sabato, Febbraio 22

Catalogna: in gioco c’è lo Stato moderno, ergo, il problema è europeo Il filosofo Carlo Lottieri, autore, insieme a Marco Bassani, del ‘Manifesto in difesa dei diritti dei catalani’, ci spiega perché la Catalogna è un ‘affare’ europeo che dovrebbe preoccupare ognuno di noi

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Ieri, dopo aver fatto un secondo giro di consultazioni, e dopo che scorsa settimana il Presidente deposto – e ora in esilio a Bruxelles per sfuggire alla giustizia spagnola -, Carles Puigdemont, aveva annunciato di essere disposto a farsi da parte, il Presidente del Parlamento catalano (il Parlament), Roger Torrent, ha ufficializzato la candidatura del leader indipendentista Jordi Sanchez alla presidenza della Generalitat della Catalogna.

La candidatura di Sanchez è sul tavolo da fine gennaio, quando la politica catalana aveva iniziato a rendere evidente quanto gli analisti più attenti avevano già ampiamente previsto, ovvero che il piano politico di Torrent fosse trovare un nome alternativo a Puigdemont.  Sanchez, però, è detenuto dal 15 ottobre scorso, a Madrid. Il Parlament nei prossimi giorni – la data non è ancora stata fissata – dovrà votare l’investitura, ma allo stato attuale Sanchez non è sicuro né di ottenere la maggioranza – all’interno del campo indipendentista (il centrodestra di JuntsXCatlunya, partito di Puigdemont, la sinistra repubblicana di Erc e quella radicale della Cup) che ha la maggioranza dei seggi nel Parlament, manca un accordo univoco sul suo nome, CUP, i cui voti sono essenziali, al momento non sarebbe disposto supportare Sanchez  a meno che il programma del suo Governo menzioni esplicitamente la secessione, anche unilaterale, l’unico punto su cui non si può fare concessioni, pena un nuovo intervento della Magistratura -, , soprattutto, se la sua investitura e l’eventuale elezione possano essere giuridicamente valide.

L’ex leader dell’Anc Sanchez è  in carcere con l’accusa di ribellione e sedizione, e la sua candidatura alla guida della Generalitat potrebbe far scattare un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale che bloccherebbe l’investitura.   Questo a deciderlo sarà il giudice della Corte Suprema Pablo Llarena , sarà il giudice, infatti, in ultima analisi, a deciderà se Sànchez può o non può partecipare a pieno alla vita politica catalana fino all’assunzione della Presidenza del Governo locale – che, stante la situazione attuale di detenzione, dovrebbe essere condotta dalle patrie galere. Infatti, oggi Sanchez ha fatto pervenire alla Corte una richiesta di libertà sottolineando come la sua liberazione sarebbe funzionale a «preservare il normale funzionamento delle istituzioni catalane e la piena legittimità democratica del futuro esecutivo catalano».

Nuovamente, insomma, la vicenda catalana più che in mano alla politica è in mano alla Magistratura, la quale, per altro, nel sistema spagnolo, è controllata dal potere politico. E sempre più la vicenda catalana si conferma essere tutt’altro che un problema interno spagnolo, come nei mesi scorsi Bruxelles lo ha catalogato. Il tema catalano è un tema che investe l’Europa e il futuro del concetto stesso di Stato e di cittadinanza.

A porre il problema in Italia è stato, nei giorni scorsi, il ‘Manifesto in difesa dei diritti dei catalani – PRO CATALOGNA. DIRITTI, DEMOCRAZIA E INDIPENDENZAproposto da Carlo Lottieri, docente di Filosofia del Diritto a Verona e Filosofia delle scienze sociali alla Facoltà di Teologia di Lugano, e da Marco Bassani, ordinario di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, studioso del federalismo e già collaboratore di Gianfranco Miglio all’interno della Fondazione Italia Federale.

Il “manifesto è stato redatto il 3 marzo e pubblicato il giorno dopo: a urne aperte”, ci spiega Lottieri. “È quindi molto presto per fare un bilancio, ma l’impressione è che negli ambienti più liberali e più favorevoli al riconoscimento del diritto ad autogovernarsi verrà accolto bene”.

Professor Lottieri, si tratta di un manifesto indipendentista o che altro?

In senso stretto, non si tratta di un manifesto indipendentista, perché una cosa è riconoscere il diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi e altra cosa è volere che necessariamente ogni comunità si distacchi dallo Stato in cui si trova. Molti filosofi politici (penso, ad esempio, a Christopher Wellman ) sono contrari in linea di massima ai processi secessionisti, ma ritengono anche in una società libera si debba riconoscere a ogni gruppo -si chiami Catalogna o Tabarnia…- il diritto di sganciarsi dallo Stato nazionale in cui si trova. Wellman usa questa formula: si può essere in linea di massima contrari al divorzio, ma non per questo voler negare a due persone la possibilità di sciogliere il loro matrimonio.

A livello europeo ci sono altre iniziative di questo genere?

Ce ne sono. Penso tra le altre a quella avviata dal professor Axel Schoenberger , che ha raccolto circa 50 mila sottoscrizioni. In linea di massima, però, si tratta di attività di solidarietà sostenute prevalentemente dai gruppi indipendentisti, mentre è triste constatare il cinismo con cui da più parti si assiste alla cancellazione di diritti fondamentali senza reagire e senza rimanere indignati.

Voi nel documento parlate di ‘un’emergenza catalana’. Ci spieghi bene quali sono secondo lei i termini di questa ‘emergenza’.

In Catalogna vi sono dirigenti di associazioni culturali ed esponenti politici che sono stati messi in prigione non già per aver torto il capello a qualcuno, ma semplicemente perché accusati di aver provato a garantire il diritto di voto ai propri concittadini. Al contrario, sono a piede libero responsabili politici e poliziotti che il primo ottobre hanno aggredito in maniera brutale quanti stavano offrendo, nelle scuole dove erano allestiti i seggi, la facoltà offerta ad ognuno di scegliere tra la monarchia spagnola e la repubblica catalana.
Per di più, usando in maniera abusiva una Costituzione che già di suo è profondamente illiberale, si è proceduto all’annullamento delle autonomie locali. L’obiettivo, ora, è di privare i catalani del loro diritto a studiare nella lingua dei padri e avere un’informazione nel proprio idioma. C’è soprattutto un clima di intimidazione che ha spinto molte aziende a spostare la propria sede via dalla Catalogna.
In sostanza Madrid cerca di criminalizzare gli indipendentisti, facendo della richiesta del diritto di votare un problema di ordine pubblico e diritto penale, sperando in tal modo di soffocare le aspirazioni catalane all’autogoverno. Fortunatamente i catalani sono molto determinati e hanno ben chiaro che devono continuare a condurre la loro battaglia senza mai ricorrere alla violenza: quali che siano i comportamenti del potere spagnolo.

Mi pare che il vostro manifesto stia dando per scontato che c’è una maggioranza di catalani che punta all’indipendenza. Ma il voto non ha restituito questa maggioranza di forze indipendentiste. Dunque?

Non è così. Il manifesto vuole solo difendere il diritto di tutti i catalani a poter esprimersi, poiché la Catalogna non può essere spagnola solo perché nei secoli scorsi alcune vittorie militari hanno permesso al regno di Spagna d’inglobare questo territorio. Spesso la stampa si chiede se vi è, oppure no, una maggioranza in Catalogna favorevole all’indipendenza: quello che sappiamo -dal voto- è che le tre forze apertamente indipendentiste sono più forti delle tre forze unioniste, ma poi c’è da verificare dove andrebbero i voti di Podemos (che non si colloca né con gli indipendentisti, né con le forze nazionaliste spagnole) qualora la cittadinanza dovesse scegliere tra Spagna e Catalogna. Se il Governo controllato dalla destra spagnola il primo ottobre non avesse usato la violenza per impedire il voto, oggi sapremmo se i catalani sono prevalentemente per l’indipendenza o per lo status quo.

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