venerdì, Luglio 10

Catalogna: aspettando il giorno più lungo Tutti i fronti aperti di Tump: Corea, Turchia, Iran, interni

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Spagna e Catalogna stanno vivendo il loro giorno più lungo.
Secondo quanto dichiarato dal Presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, già domani il Parlamento catalano potrebbe dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Se ciò accadesse, fanno sapere i rappresentanti del Governo spagnolo, da Madrid arriverebbe immediatamente una risposta forte che ripristini lo Stato di Diritto. Intanto, all’indomani della grande manifestazione unionista svoltasi a Barcellona, in cui tra i trecentocinquantamila e i novecentocinquantamila manifestanti (di cui molti catalani) hanno detto no alla secessione, il Tribunale Superiore di Giustizia in Catalogna ha sollevato i Mossos d’Esquadra (la polizia locale) da gran parte dei compiti di sorveglianza del Palazzo di Giustizia di Barcellona: nonostante le accuse di un uso sproporzionato della forza nei giorni del referendum, la sicurezza del Palazzo è stata affidato in gran parte alla Polizia nazionale.
A questo punto, gli scenari possibili potrebbero essere tre: la Catalogna potrebbe dichiarare effettivamente l’indipendenza in maniera unilaterale e, in tal caso, è le conseguenze potrebbero essere drammatiche sia dal punto di vista economico (la gran parte dei maggiori gruppi industriali del Paese stanno già mettendo in atto delle strategie per spostare le loro sedi legali) che dal punto di vista politico (è difficile pensare che a Madrid resteranno a guardare senza muovere un dito); una seconda ipotesi è che il Parlamento catalano non proceda ad alcuna dichiarazione ma, considerato il punto a cui si sono spinti gli indipendentisti, è difficile immaginare che possano arrendersi e perdere la faccia di fronte ai propri sostenitori; una terza alternativa, forse più probabile, potrebbe essere quella di una dichiarazione di indipendenza solo ‘simbolica’ che rappresenti un principio morale e non un atto con valore politico e giuridico. Questa ipotesi, circolata negli ambienti del partito di Puigdemont ed ispirata all’azione della Slovenia quando, nel 1991, dichiarò la propria indipendenza dalla Repubblica Federale Jugoslava, potrebbe dare tempo agli indipendentisti di attendere un contesto politico più favorevole ma, allo stato attuale, non è detto che il Governo centrale sia disposto ad accettare anche la sola dichiarazione ‘simbolica’.

Dalla Francia arriva la posizione ufficiale del Governo: Parigi non riconoscerà un’eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Barcellona. Non solo, se la dichiarazione dovesse arrivare, questo comporterebbe che la Catalogna sarebbe automaticamente fuori dall’Unione Europea.

Nel frattempo, grazie alla collaborazione tra i Servizi di Sicurezza francesi ed italiani, a Ferrara è stato arrestato Anis Hannachi, fratello di Ahmed, l’attentatore che a Marsiglia ha assassinato due giovani ragazze prima di essere abbattuto dalla polizia. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato proprio Anis ad indottrinare il fratello e a spingerlo a commettere l’attentato. Al momento, non si sa se Anis avesse in programma di seguire l’esempio del fratello ed organizzare un azione terroristica.

Anche dalla Germania, il Cancelliere Angela Merkel fa sapere, tramite i suoi uomini, di sostenere l’operato del Primo Ministro spagnolo, Mariano Rajoy: ancora una volta, l’asse franco-tedesco regge.
Nel frattempo, la Merkel ha confermato il raggiungimento dell’accordo tra il suo partito, la Christlich Demokratische Union Deutschlands (CDU: Unione Cristiano Democratica di Germania), e la Christlich-Soziale Union in Bayern (CSU: Unione Cristiano-Sociale in Baviera) sul numero massimo di richiedenti asilo da accettare nel Paese: il tetto sarà di duecentomila unità ma, a seconda delle circostanze, il sarà possibile decidere diversamente. L’accordo rappresenta un primo passo per la formazione del nuovo Governo: i colloqui ufficiali dovrebbero iniziare il prossimo 18 ottobre e vedranno la partecipazione, oltre a CDU e CSU, degli ambientalisti di Bündnis 90/die Grünen (Alleanza 90/i Verdi) e dei liberali del Freie Demokratische Partei (FDP: Libero Partito Democratico). Resteranno all’opposizione il Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD: Partito Socialdemocratico di Germania) e die Linke (la Sinistra) a sinistra e Alternative für Deutschland (AfD: Alternativa per la Germania) a destra.

Oggi parte la quinta serie di colloqui tra Gran Bretagna ed Unione Europea per fissare i termini della separazione. In risposta ad un’affermazione del Primo Ministro inglese, Theresa May, che aveva affermato che la ‘palla’ fosse nella ‘metà campo’ UE, è arrivata la posizione ufficiale di Bruxelles: non sarà possibile fare passi avanti significativi sul campo dei diritti dei rispettivi cittadini se prima gli inglesi non accetteranno di onorare i propri obblighi finanziari nei confronti dell’Unione. Considerando che, a quanto pare, il responsabile GB per i negoziati, David Davis, non dovrebbe partecipare direttamente a questa sessione dei colloqui, appare al quanto improbabile che sarà possibile raggiungere risultati apprezzabili.

Continua il braccio di ferro tra Italia e Brasile sul caso di Cesare Battisti, l’ex-membro del gruppo eversivo Proletari Armati per il Comunismo che, ormai da molti anni, risiede a San Paolo nonostante la richiesta di estradizione dell’Italia. Dopo essere stato arrestato dalle autorità brasiliane con l’accusa di contrabbando di valuta mentre tentava di raggiungere la Bolivia, Battisti è stato liberato per ordine del Giudice: ora la decisione è nelle mani del Presidente brasiliano Michel Temer che, però, attenderà che sull’estradizione si pronunci la Casa Civil, l’organo giudiziario delegato a dirimere le controversie legali più complesse.

Nei Paesi Bassi, invece, dopo più di duecento giorni dalle elezioni, si è finalmente raggiunto un accordo che permetterà di arrivare alla formazione di un Governo guidato da Mark Rutte, il Primo Ministro di Centro-Destra: il Governo vedrà la partecipazioni dei social-liberali e di due gruppi cristiani. In ogni caso, le distanze interne alla coalizione restano ampie, soprattutto per quanto riguarda i temi della moneta unica, dei diritti degli omosessuali e dell’eutanasia.

Per chiudere con le notizie provenienti dall’Europa, in Austria, a pochi giorni dalle elezioni legislative del prossimo 15 ottobre, cresce in maniera preoccupante il Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ: Partito della Libertà dell’Austria): il movimento xenofobo ed anti-europeo che si ispira al modello tedesco di AfD. Secondo gli ultimi sondaggi, FPÖ si attesterebbe attorno al 26% arrivando ad essere il secondo partito nel Paese.

Negli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump è tornato sulla questione coreana affermando chela politica statunitense nei confronti della Corea del Nord, dopo venticinque anni, può definirsi fallimentare. Il riferimento al fallimento della politica innervosisce molti, primi tra tutti i russi che, ancora una volta, hanno invitato tutti alla calma e al dialogo. La preoccupazione, inolrte, viene anche dall’interno del Paese e dello stesso partito del Presidente: oggi si è avuto uno scambio feroce tra Trump e il Senatore repubblicano Bob Croker, a capo della Commissione Esteri. Il Senatore ha accusato il Presidente di tenere una condotta irresponsabile, di essere preda dei propri istinti più bassi (che necessitano in continuazione di essere arginati dagli uomini dell’entourage della Casa Bianca) e di rischiare ogni giorno di portare il Paese ad una nuova Guerra Mondiale. La risposta di Trump non si è fatta attendere ed è arrivata, come al solito, tramite Tweetter.
La tensione internazionale, in effetti, non riguarda solo la Corea del Nord. Negli ultimi giorni, si è registrato un brusco peggioramento dei rapporti diplomatici tra USA e Turchia dopo che le autorità di Ankara hanno fatto arrestare un funzionario turco dell’Ambasciata USA, accusato di avere legami con i presunti golpisti di Fethullah Gülen. Ne è seguita la reciproca sospensione dei visti per turismo che ha provocato drastiche perdite all’economia turca.
Un altro rapporto teso è quello con l’Iran. Dopo che il Presidente USA ha annunciato di voler abbandonare l’accordo sul nucleare raggiunto dalla precedente amministrazione, lo scontro si è spostato anche sui Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniana: se, come affermato da Washington, gli USA dichiarassero i Pasdaran un’organizzazione terroristica, hanno affermato da Teheran, la reazione iraniana sarebbe certamente dura e risoluta. Sulla questione dell’accordo sul nucleare, è intervenuto il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, il giapponese Yukiya Amano, affermando che l’Iran sta rispettando l’accordo e, quindi, augurandosi che Trump ritorni sui suoi passi e riconsideri l’idea di annullare l’accordo. Anche fonti dei Governi russo e cinese hanno auspicato che gli USA non facciano marcia indietro sull’accordo per il nucleare iraniano.
Anche il fronte interno resta caldo per il Presidente Trump. Il Presidente ha proposto ai democratici un accordo che preveda una stretta sui migranti (aumento delle guardie di frontiera e costruzione del muro) in cambio della riapertura della discussione sui cosiddetti Dreamers, i figli di immigrati irregolari che, nati negli USA, ora sognano la cittadinanza. Inoltre, Trump starebbe pensando a come aggirare la riforma sanitaria del suo predecessore, Barak Obama, dopo che il parlamento ha affossato tutti i suoi tentativi di modifica. La risposta democratica è stata netta: la proposta del Presidente non rappresenta in alcun modo un compromesso ed è lontanissima da ciò che può essere definito ‘una soluzione ragionevole’.

Ennesimo naufragio mortale nelle acque del Mediterraneo: un barcone con a bordo circa ottanta profughi sarebbe entrato in collisione con una nave battente bandiera tunisina. L’incidente è avvenuto in acque maltesi e sarebbe costato la vita ad almeno otto migranti; altri sarebbero dispersi.
A migliaia di chilometri di distanza, qualcosa di simile è avvenuto in Bangladesh, dove un’imbarcazione, con a bordo dei migranti della minoranza birmana dei Rohingya, si è rovesciata mentre tentava di risalire il corso di un fiume: ci sarebbero quasi venti morti, ci cui molti bambini.

La guerra al cosiddetto stato islamico il Iraq e Siria va avanti. Nel nord dell’Iraq, truppe curde hanno conquistato la città di Hawija: nei giorni seguenti alla conquista, più di mille miliziani si sono arresi alle truppe liberatrici. Il fatto che un numero così grande di miliziani abbia scelto la resa, piuttosto che il martirio, fa pensare che la fede dei combattenti nella vittoria finale del califfato si stia incrinando.
In Siria, in linea con gli accordi di Astana, le truppe turche hanno iniziato le operazioni di ricognizione necessarie alla creazione di una zona cuscinetto nell’area di Idlib.

Nella Striscia di Gaza, Hamas e al-Fatah si sono appena riconciliate che già iniziano a presentarisi i primi problemi. Le prime tensioni riguardano le Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, che Fatah vorrebbe sciogliere: sulla questione, Hamas non sembra disponibile ad alcuna mediazione o passo indietro.

In Liberia si avvicinano le elezioni presidenziali: i due candidati maggiormente favoriti sono il Vice-Presidente dell’attuale Governo, Joseph Boakai, dello Unity Party (UP: Partito dell’Unità), l’ex-calciatore George Weah, per il Congress for Democracy and Change (CDC: Congresso per la Democrazia e il Cambiamento).

In Nigeria si apre il processo a più di duemilatrecento persone sospettate di essere legate, a vario titolo, con l’organizzazione terroristica Boko Haram.
Attacchi islamisti nella Repubblica Democratica del Congo, dove è stato ucciso un militare dell’ONU, e in Somalia, dove il gruppo al-Shabab ha attaccato un posto di blocco uccidendo sette persone.

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