giovedì, Ottobre 29

Catalogna: il referendum e il ruolo della comunicazione A colloquio con il Professor Gianpiero Gamaleri, Docente di ‘Sociologia dei processi culturali e comunicativi’ all'Università degli Studi Roma Tre

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Come annunciato, oggi sciopero generale, indetto da gran parte delle sigle sindacali catalane. La Catalogna ha dunque manifestato contro le pressioni del governo centrale. L’ esito del referendum è stato a favore dell’ indipendenza: più del 40% degli aventi diritto si è recato alle urne e circa il 90% ha votato ‘Sì’. Il Presidente della Generalitad catalana, Carles Puigdemont, ha ribadito la necessità del dialogo con Madrid. Non della stessa opinione pare il Premier spagnolo Mariano Rajoy.

Numerosi gli anziani che, nonostante i problemi fisici, si sono recati alle urne. Grande è stata la mobilitazione. Anche l’ opinione pubblica internazionale non ha tardato ad esprimere il proprio sostegno o rifiuto. Le immagini degli scontri con la Guardia Civil hanno certamente contribuito.

La passione è stata centrale. Che ruolo ha avuto, nella consultazione referendaria, la comunicazione, la strategia comunicativa? Lo abbiamo chiesto al Professor Gianpiero Gamaleri, Docente di ‘Sociologia dei processi culturali e comunicativi’ presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Università degli Studi Roma Tre, oltre che eminente firma del giornalismo italiano.

Siamo nell’ era dello storytelling. Quale ruolo, secondo lei,  ha giocato la comunicazione nel referendum per l’ indipendenza della Catalogna? E’ stato un successo?

Ha giocato nel senso che ha reso reale uno slogan virtuale. Spesso ci sono dei messaggi virtuali che sono fini a se stessi. In questo caso, invece, questi messaggi virtuali hanno dato luogo ad un movimento, ad un’ azione politica molto energica, molto ampia, molto dilatata e molto efficace. E questo è l’uso più appropriato di questi mezzi. Facendo un po’ di filosofia, l’ uomo non è virtuale. L’ uomo, nel senso di figura umana, è reale, è analogico, ha i cinque sensi. Quindi ha bisogno che il virtuale si traduca in mobilitazione di quello che Pietro Prini ha definito ‘il corpo che siamo’, mosso dall’ intelligenza, dalla passione, dai sentimenti, dalle strategie. Quindi credo che, come in altri episodi anche recenti, il virtuale, ossia i social, abbiano avuto un ruolo importante, decisivo per questo tipo di azione, indipendentemente da come la si giudichi politicamente, se opportuna o divisiva. Non so se attribuire anche ai social un elemento che è stato anche fortunato: ossia ‘non c’è scappato il morto’.

Anche se si è andati molto vicino, vedendo le prime immagini.

E’ stato un miracolo. L’ uccisione di una persona diventa, in certe circostanze, un elemento decisivo come nel caso del G8 di Genova nel 2001 quando ci fu la morte del giovane Giuliani con tutte le conseguenze che si sono trascinate fino ad ora.

Il successo è derivato, quindi, dalla capacità di coinvolgere le donne e gli uomini nella loro interezza, stimolandone la passione.

Sì e questo ci porta ad una riflessione: l’uso politico dei social è efficace se porta a delle mobilitazioni personali. Faccio un esempio: abbiamo visto tra la folla padri con il bambino in braccio, anziani con il bastone, qualcuno che si recava ai seggi in carrozzina. Persone, anziani o piccoli, che non vengono influenzati e, soprattutto nel caso dei piccoli, raggiunti dai social. Tuttavia questo flusso generato dal passaparola elettronico crea una mobilitazione generale di tipo anche imitativo che porta all’ efficacia di queste azioni.

Gli anziani sono un po’ diventati il simbolo della resistenza alla pressione esercitata dal governo di Madrid e questo non ha lasciato indifferente nemmeno parte dell’ opinione pubblica internazionale.

Certamente. Difatti, ci sono sempre due livelli, tra loro molto distanti, in queste circostanze: da una parte, la folla, la massa, l’insieme; dall’ altra, i cosiddetti ‘primi piani’, l’ anziano che cade o come accaduto recentemente durante lo sgombro di ‘Via Curtatone’ a Roma, la carezza del poliziotto alla signora di colore che doveva abbandonare la sua casa. Ecco queste diventano delle icone, in cui tutta la sensibilità della pubblica opinione internazionale, mobilitata dalle immagini di massa, viene poi catalizzata dal singolo episodio che mette dentro l’ elemento qualitativo che alimenta il giudizio. Tra l’altro, chi opera in questo campo deve stare molto attento perché basta un’immagine di questo genere per cambiare l’ orientamento dell’ opinione pubblica internazionale. Altro esempio significativo è stato quello dello sgambetto della giornalista al profugo. Icone che passeranno alla storia più dei movimenti di massa stessi.

Torna alla mente la famosa immagine dell’ ‘Uomo del carro armato” risalente alla protesta di Piazza Tienanmen in Cina.

Il senso è quello. In fondo, ritorna la dialettica, un po’ biblica, ricordata anche da Papa Francesco di ‘Davide e Golia’. Di ‘Davide’ ce ne sono tanti nella folla e se uno di loro riesce a farsi riprendere o il giornalista ha la fortuna di poter cogliere quell’ attimo in cui ‘Davide’ sta compiendo il suo gesto, ecco che diventa un’ icona che trapassa lo spazio e il tempo.

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