giovedì, Agosto 6

Diada: dalla caduta all’indipendenza La memoria, la Nazione; le identità regionali che si fanno nazionali. Ne parliamo con Alison Ribeiro de Menezes, Direttrice della Scuola di culture e linguaggi moderni dell’Università di Warwick

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Negli ultimi cinque anni l’undici settembre catalano   –giorno della Diada, la festa nazionale della comunità autonoma della Catalogna che commemora la caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna, l’11 settembre 1714, durante la Guerra di Successione Spagnola, e l’abolizione delle istituzioni catalane, in seguito alla promulgazione dei Decreti di Nueva Planta nel 1716-    ha cambiato pelle. “Si è politicizzato”, dicono gli studiosi. È accaduto quando, nel 2012, quando oltre un milione di persone si è riversato sulle strade di Barcellona in un tripudio di giallo, rosso e blu. Da allora i colori dell’Estelada, vessillo degli indipendentisti, riempiono i contorni di una ricorrenza antica che i nuovi secessionisti hanno saputo tradurre con successo nel linguaggio della modernità.

Se sia una sopravvivenza del passato o una conseguenza del nostro tempo lo abbiamo chiesto a Alison Ribeiro de Menezes, Docente di Studi spagnoli e Direttrice della Scuola di culture e lingue moderne dell’Università di Warwick. La studiosa non ha dubbi al riguardo. “La memoria si è politicizzata. Quando parliamo di memoria ci riferiamo a come utilizziamo la storia e la cultura. Può essere utilizzata per fini politici. Viene utilizzata non per parlare del passato, ma sempre per parlare del presente e del futuro. In Spagna ancora adesso quando si affronta la guerra civile se ne parla come se ci fossero due parti. Non sempre, ma capita. Per queste ragioni la memoria storica non viene solo utilizzata, ma male utilizzata. Un interessante oggetto di studio potrebbe essere l’uso che si è fatto della Diada nel corso dei decenni per sostenere alcune specifiche posizioni. E’ fondamentale avere coscienza dell’uso che si fa della memoria e delle eventuali manipolazioni, ma in Spagna è mancato un dibattito su questo tema”.

La situazione attuale si è iniziata a sviluppare intorno al 2010 con la bocciatura da parte della Corte costituzionale spagnola di interi pezzi del Nuovo Statuto datato 2006. “Affonda le radici nella sofferenza economica e nella percezione degli squilibri sociali”. È congiunturale. Per capirla non servono i tre secoli trascorsi dalla perdita dell’indipendenza, ma i dieci anni, considerati in termini globali, che ci siamo appena lasciati alle spalle, con “il cambiamento della politica catalana”, “una combinazione di eventi”. Di mezzo c’è la crisi dell’Occidente. “Quello che si sta verificando rappresenta un momento nuovo nel rapporto tra Spagna e Catalogna”, per quanto “la Spagna non sia mai stata omogenea, ha sempre avuto al suo interno gruppi distinti. Fa parte della fisionomia del Paese”.

Tra gli articoli del nuovo Statuto di autonomia catalano sui quali i giudici sollevavano dubbi di legittimità c’era quello sull’idea di ‘Nazione’. Una paroladifficile”, ammette la RIbeiro, sulla quale l’organo si è limitato a esprimere un punto di vista giuridico. La Spagna ha parlato a lungo delle sue diverse nazionalità: i baschi e i catalani… Ha  parlato di identità regionali come se fossero nazionali e quindi c’è stata confusione tra il concetto legale di ‘Nazione’ e quello teorico”, ideale, morale.
‘Nazione’ rievoca una storia di miti e passioni politiche, ma l’hic et nunc rimane la miglior chiave di lettura della crisi spagnola. Non è poi così paradossale l’idea tutta catalana di celebrare la propria festa nazionale nel giorno della sconfitta storica. E’ “un’anomalia”, dice Ribeiro de Menezes; trecento anni dopo è solo un modo per ribadirela volontà di esisteredella comunità, come direbbe uno dei principali leader del fronte pro indipendenza Oriol Junqueras, e di farlo nel presente e nel futuro.

Tutto il resto è cronaca. Dal 2013 le Diade, in un crescendo euforico, hanno perfezionato lo stile e l’estetica, coreografiche e affollate, fino alla scelta operata nel 2016, di una festa decentralizzata rispetto a Barcellona, ‘città santa’ del catalanismo, e per questo manifestazione ancora più carica di significati politici. Quella di poche settimane fa è stata la Diada del Si’. Si’ ad un referendum fissato per il prossimo primo ottobre nonostante il veto di Madrid. Nel 2014 si facevano le prove generali con una consultazione elettorale non ufficiale in materia di indipendenza. Una sorta di super sondaggio in odore di compromesso: Artur Mas, Presidente della Generalitat per il partito di Convergencia, superava il progetto di un referendum vero e proprio per mancanza di garanzie legali a seguito della pronuncia contraria del Tribunale Costituzionale. Tre anni più tardi, dopo aver fatto un passo indietro a favore di Carles Puigdemont, il 13 marzo 2017, Mas è stato condannato a due anni di interdizione dai pubblici uffici per quella consultazione che domenica la Catalogna rilancerà. Secondo i sondaggi, l’80% della popolazione catalana vuole votare, indipendentemente dal cosa intenda votare.

Tra poche ore, dunque, la Catalogna avrà la sua seconda occasione. Ad avviso di Alison Ribeiro de Menezes domenica prossima gli indipendentisti confermeranno l’indole pacifica che li ha storicamente contraddistinti. La Spagna del due ottobre vincerà solo se saprà inaugurare una stagione didiscussione costituzionaletra le parti e farà i conti con la sua ‘memoria divisa’: l’unica soluzione possibile è quella “politica”. Interrogata sugli scenari del ‘dopo’ la Ribeiro sembra avere una sola certezza: il nuovo soggetto statuale resterebbe fuori dall’U.E.. Difficile credere che i principali Stati dell’Unione si prestino ad accettare un ingresso immediato, in specie quelli percorsi al proprio interno da forme di rivendicazione separatista. Del resto, come ha scritto Lucio Caracciolo su ‘L’Espresso’, «La sfida per l’indipendenza non è un gioco. E può moltiplicare le spinte secessioniste europee». Il nuovo spettro che si aggira per il continente è un «paradossale processo di frammentazione».

Se nel referendum del 1° ottobre sull’indipendenza della Catalogna vincerà il sì, il «Parlamento catalano approverà una dichiarazione di indipendenza, 48 ore dopo la pubblicazione dei risultati», ha detto il responsabile degli Esteri della Catalogna, Raul Romeva. Se l’esito sarà un no «lo riconosceremo, ci dimetteremo e indiremo elezioni regionali»; se invece vincerà il sì.

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