzionale e giuridico senza precedenti nella storia della Spagna democratica, ha una storia ormai più che decennale.

E’ il marzo del 2006 quando il Parlamento spagnolo adotta una nuova versione dello Statuto catalano che rafforza l’autonomia della Comunità Autonoma e nel suo preambolo definisce la Catalognauna Nazioneall’interno dello Stato spagnolo. Il nuovo statuto stabilisce inoltre ‘il diritto e il dovere’ dei cittadini catalani di conoscere e parlare le due lingue ufficiali, il catalano e il castigliano.
Ma nel luglio di quell’anno, il partito Popolare di Mariano Rajoy, all’epoca all’opposizione, presenta un ricorso contro il nuovo Statuto dinanzi alla Corte Costituzionale e definisce il testo una minaccia alla unità della Spagna. La decisione della Corte arriva ben quattro anni dopo, nel giugno del 2010, quando il supremo tribunale costituzionale spagnolo annulla una parte dello Statuto catalano, stabilisce che il riferimento alla Catalogna come ‘Nazione’ non ha ‘nessun valore giuridico’ e che la Costituzione ‘non riconosce altro che la Nazione spagnola’.
La Corte nega l’uso della lingua catalana come prima lingua nelle amministrazioni catalane e sui mezzi di comunicazione. La decisione della Corte scatena la reazione di parte di una fascia di catalani, e un mese dopo alcune migliaia di persone scendono in piazza al grido di ‘Siamo una Nazione, decidiamo noi’.

Una manifestazione molto più imponente si terrà due anni dopo, l’11 settembre del 2012, quando quasi un milione di persone invadono le strade di Barcellona in occasione della ‘Diada catalana’, la festa catalana, con lo slogan ‘Catalogna prossimo stato d’Europa’.
Nel frattempo Rajoy è arrivato al Governo di Madrid con la promessa di una drastica politica fiscale di austerità. In questo quadro, il premier dei popolari nega al Presidente della Catalogna, Artur Mas, un nazionalista e conservatore con poche velleità indipendentiste -che ha tentato nei limiti del possibile di non esacerbare lo scontro-, una maggiore autonomia fiscale per la Catalogna, così come invece avviene per i Paesi Baschi e la Navarra. Pochi mesi dopo, Mas vince le elezioni catalane con la promessa di celebrare un referendum sull’autodeterminazione. Il sentimento indipendentista cresce e l’anno dopo, sempre in occasione della ‘Diada’, i manifestanti formano una catena umana di 400 km per tutta la regione, come segno di volontà di indipendenza della regione di sette milioni e mezzo di abitanti, la più ricca della Spagna di cui produce il 18% del Pil.
Il 9 novembre del 2014 la Catalogna organizza una consultazione simbolica, non riconosciuta dal Governo di Madrid e dalla Corte Costituzionale che la giudica illegittima. Al referendum il voto favorevole all’indipendenza raggiunge oltre l’80% ma la partecipazione è modesta, va alle urne solo il 36% degli aventi diritto.
Il 27 settembre del 2015 la Catalogna va alle urne e le elezioni anticipate si presentano come un plebiscito a favore o contro l’indipendenza. I partiti separatisti, di destra e di sinistra, arrivano al 47,8% e per la prima volta sono maggioranza al Parlamento catalano.
Il 9 novembre del 2015 la Camera catalana adotta una risoluzione con cui lancia il processo che deve concludersi con la proclamazione dello Stato catalano indipendente in forma di Repubblica al massimo nel 2017. La risoluzione sarà annullata dalla Corte Costituzionale. Il 10 gennaio del 2016, Carles Puigdemont, separatista da sempre, diventa presidente della Generalitat di Catalogna e nel giugno del 2017 annuncia la celebrazione di un referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre, malgrado il divieto della giustizia spagnola. Lo stesso Governo di Rajoy assicura da subito che “il referendum non si celebrera’”. A settembre la Corte Costituzionale sospende il decreto con cui il Governo catalano ha indetto il referendum e il Parlamento catalano, per tutta risposta, approva la cosiddetta ‘legge di rottura’, un provvedimento di transizione con cui si stabilisce di fatto il passaggio istituzionale della Catalogna verso l’indipendenza e la Repubblica in caso di vittoria delSi’ al referendum. Ma la Corte sospende anche questa legge. Gli indipendentisti ripetono che il referendum si farà. Le autorità spagnole ribadiscono che faranno di tutto per evitarlo.

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