venerdì, Settembre 18

Catalogna e Nuova Caledonia: essere liberi è autodeterminarsi Non dovrebbe sorprendere nessuno che ci siano popolazioni che aspirano a governarsi da sé.

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In Catalogna la mano di ferro di Madrid continua a impedire al nuovo Parlamento regionale (la Generalitat) di esprimere un Governo e porre fine a quel ‘commissariamento’ che fin dall’inizio è stato vissuto come un’occupazione e un’umiliazione. Prima Madrid e la magistratura politicizzata hanno impedito l’elezione di Carles Puigdemont e, più di recente, quella di Jordi Sanchez. Il voto sembra contare assai poco e la maggioranza indipendentista continua a vedere sbarrata la strada verso la scelta di un proprio presidente.

Nel frattempo, altri fronti si aprono a mettere in crisi le logiche di fondo del sovranismo statale.

In Francia, in particolare, appare sempre più evidente come la Nuova Caledonia possa presto sganciarsi da Parigi e dare vita a uno Stato indipendente. La data è ormai fissata e quindi il prossimo 4 novembre la popolazione di questa dozzina di isole nel sud del Pacifico sarà chiamata a esprimersi: la popolazione (in parte di origine autoctona, in parte d’origine francese) dovrà scegliere se restare agganciata alla Francia oppure se diventare indipendente.

A novembre giungerà alla sua conclusione un lungo processo, iniziato nel 1998 con gli accordi di Nouméa e volto a completare una ‘decolonizzazione’ che larga parte della popolazione locale attendeva da tempo. Come sempre, è difficile prevedere quale sarà l’esito delle urne, ma nessuno si stupirà più di tanto se anche in questo caso finirà per prevalere la logica dell’autogoverno.

Catalogna e Nuova Caledonia, in effetti, sono due facce della stessa medaglia. Perché è abbastanza chiaro come da molti decenni si stia assistendo a un processo che porta a moltiplicare le frontiere e aumentare il numero delle giurisdizioni. Oggi nel mondo vi sono oltre duecento Stati indipendenti, mentre erano solo una cinquantina non molti decenni fa.

Cosa è successo?

I fattori che hanno portato a veder moltiplicare il numero delle realtà indipendenti sono vari. In primo luogo ha giocato una funzione importante la decolonizzazione, che non soltanto -ad esempio- ha permesso al continente indiano di sganciarsi dal Regno Unito, ma in seguito ha visto quella realtà dividersi in tre parti: India, Pakistan e Bangladesh. Oltre a staccare territori e comunità dalle potenze europei coloniali, quel processo ha messo in moto cambiamenti ulteriori: come testimonia, solo per fare un esempio, la nascita nel 2011 del Sudan del Sud a seguito di un referendum.

Oltre alla decolonizzazione ha giocato un ruolo rilevante il dissolversi dei regimi comunisti, che per decenni sono state vere e proprie ‘gabbia d’acciaio’. L’Unione sovietica è crollata, ma al suo posto non abbiamo visto emergere un immenso Paese post-socialista, ma molte realtà distinte: Lituania, Estonia, Lettonia, Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Moldavia ecc. Alcune di queste Nazioni hanno avviato un processo di formidabile crescita e rinnovamento (l’Estonia, ad esempio), mentre altre (Russia e Bielorussia, ma anche varie repubbliche asiatiche) si sono trasformate in satrapie personali. L’uscita da una prigione oppressiva non sempre garantisce libertà, anche se certamente è un’opportunità in tal senso: si tratta, insomma, di una condizione ‘necessaria ma non sufficiente’. Ed analoga dissoluzione hanno conosciuto la Cecoslovacchia e la Jugoslavia.

I sistemi politici che appaiono più ostili a garantire un pieno diritto all’autogoverno sono spesso, anche se può sembrare un paradosso, quelli detti democraticidell’Europa continentale, legati a logiche prefettizie e ottusamente ancorati al principio di sovranità.

Nelle società di tradizione anglosassone, infatti, è ormai accettata l’idea che dinanzi a una richiesta di indipendenza la cosa più ragionevole sia permettere l’espressione di tale volontà nel voto. In Canada si è già dato per due volte ai cittadini del Québec il diritto di votare e la stessa cosa è avvenuta, più di recente, in Scozia. A Montréal e a Edimburgo gli unitaristi hanno sempre avuto la meglio sui separatisti. Né il Canada né il Regno Unito hanno ‘perso pezzi’, ma il principio è stato ormai affermato: si sta assieme se lo si vuole e non se si è costretti.

Diversa è la situazione al di qua della Manica, ossia dove lo Stato moderno è stato costruito nel corso di secoli e dove una concezione giacobina della nazione è stata forgiata ricorrendo a ogni genere di guerre, miti patriottici, nazionalismi. L’articolo 5 della costituzione italiana descrive il nostro Paese come ‘uno e indivisibile’, utilizzando una formula che compare sostanzialmente identica nelle carte fondamentali della Spagna, della Francia e di vari altri Paesi europei. Eppure le faglie sono molte e il futuro appare quanto mai aperto.

Da anni, ad esempio, il Belgio sta conoscendo una progressiva dissoluzione delle ragioni (assai artificiose) della sua unità. Senza Bruxelles, da tempo avremmo Fiandre del tutto staccate dalla Vallonia, e se non si è ancora arrivati a ciò è solo perché il Nord non vuole separarsi dalla propria città più importante, oggi largamente francofona. Che però ci sia un vero futuro per il Belgio, è qualcosa di cui è legittimo dubitare.

Nel Regno Unito le aree periferiche e di tradizione celtica (la Scozia, ma anche il Galles e l’Irlanda del Nord) da sempre appaiono insofferenti dinanzi al dominio inglese e la Brexit ha rilanciato la loro richiesta di rimettere in discussione ogni cosa. La possibilità che in pochi anni si arrivi a vedere un Regno Disunito non è da escludere. E forti tensioni, in Francia, oppongono una Corsica ormai governata da forze politiche apertamente anti-parigine e determinate a rivendicare spazi sempre maggiori di autonomia.

Infine, a tutti in Europa appare chiaro come la cartina dell’Italia sia un vestito d’Arlecchino. Vi è certamente la frattura storica tra Nord e Sud (come ha mostrato anche l’ultimo voto: con il Nord egemonizzato dal centro-destra e il Sud nelle mani dei grillini), ma soprattutto vi è il persistere di una storia fatta di regionalismi e localismi, i quali derivano da una storia comunale che ha sempre fatto di Firenze qualcosa di ben diverso da Siena, di Venezia una realtà ben distinta da Genova o Napoli, di Milano qualcosa di non facilmente compatibile con Torino, e via dicendo.

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