giovedì, Novembre 14

Catalogna: illegittimità e infondatezza di una pretesa L’autodeterminazione ‘spetta’ ai popoli e non alle etnie. In uno Stato se una parte intende separarsi, può farlo, ma solo alla condizione precisa che tutto lo Stato sia d’accordo, e la Spagna non lo è

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Qualche tempo fa -oggi sembra un’era fa- un signore discinto, con la camicia stazzonata, urlante, non esattamente raffinato e con seri problemi di congiuntivi, di nome Bossi Umberto, sosteneva, sbracciandosi nella descritta tenuta (oggi usuale a molti altri suoi simili, su balconi o in spiagge, senza vergogna) che i lombardi (lui li chiamava lumbard), e anche altri abitanti dell’Italia del Nord, avevano bisogno, anzi, diritto, all’autodeterminazione: all’autodeterminazione della Padania’, così chiamò il territorio che aspirava a rendere indipendente.

Qualcuno, meno attento (e anche cinico, diciamo la verità) di lui, a Venezia, fece una mezza rivoluzione ridicola, che non ebbe seguito, ma servì ad aizzare l’ostilità sorda verso Roma.

Il seguito fu: che del problema del Nord italiano si cominciò a parlare in termini più seri di quanto non fosse mai stato prima; che in molti casi, purtroppo, gli abitanti di quelle zone cominciarono a parlare di terroni e a non volerli nelle loro case e nei loro ristoranti (poi si sono ‘evoluti’ e oggi non ce l’hanno più, pare, solo con i terroni, ma con i negri e i marocchini, ecc.); che quegli spiritosi veneti furono arrestati, processati e condannati. Certo, poi, quei cari ragazzi dell’Alto Adige, hanno ricominciato la loro ‘battaglia’, nel silenzio generale del nostro sedicente Governo, tutto preso a contrattare un evasore in più.

Il tema era ed è l’autodeterminazione dei popoli? No, non c’entra nulla, e non c’entra nulla, perché l’autodeterminazione dei popoli è una cosa seria, serissima, inadatta a gente scamiciata o in mutande sulle spiagge, ma anche con i calzoncini di cuoio adusi a darsi grandi pacche sui glutei e a vendere liberamente mele, pere, prosciutti e altro, grazie al fatto che non pagano dogana in Italia.

Il caso oggi più clamoroso (a parte, lo ripeto perché il pavido silenzio del Governo disgusta, ma si tratta della solita classica normale ipocrisia, a parte, dico, i Bolzanini o simili, che andrebbero ‘stangati’ duramente) è quello della Catalogna, di nuovo quello della Catalogna. Che, forse con maggiore serietà di Bossi e dei suoi eredi, da tempo rivendica l’autodeterminazione, sulla base della sua identità etnica diversa da quella del resto della Spagna, sia pure dimenticando che anche altri in Spagna, si sentono diversi, i baschi ad esempio, ma hanno capito l’insensatezza del tutto, come a suo tempo lo capirono i siciliani (antesignani in Italia) o i napoletani … troppo ‘meridionali’ per mettersi a fare rivoluzioni! Naturalmente scherzo, eh, sono napoletano anche io e ne sono orgoglioso, ma mi irrita assai il solito napoletani pizza e mandolino.

L’autodeterminazione dei popoli è un istituto di diritto internazionale di una importanza fondamentale, perché è stato quello sulla base del quale la gran parte del mondo (avete letto bene, la gran parte del mondo) ha potuto conquistare l’indipendenza dovuta, a costo spesso (quasi sempre) di lotte sanguinose contro i Paesi colonizzatori, per lo più europei e statunitensi. Lotte, cioè, contro l’oppressione non per, come spesso accade, l’egoismo.

E il diritto internazionale, dopo un dibattito lungo e faticoso, ha indicato che l’autodeterminazionespettaai popoli e non alle etnie, e meno che mai alle Nazioni o presunte tali.

Non vi faccio perdere tempo raccontandovi in termini giuridici il perché di questa affermazione. Mi limito a sottolineare una motivazione di carattere politico, anzi, logico.

Si tratta di prendere atto della realtà dei fatti, che sono l’esistenza degli Stati e dei popoli che li abitano, ivi compresi i territori sotto dominazione coloniale che, nel tempo, hanno finito per far sì che gli abitanti (il popolo) si ‘sentisse’ parte di quello che poi sarebbe diventato uno Stato, magari a seguito di una rivoluzione, di una guerra contro lo Stato coloniale, oppressore.
Questa, storicamente, è la realtà dei fatti. Gli Stati si sono costruiti nel tempo per il fatto che le rispettive popolazioni hanno accettato, deciso o, anche, sono state costrette a restare insieme, rinunciando, magari senza proprio volerlo, alla propria individualità.

La stessa storia ha costruito la norma attuale che regola l’autodeterminazione, stabilendo che l’indipendenzaspettaai popoli che storicamente convivono su un determinato territorio. Il principio, che con riferimento alle colonie, si è manifestato nella regola della indipendenza nei confini ‘ereditati’ dal colonialismo: appunto, in “quei” confini.

La Comunità internazionale, in particolare attraverso le Nazioni Unite, ha fissato una serie di punti fermi, fermissimi, in due importanti occasioni.
Nel 1960, con due importanti risoluzioni della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si è affermato innanzitutto che tutti, ma proprio tutti, i popoli (appunto, i popoli) hanno diritto a diventare indipendenti, cioè a costituire uno Stato autonomo -in realtà non è un diritto ma sorvolo sui tecnicismi.
Il principio è stato veramente rivoluzionario, perché nella sua applicazione ha determinato la nascita di oltre cento Stati, tutti accomunati da un principio ‘sacrosanto’, ovvero l’inviolabilità e l’unità del territorio di ciascuno Stato.
Qualcuno forse ricorderà che quando la UE ha adottato a decisione di invitare gli Stati membri a sospendere le forniture militari alla Turchia, ha premesso una frase in cui ribadiva il proprio rispetto per l’unità e l’inviolabilità territoriale della Siria. Tutti sappiamo cosa accade in Siria, quanto sia divisa e contesa da mille pretese; eppure, perfino la ipocrita al massimo UE ha tenuto a riaffermare quel principio.

Principio che ha un risvolto estremamente importante, del quale nessuno parla mai e che era ignoto anche a Bossi a suo tempo. E cioè che in uno Stato se una parte intende separarsi, può farlo, ma solo alla condizione precisa che tutto lo Stato sia d’accordo.
Quando ad esempio la parte di lingua francese del Canada voleva separarsi dal resto del Canada, la Corte Suprema canadese espresse esattamente questa regola, impedendo la separazione. Che in qualche caso è avvenuta in contravvenzione al diritto internazionale (si chiama secessione) al prezzo di vere e proprie guerre, solo raramente terminate. Se si pensa a ciò che accade in Kossovo, dove sono stati alcuni Paesi europei -Italia di D’Alema inclusa- a cercare di realizzarne la separazione dalla Serbia, ci si rende conto di quanto il problema sia grosso. A circa trent’anni da quell’avvenimento, in Kossovo c’è pace solo perché ci sono soldati europei a mantenerla, e le persone serbe, in quello Stato nel quale hanno vissuto da sempre, rischiano di esserne cacciate o peggio, così come prima quelle di origine albanese.

La stessa situazione attiene alla Catalogna, parte di uno Stato più grande come la Spagna, e che desidera di diventare indipendente. Al di là del fatto che oggi quella pretesa ha davvero poco senso, è una lotta di retroguardia, inutile, in una Europa che tende ad unirsi, si può anche accettarne la pretesa, ma solo se tutta la Spagna lo decide potrà legittimamente separarsi.

Oggi come oggi, la quasi rivoluzione abortita in Catalogna, non ha potuto avere successo anche perché del tutto illegittima, non solo dal punto di vista del diritto interno spagnolo, ma anche come ho detto del diritto internazionale. La Spagna esercita legittimamente la propria sovranità, come farebbe l’Italia di fronte a pretese del genere, anzi, come effettivamente fece quando ci fu il, benché ridicolo, tentativo di occupazione militare della piazza San Marco di Venezia. Il fatto, però, che si siano usati mezzi illeciti, seppure non violenti, come la proclamazione dell’indipendenza, il finto referendum, ecc., hamesso i catalani dalla parte del torto’, dato che, oggi come oggi i catalani, come i veneti e i bolzanini e i siciliani, fanno parte di uno Stato unitario.
Bisogna, cioè, seguirne le regole per ottenere ciò che si vuole: se è comprensibile (non legittimo, solo comprensibile) che la Catalogna o il Veneto vogliano diventare indipendenti, è almeno altrettanto comprensibile che la Spagna o l’Italia abbiano voce in capitolo sul punto.

La lotta catalana può suscitare, e suscita, anche simpatia, ma è stata condotta in maniera giuridicamente e politicamente sbagliata, perché non ha cercato e non cerca, nel rispetto delle norme di diritto internazionale oltre che di diritto interno, di ottenere e realizzare il consenso dell’intera Spagna.
Le invocazioni alla comprensione e le dichiarazioni di simpatia -al solito tardive e occasionali- verso il ‘popolo’ catalano (che popolo non è!) non hanno senso: è il diritto che va applicato e le sue procedure, con fermezza, rigore e lealtà.

Quanto al solito richiamo all’”Europa”: scusate che c’entra? A parte il fatto che usare la parola ‘Europa’ è un comodo espediente per fare dello scaricabarile, indicando l’‘Europa’ come qualcosa di estraneo e lontano da noi, nemico, le istituzioni europee per statuto, e per diritto internazionale ben consolidato, in materia non hanno diritto a interferire, come non ne ha nessun altro Stato europeo e non.

Meno lacrime e più regole e rispetto delle regole. Confesso che mi turbano oggi le lacrime per quella povera donna morta affogata col suo bimbo, ma mi turbano di più perché, finite le lacrime, la domanda è: chi ha permesso o voluto che ciò accadesse, il fato? Ipocriti.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.