lunedì, Settembre 23

Caspio: l’Italia e la sfida della nuova via della seta

0
1 2


Per la sicurezza energetica è fondamentale anche la stabilità e il mantenimento di buoni rapporti con i Paesi di transito. Da questo punto di vista anche la direttrice di approvvigionamento caspica potrebbe comportare delle criticità, dal momento che essa si basa ampiamente sul ruolo della Turchia. Lei ritiene che Ankara in futuro sarà in grado di garantire un livello sufficiente di affidabilità per l’Europa?

Il problema della Turchia è che si tratta di un Paese che, tanto sul piano energetico quanto su quello militare, sta cercando di fare il free-rider. Già in passato Ankara aveva anticipato sul versante energetico quello che sta facendo adesso in sede NATO. Ovvero negli scorsi anni la Turchia ha cercato di muoversi in una dimensione autonoma con i propri partner energetici, soprattutto con l’Azerbaigian, pur non possedendo di fatto risorse salienti. Ciononostante ha provato a competere, anziché a cooperare, con chi era un partner cruciale. Dal punto di vista energetico l’operazione di Ankara è già fallita. Nel momento in cui Baku si è accorta che la Turchia poteva minacciare la propria strategia energetica verso l’Europa, cercando di esercitare una sorta di potere di ricatto, non ha fatto altro che scalare progressivamente tutto il comparto energetico turco; quindi mi preoccuperei in maniera relativa. Inoltre la Turchia ha bisogno di essere un Paese di transito perché da questo trae sia capitali sia risorse energetiche di cui è carente.

Per quanto riguarda invece l’importanza politica della regione, alcuni analisti hanno interpretato il recente summit della Shanghai Cooperation Organization, in cui si è realizzata l’adesione di India e Pakistan all’organizzazione, come un evento che ha gettato le basi per la creazione di un forum alternativo al G-7. Un’istituzione in cui ovviamente il ruolo della Russia sarebbe di primo piano. Lei concorda con una simile lettura?

No, ritengo che sia un’interpretazione piuttosto obsoleta, molto da guerra fredda. E’ un punto di vista che sicuramente può far piacere ad alcuni circoli occidentali, soprattutto americani, ma che in realtà secondo me non coglie la complessità del mondo attuale. Oggi siamo immersi in un sistema internazionale multipolare, in cui ci sono potenze che hanno uno standing regionale autonomo. Paesi come il Kazakistan, il Pakistan, l’India o la Cina si muovono autonomamente in quell’area, non si fanno dettare la politica estera da Putin. Si tratta di Paesi che hanno ovviamente un enorme interesse a cementare una rete commerciale e infrastrutturale che connetta sia la dimensione Nord-Sud tra Russia e India, sia quella Ovest-Est, ma sarebbe più corretto dire Est-Estremo Oriente, tra Russia e Cina. Tuttavia non vedrei in questo processo politico una longa manus di Mosca. In questo momento fa comodo spingere su questo tasto, per cui sembra che dietro ogni cyber attacco o dietro la destabilizzazione di determinate aree ci sia la Russia.

L’Italia ha ampi rapporti di interscambio con l’Armenia, che fa parte dell’Unione Doganale Eurasiatica. Secondo lei non si tratta anche di uno strumento utile per aggirare in parte le sanzioni imposte dall’Unione Europea al commercio con la Russia, e quindi coniugare sia la fedeltà alle decisioni di Bruxelles, sia mantenere aperto il canale commerciale con Mosca?

Si tratta di una prospettiva che dal punto di vista della realpolitik potrebbe anche funzionare. Francamente la vedo un po’ pericolosa, perché i settori che sono stati danneggiati con le sanzioni imposte alla Russia sono stati quelli del lusso, del manifatturiero di alto livello, produzioni ad alto contenuto qualitativo e tecnologico. L’interscambio con l’Armenia vede protagonisti invece settori in parte diversi. Far transitare questo genere di beni dall’Armenia ci potrebbe proiettare anche verso uno scandalo internazionale, piuttosto che garantirci dei vantaggi di medio-lungo termine. Il vero motivo per cui l’Armenia è nell’Unione Euroasiatica è perché si tratta di uno stato satellite, che non ha una reale autonomia. Si tratta di un approccio inclusivo da parte di Mosca, ma finalizzato a garantire la sopravvivenza economica di un Paese che diversamente non l’avrebbe.

I Paesi della regione sono decisamente più stabili e affidabili di quelli nord-africani e medio-orientali, tuttavia anche nel Caucaso permangono delle crisi irrisolte come quella del Nogorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Secondo lei tale questione può effettivamente costituire una minaccia per la stabilità dell’area e quindi per gli interessi italiani?

Direi di no. Quello del Nogorno-Karabakh è sicuramente un elemento di problematicità sul piano regionale, tuttavia rispetto alla fruibilità delle risorse energetiche caspiche direi che non entra in gioco, perché tutte le principali pipelines hanno già tenuto in considerazione la questione del Caucaso meridionale, aggirandolo attraverso la Georgia. Una volta che le compagnie hanno accettato di spendere più soldi e fare una strada più lunga per mettere al sicuro le reti, il problema è risolto. Per noi utenti finali quindi cambia poco. Per la Russia invece questi conflitti congelati sono ancora lo strumento per mantenere un minimo di equilibrio tra i poteri nella regione, per evitare che questi attori locali intraprendano politiche eccessivamente autonome.

L’Italia è un grande partner commerciale sia dell’Armenia che dell’Azerbaigian, secondo lei Roma può svolgere un apprezzabile ruolo diplomatico per mediare tra i due contendenti?

Da un punto di vista meramente teorico impegnarsi in una mediazione internazionale potrebbe giovare agli interessi italiani nella regione. Tuttavia si tratta di una di quelle imprese del cui esito non vi è certezza e le cui possibilità di fallimento sono decisamente più alte rispetto a quelle di successo. Impegnarsi in una mediazione tra azeri e armeni è una mossa rischiosa, che 9 volte su 10 può condurre ad un nulla di fatto, e quindi essere controproducente per l’immagine di chi la promuove. Bisogna anche capire se questa ricerca di prestigio internazionale possa effettivamente pagare oppure no. Dati gli interlocutori direi che la cautela è d’obbligo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore