venerdì, Maggio 24

Caso Tortora: trent’anni dopo cosa è cambiato? Troppo semplice, troppo facile; perfino consolatorio definirlo un 'errore'

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Il 18 maggio di trentun anni fa: quel giorno agenzie di stampa, e poi i notiziari radio-televisivi annunciano che Enzo Tortora è morto; il tumore che lo tormenta e lo fa soffrire da mesi, alla fine ha vinto.

Fa in tempo, Enzo, a vedersi riconosciuta l’innocenza da anni proclamata: un anno prima la Corte di Cassazione lo ha assolto definitivamente dall’infamante accusa di essere un «cinico mercante di morte», uno spacciatore di droga, affiliato alla Camorra di Raffaele Cutolo.

Si aggrappa alla vita con le unghie e i denti, per poter vedere quel verdetto. Poi arriva lo schianto. «Mi hanno fatto scoppiare una bomba dentro», dice a proposito di quel tumore, e della vicenda che lo vede vittima-protagonista. Nel corso della requisitoria del primo processo, il Pubblico Ministero sillaba: «Ma lo sapete voi che più si cercavano le prove della sua innocenza, più si trovavano quelle della sua colpevolezza?». Chissà che ricerche. Lo stesso Pubblico Ministero, tanti anni dopo, ammette l’errore. Che non può essere liquidato come ‘errore’, come ‘abbaglio’. Troppo semplice, troppo facile; perfino consolatorio definirlo un ‘errore’, un ‘abbaglio’. In realtà, fin da subito, contro Enzo non c’era nulla; e quel nulla era talmente visibile che anche un cieco lo avrebbe potuto vedere. Non si vide, perché non si volle vedere. Non si capì perché non si volle capire.

Contro Tortora non c’era nulla. L’architrave dell’ipotesi accusatoria si regge sulla parola di due falsi pentiti: uno psicopatico, Giovanni Pandico; e Pasquale Barra detto, a ragione, ‘o animale: in carcere uccide il gangster milanese Francis Turatello, lo sventra, ne addenta le viscere. Poi, a ruota, vengono un’altra ventina di sedicenti ‘pentiti’: tutti a raccontare balle, una più grande dell’altra, per poter beneficiare dei vantaggi concessi ai ‘pentiti’.

Accuse che con fatica e infinita pazienza vengono smontate: la difesa di Tortora fa una vera e propria contro-inchiesta, che demolisce, letteralmente, l’inchiesta della procura napoletana. Una vicenda che ha dell’incredibile per la quale nessuno poi paga: non i falsi ‘pentiti’; non i magistrati della pubblica accusa, che anzi, fanno carriera. Tortora invece patisce una lunga carcerazione. Al suo fianco il Partito Radicale di Marco Pannella che lo elegge al Parlamento Europeo (poi si dimette, rinunciando all’immunità); Leonardo SciasciaPiero AngelaEnzo BiagiIndro MontanelliGiorgio BoccaRossana Rossanda, chi vi scrive; davvero in pochi. Tanti, al contrario, si producono nel crucifige. Se è stata una pagina nera per la magistratura napoletana, ancora più nera lo è stata per il giornalismo, che acriticamente ha pubblicato pagine e pagine di falsità infamanti, senza controllare, senza verificare.

Eppure nulla giustificava quello spettacolare arresto. Anni fa ho intervistato per il ‘Tg2′ la figlia di Tortora, Silvia. Intervista che ancora oggi mette i brividi:

Chiedo: Quando Tortora venne arrestato, cosa c’era oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra? “Nulla”.

   E’ stato pedinato, controllato? “No”.

   Intercettazioni telefoniche? “No”.

   Ispezioni bancarie? “No”.

   Definito “cinico mercante di morte”, su quali prove? “Nessuna”.

   Qualcuno ha chiesto scusa a suo padre? “Nessuno”.

   Gli accusatori hanno pagato per le loro false accuse? “No”.

Ora Tortora riposa al Monumentale di Milano, con accanto una copia de ‘La colonna infame‘ di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe dettata da Sciascia: ‘Che non sia un’illusione‘. Chissà.

Morte che non fa storia: il suicidio nel carcere di Taranto, il più sovraffollato d’Italia con il 200 per cento in più di presenze. E’ quello di un detenuto 44enne di Manduria, M.R.; avrebbe finito di scontare la pena ad agosto prossimo. Non ha sopportato di dover scontare, ancora, appena tre mesi in cella. Si è impiccato in una cella dell’infermeria, legando alle grate una rudimentale corda, ricavata dalla stoffa di un pantalone.

E’ lui, no, non è lui…: Milano, stazione metropolitana ‘Porto di Mare’; la storia risale a nove anni fa. Un ragazzo viene rapinato da una banda di latinoamericani. Non è nuova a questo tipo di aggressioni. In precedenza ne ha fatte almeno venti. Le indagini si concentrano su un ragazzo di 15 anni, peruviano. Lo accusano di  aver partecipato all’aggressione «con la tipica gestualità delle gang latine». Prove schiaccianti: c’è un testimone che lo riconosce: gli mostrano le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza, vede il ragazzo; non ha dubbi: «E’ lui». L’11 aprile 2011 il giovane è trasferito in una comunità per disposizione del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei minorenni di Milano. Sette mesi dopo, il processo. Tutto procede con esasperante lentezza: alcuni giudici sono trasferiti. In quattro anni, quattro udienze. Ed ecco il colpo di scena: la vittima della rapina afferma di non aver mai saputo davvero descrivere l’aspetto di chi lo ha rapinato; il ‘riconoscimento’ si basa su due fotografie; tra le tante gli investigatori gli suggeriscono: «Guarda questo in particolare, è quello lì».

Fosse solo quello. Gli del ragazzo producono alla corte un video che circola su YouTube che gli inquirenti non hanno preso in considerazione: si vede benissimo che, durante l’aggressione, il ragazzo è in realtà seduto all’estremo opposto della banchina rispetto al luogo della rapina, ascolta musica in cuffia, neanche si rende conto di quello che accade. Arrivato il treno, ci sale tranquillamente. Finisce che il Tribunale dei minori di Milano accoglie l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione presentata dalla difesa del ragazzo: 30 mila euro per gli otto mesi trascorsi ingiustamente agli arresti.

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