sabato, Ottobre 24

Catalogna, la partita finale dell’articolo 155 Se applicato il 155, nulla sarà più come prima in Spagna. E nemmeno in Europa

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Ovviamente non era possibile che non accadesse qualcosa in Catalogna. La fase di stallo che ha preceduto la decisione di passare davvero all’applicazione dell’art. 155 da parte di Mariano Rajoy era solo apparente. Abbiamo cercato di evidenziarlo in un precedente intervento, nel quale tentavamo di spiegare che Carles Puigdemont tutto poteva sembrare tranne che uno sprovveduto o un incapace politicamente. Dicevamo, infatti, che ogni sua mossa era calcolata e che, pur avendo Rajoy non solo il coltello ma la sciabola dalla parte del manico, il gioco alla rincorsa pareva essere tutt’altro che terminato. E i fatti sembrano darci ragione.

Perché il Governo spagnolo, con l’appoggio incondizionato del PSOE di Pedro Sanchez, ha fretta di voler chiudere la questione? Semplice, perché ci si è resi conto che forse sarebbe convenuto di più forzare la mano che essere attendisti. Esattamente latrappola‘, nemmeno tanto mascherata, che Puigdemont voleva tendere. Il comportamento di Madrid in occasione del referendum del 1 ottobre costituisce una sorta di elemento dirimente, un punto di non ritorno.
Era difficile, dopo aver inviato la Guardia Civil a fare ciò che tutti abbiamo visto, che si potesse arrivare a un dialogo sereno tra le parti. Infatti, agli appelli di Rajoy a Puigdemont a chiarire il suo significato rispetto alla dichiarazione di indipendenza, questa non è stata chiarita; e all’offerta di dialogo di Puigdemont, Rajoy concede un secondo ultimatum, arrivando però ad arrestare i due veri ‘leader’ indipendentisti della società civile catalana, coloro i quali hanno costruito una fetta preponderante di quella opzione politica in Catalogna: Jordis Sànchez, dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e Jordis Cuixart, di Òmnium Cultural.
In questa rincorsa a chi fa la mossa decisiva e non ci si arresta finchè non si conosce la controffensiva dell’avversario, se così si può chiamare la controparte, ecco l’elemento di vera destabilizzazione, la paventata  -da Rajoy- e temuta– da tanti ma non obbligatoriamente da Puigdemont-  applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola che, come oramai è risaputo, prevede la sospensione, vedi l’eliminazione, dello status autonomo della Catalogna, in questo caso. Il ricorso a tale procedura produrrebbe una totale sconfessione del Parlamento catalano (compresi i non indipendentisti), democraticamente eletto, e della Generalitat, secondo alcuni costituzionalisti. Secondo altri, la sospensione dei poteri delle istituzioni politiche catalane, ma non lo scioglimento del Parlamento. Ovvero, una specie di commissariamento dei poteri, ma non di coloro i quali sono stati democraticamente eletti per farli funzionare.
Forze politiche centrali come il Partido Popular di Mariano Rajoy, il partito di centro dei Ciudadanos e la linea ufficiale del Psoe di Sanchez, sebbene vi siano molte rimostranze in seno a quel partito, e ovviamente molte forze della destra spagnola, sono per l’applicazione piena dell’art. 155 sabato, al termine della convocazione del Consiglio dei Ministri straordinario; altri partiti, tra tutti IU e Podemos, tentano in tutti i modi di ribadire la loro contrarietà a quella prospettiva. Puigdemont ha già affermato che se Madrid applica il 155, Barcellona e il suo Parlamento dichiareranno ufficialmente l’indipendenza. Statuendo in maniera implicita, in questo modo, che l’esponente del PDeCat e presidente della Generalitat, non avesse in effetti dichiarato unilateralmente alcunché, lasciando ancora aperti spazi al dialogo.
In un clima da repressione vera e propria (proprio stamane la Guardia Civil è irrotta in borghese nella sede dei Mossos d’Esquadra di Lleida per sequestrare presunte comunicazioni sul giorno del referendum), forse si sta davvero giocando la partita finale. O forse no.

Ci sono ancora dei margini per ricucire lo strappo? Politici e diplomatici, forse. Sociali, non più. La frattura è davvero consumata, l’arresto dei due leader della società civile catalana non è stato letto con la debita attenzione, probabilmente proprio per il loro ruolo non politico. E invece, se possibile, e questo non è percepito non tanto in Italia, ma nemmeno nel resto della Spagna, i due Jordis rivestono un ruolo più importante di Puigdemont: sono coloro i quali sono stati artefici dell’indipendenza costruita, delnation built‘ (ovviamente non solo loro e non solo adesso) e di un futurostate buildingdella Catalogna. E come potete osservare, la precipitazione degli eventi ha preso avvio proprio dopo tale arresto.
Ma qualcuno si è davvero chiesto se non fosse questo il punto al quale Puigdemont voleva arrivare? Secondo voi, e ovviamente dal suo punto di vista, è più ‘titolato’, nel suo ruolo istituzionale, a dare seguito all’esito del referendum? E dopo aver comunque attivato un dialogo, per quanto da Rajoy sub-condizionato al fatto se avesse davvero dichiarato l’indipendenza? Rajoy sa benissimo che non ha dichiarato apertamente alcunché, Puigdemont. Non è altro che un’ulteriore partita in cui davvero, se applicato il 155, nulla sarà più come prima in Spagna. E, malgrado i peggiori scettici, nemmeno in Europa.

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Sull'autore

Politologo docente presso l'Università di Sassari, esperto di indipendentismo, di partiti etnoregionalisti europei, soprattutto sardo e bretone, anche in prospettiva comparata, autore di svariate pubblicazioni con attenzione particolare per l'indipendentismo sardo.