giovedì, Novembre 14

Catalogna: indipendentisti o populisti? e la Spagna si radicalizza Inizia avanzare un pensiero che da Bruxelles a Madrid sta insinuandosi nell'establishment: e se fosse solo populismo? E se il populismo fosse solo l’autoassoluzione di una politica malata?

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La protesta in Catalogna si sta radicalizzando, e si sta radicalizzandoin Spagnala reazione alle proteste. Una radicalizzazione dal comprendere.
Dopo il lunedì del blocco all’aeroporto di El Pratil martedì è stato ancora più cattivo’, con un bilancio che a tarda notte era di 125 feriti e 51 arresti -cifre per nulla consolidate.
Scontri tra i Mossos d’Esqaudra, la polizia catalana, e i manifestanti, che nel capoluogo catalano erano oltre 40 mila persone che hanno assediato la sede della delegazione del Governo di Madrid. La Polizia è intervenuta caricando diverse volte e usando non solo i manganelli ma anche lanciando lacrimogeni e sparando proiettili di gomma. I manifestanti per parte loro hanno lanciato contro la Polizia petardi , lattinepietre e altri oggetti e accesi falò. Scene simili a queste di Barcellona si sono registrate anche a Girona, Tarragona, Lleida, Maiorca, Paseo de Gracia, Provença e in alcuni centri minori, sempre davanti alla sede della delegazione del Governo. A Girona si sono presentate 9 mila persone, secondo quanto riportano gli organizzatori. A Barcellona c’è da registrare anche un cameraman di ‘Reuters’ – chiaramente identificato come giornalista da un bracciale- colpito da dietro dalla Polizia a una gamba mentre filmava contro i manifestanti.

Un comunicato emesso poco prima della mezzanotte dal Governo di Madrid parla di «una minoranza che cerca di imporre la violenza in Catalogna». E’ evidente, prosegue la nota, che non è in azione «un movimento pacifico di cittadini», ma che i disordini «sono coordinati da gruppi che utilizzano la violenza nelle strade per colpire la convivenza in Catalogna», si legge nel comunicato. Questa è la lettura del Governo. Ed è il primo dato ‘politico’ forte da appuntare. L’Esecutivo del socialista Pedro Sanchez assicura, infine, che il suo obiettivo rimane quello di «garantire la sicurezza e la convivenza in Catalogna»e avvisa che in caso di necessità agirà in tale tal sensoE il Governo è incalzato dal Presidente del PP, Pablo Casadoil quale ha chiesto di attivare subito la Ley de Seguridad Nacional ( legge sulla sicurezza nazionale)che, a differenza del famigerato articolo 155, applicato nel 2017, non toglie i poteri al Governo locale catalano, è una norma che mira a «garantire la difesa della Spagna e dei suoi principi e valori costituzionali» e «proteggere la libertà e il benessere dei cittadini» in modo coordinato e rafforzato tra le amministrazioniquella locale, in questo caso catalana, e quella statale il tutto sotto il comando dell’Esecutivo nazionale, la norma consente al Consiglio dei ministri di approvare un decreto reale per garantire la sicurezza di una delle autonomie, in situazione in cui in gioco vi sia l’interesse per la sicurezza nazionale.
Il Governo ‘deve agire e proteggere i cittadini dai radicali separatisti’ è l’opinione che si sta facendo strada in molte forze politiche di Madrid.

Tutte le prime pagine dei quotidiani spagnoli oggi hanno aperto con titoli e foto praticamente convergenti. La Spagna si sta incattivendosia dalla parte degli indipendentisti -il fronte che praticamente tutti i media mettono in evidenza, e questo è il secondo dato ‘politico’ da registrare-, sia dalla parte di quelli che per comodità chiameremo ‘unionisti’, cioè degli oppositori all’indipendenza catalana.

Ultimo ma non ultimo tassello, il terzo dato politico -per altro, forse il più pericoloso per l’evolversi della situazione-: si comincia sostenere che Joaquim Torra, Presidente della Generalitat de Catalunya, per tanto ‘la Generalitat’, il Governo locale catalanostia perdendo il controllo della protesta, o, per meglio dire, che la protesta sia non solo controllata dall’esterno, ovvero da Carles Puigdemontma che i manifestanti siano molto distanti dalle posizioni e azioni di quello che dovrebbe essere il loro’ governoLa strada sta sfidando allo stesso modo sia il governo centrale di Madrid sia le autorità regionali, in un panorama catalano politicamente sempre più frammentato e che non riesce sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda di una piazza che comincia essere vissuta con fastidio, come ‘nemica’.
Come Madrid, anche la Generalitat dà una lettura di questa piazza che suona riduttiva, forse autoassolutoria: l’indipendentismo catalano si è sempre vantato di essere un movimento pacificocontinua essere talei violenti sono ‘altro’, si tratta di un ‘gruppo isolato’, ‘frange’, insomma la ‘minoranza’ di cui parla il comunicato di questa notte de La Moncloa, e «iGoverno regionale condanna tutte le azioni violente, come abbiamo sempre fatto», ha detto la portavoce della Generalitat, Meritxell Budo.
In questo filone si inseriscono le asserzioni che dietro a Tsunami Democràtic, la piattaforma social che sta organizzando le manifestazioni in strada, ci siano forze esterne, tracce condurrebbero a Waterloo, ovvero a Puigdemont, come prova ricostruire ‘El Confidencial, secondo il quale «all’origine dello Tsunami Democràtic, tutte le strade portano a Waterloo».

Sullo sfondo di tutto questo inizia avanzare un pensiero che da Bruxelles a Madrid sta insinuandosi nell’establishment: e se fosse solo populismo? Pensiero che chi lo avanza lo pone come affermazione.

Una prima uscita pubblica forte di questa ipotesi è sta di ‘El Pais’, il 4 ottobre scorso, quando nell’aria vi erano già timori in vista della sentenza di lunedì 14 ottobre. L’autorevolissimo quotidiano spagnolo è uscito con un articolo dal titolo ‘No nos engañemos, era populismo’, a una firma ‘pesante’, quella di Lluis Bassets, catalano doc, uomo del nucleo dei fondatori dell’edizione del quotidiano in Catalogna.
La sintesi del lungo intervento è tutta nel sottotitolo: l’indipendentismo catalano ha coinciso con l’ondata anti-élite causata dalla crisi del 2008 e ora inizia svelarsi come la variante del nacional-populismo internazionale.
Quello di Bassets è un testo di attenta e dettagliata analisi politica. In pochi passaggi descrive il populismo che a suo parere è insito nell’indipendentismo catalano. «Era populismo», dice, e lo è stato fin dal primo giorno. Un populismo che nascondeva e resisteva a chiamarsi con il suo nome, ma che aveva già tutte le caratteristiche classiche del populismo. Caratteristiche descritte in poche secche pennellate. «L’antipluralismo derivante dalla divisione tra un ‘noi’ e un ‘tu’. Approccio anti-politico e antipartitico all’organizzazione dei cittadini. Tendenza alla cospirazione nello spiegare le difficoltà politiche. Interpretazione deterministica e messianica della storiaAbilità persuasiva attorno all’idea di storia e post-veritàEsaltazione di una democrazia diretta che ha un momento culminante e salvifico in un voto plebiscitario con la capacità di cambiare definitivamente il corso delle cose. E, persino, una tendenza a malapena repressa dal culto al leader, nonostante il fatto che i tempi attuali siano precisamente di grande mediocrità e crisi nelle leadership».

Tratti mantenuti debitamente nascosti, negati e travisati dall’apparato di propaganda, potente, efficace, professionale, e dall’uso del Governo e delle istituzioni di autogoverno da parte del movimento. Un processo quasi da manuale, secondo Bassets.

Ci sono almeno tre elementi originali del populismo nazionalista catalano, afferma Bassets «che ora possiamo chiamare nazionalpopulismo. La prima è la dualità dell’organizzazione e dell’impulso, dalle istituzioni autonome e dalle organizzazioni della società civile. Non è un movimento che arriva al potere, come è successo ovunque, ma un potere che scopre il movimento, un populismo quindi di doppio impulso, dall’alto e dal basso» , per tanto molto più potente..

Il secondo tratto distintivo «è che il suo rifiuto delle élite, fondamentale in tutto il populismo, nel caso catalano si concentra, anche se non esclusivamente, sulle élite spagnole. Le élite catalane, che esistono e che hanno abbastanza potere, anche nell’arena spagnola, devono essere neutralizzate», o sono con gli indipendentisti o almeno non devono essere contrarie.

Il terzo elemento caratterizzante «è la forma di esclusione praticata dal nazionalismo indipendentista. Ci deve sempre essere esclusione nel populismo di destra o di sinistra. Con la particolarità che la destra esclude lo straniero, l’immigrato o il cittadino di una religione diversa dalla maggioranza, in uno schema apertamente etnico e xenofobo, mentre la sinistra esclude coloro che giocano il gioco allo status quo e alle élite e non aderisce all’unanimità». Nel caso catalano l’esclusione scatta dopo aver incitato a sostenere il diritto all’autodeterminazione, e più che esclusione è emarginazioneè un mettere a tacere. Il tutto in un contesto catalano ricco «di populismi di destra e di sinistra attorno alle identità spagnola e catalana».

Primo segnale del populismo insito nell’indipendentismo catalano, Bassets lo fa risalire ad un manifesto elettorale di Artur Mas del 2012, in cui Mas appariva con le braccia alzate, rivolto alle esigenze della gente, tanto da sembrare un protagonista di ‘The Ten CommandmentsImmagine iniziale definita premonitrice, «tutto era già lìil popolo, il destinoil leader, la volontà o persino la volubile reminiscenza del famoso ‘Il trionfo della volontà, il film del 1935 di Leni Riefenstahl. Primo segno di populismo, quindi, ma un segno intero, totale, dove non manca nulla. Perfino l’uomo forte che di solito culmina nella traiettoria populista, identificato con ‘la volontà di un popolo’, che è ciò che lo slogan diceva di quelle elezioni in cui il Presidente della Generalitat chiedeva una maggioranza indistruttibile per sfidare la maggioranza assoluta di Mariano Rajoy e iniziare il viaggio ‘verso una destinazione sconosciuta’». Bassets non risparmia i paragoni con Matteo Salvini, Donald Trump, Viktor Orbán.

Nè sono mancati nel tempo molti altri segni che però sono stati minimizzati.

«Ora il negazionismo del populismo ha smesso di funzionare. È tutto molto chiaro. È difficile da confondere, non tanto per l’improvvisa lucidità degli osservatori quanto per l’emergere di prove incontestabili. È identificato all’esterno e riconosciuto all’interno».

Bassets richiama due intellettuali, Salvador Cardús e Francesc-Marc Álvaro, i quali sottolineano che il populismo dell’indipendentismo «è già un dato di fatto, sebbene di dimensioni difficili da misurare». Tutto questo fa dire che dopo sette anni, da questa consapevolezza deve nascere la reazione, ma «siamo lontani, ancora lontani, dall’Itaca del recupero della ragione e della concordia».

Un dato di fatto il populismo degli indipendentisti catalani lo è anche per chi da Bruxelles osserva gli europei come Luis Garicano, economista spagnolo di alto rango, uomo di Ciudadanos, al momento vicepresidente dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

«I separatisti hanno cercato di dividere la società catalana nello stesso modo in cui populisti nativisti fanno altrove»scrive Garicano in un intervento su ‘Politico nel quale difende la correttezza della sentenza contro i separatisti del 14 ottobre. «Negli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump ha raggiunto il potere impiegando una retorica del ‘noi contro loro’, che ritrae messicani americani e musulmani come non ‘veri americani’. Abbiamo visto un processo simile avvenire nel Regno Unitodove i populisti ritraggono tutto come colpa delle marce élite europee. Ma da nessuna parte il processo di divisione della popolazione in due si avvicina al limite come in Catalogna», dove, precisa, solo il 41,2 percento dei catalani ha dichiarato di sentirsi ‘tanto spagnolo quanto catalano’, e solo il 20,1 percento ha dichiarato di sentirsi ‘solo catalano’. Una minoranza, ‘la minoranza’ richiamata dal Governo di Madrid nella importante nota della scorsa notte.

«I separatisti catalani hanno sviluppato una narrativa populista classica di ‘un solo popolo’ (‘un sol pobleche combatte contro oppressori stranieri e non democratici che ‘rubano dalla Catalogna’. Coloro che sentono, in proporzioni diverse, sia catalani che spagnoli sono trattati come traditori della loro lingua e Paese e privati di alcuni dei loro diritti civili», insomma l’emarginazione della quale parlava Bassets.
Garicano richiama Jordi Pujol, come colui che «è riuscito a inculcare in Catalogna un’ideologia suprematista ed etnocentrica sotto un mantello di liberalismo».

Come giustamente richiama Garicano le connotazioni populiste che a tratti si sono spinte al suprematismo erano già state evidenziate negli ultimi tempi da più parti. Oggi pare che il populismo insito nell’indipendentismo catalano, chiaramente esploso nel corso delle manifestazioni delle ultime 48 ore, sia diventata l’arma di difesa e la risposta degli unionisti. Bassets stesso, però, pare molto chiaro: individuata la ‘malattia’ serve ideare una risposta alle istanze che stanno alla radice del conclamarsi della malattia. Madrid, ma anche Barcellona, come per altro buona parte degli altri malati d’Europa, non sembrano ancora rendersi conto della necessità di provare applicarsi nella ricerca e nella preparazione dell’antidoto.

Intanto in Catalogna le proteste continuano, e la radicalizzazione cresce.
Oggi sono state indette le ‘marce per la libertà’, sabotate linee ferroviarie, l’aria che si respira è quella di una guerriglia.
Il Primo Ministro Pedro Sanchez ha convocato i leader dei principali partiti dell’arco parlamentare, a partire dall’opposizione di destra, centro e di estrema sinistra (Partito popolare, Ciudadanos e Podemos), nel tentativo di trovare una risposta condivisa all’emergenza. Nelle stesse ore, un pesante pronunciamento contro la sentenza di lunedì è arrivato dall’Associazione nazionale giuristi democratici, che parla niente meno che di «vulnus alla democrazia e alla libertà di noi tutti, inferto dal Tribunale supremo spagnolo che conferma taluni suoi inquietanti caratteri genetici di stampo schiettamente franchista».

Come volevano i manifestanti: Hong Kong si è trasferito a Barcellona, e potrebbe infettare tutta la Spagna.

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