sabato, Dicembre 7

Caso Segre. Tu chiediti chi era Ernesta Quella scorta è un capitolo del romanzo nero che il ‘caporale’ scrive da alcuni anni, ma caporali e attendenti farebbero bene a tenere presente che se rinasce la mistica del fascismo rinascerà quella dell’antifascismo, e nessuno potrà sentirsi al sicuro

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La situazione in cui è venuta a trovarsi la senatrice a vita Liliana Segre, è il risultato di un’istigazione rozza e sistematica, ma per certi versi anche raffinata, condotta attraverso ammiccamenti incessanti alla parte più problematica e regressiva della comunità, che non vede l’ora di liberare le proprie frustrazioni e metterle al servizio di scenari dove la violenza soppianta il diritto e la ragione. Vogliono nuove regole, dove i perdenti di ieri diventino i signori.

Usare una comunicazione di confine, mai nettamente sbilanciata a favore della democrazia, creando un clima culturale di ambiguità, che sveglia mostri di ogni genere e indica loro i bersagli migliori, per poi fare finta di tirare indietro la mano. 

Quella scorta assegnata ad una donna pacifica, intelligente, coraggiosa, è un capitolo del romanzo nero che il caporalescrive da alcuni anni, mettendoci tutti in pericolo, perché quando si aprono le tonnare chiunque si trovi nella rete corre rischi terribili. Eppure, gli artefici di tutto questo farebbero bene a ricordare che la freccia del gradimento oggi è molto lesta a cambiare direzione, e quando il clima diventa meno propizio, ai sobillatori verrà chiesto il conto. La reazione di solito è intensa quanto lo fu l’accanimento dei mestatori, soprattutto perché gli antifascisti sono più intelligenti e risoluti dei fascisti, i solidali sono più strutturati e responsabili degli individualisti.  

Fateci caso, tutte le volte che ci sono un boia e una vittima, costoro trovano il modo di schierarsi con il boia, perché provenienti dal loro bacino elettorale. Se un calciatore di colore viene preso di mira dai razzisti, si attacca la vittima, se una senatrice a vita viene minacciata dai nazisti, si minimizza, si fanno distinguo, si racconta che pure loro sono minacciati. 

Non saprei chi li minaccia, ma se fosse vero dovrebbero porsi qualche domanda a proposito del loro linguaggio sconsiderato, dei loro incitamenti, aperti e mascherati, farebbero bene a tenere presente che se rinasce la mistica del fascismo rinascerà quella dell’antifascismo, e nessuno potrà sentirsi al sicuro, come accade in questi casi. Se per andare al potere si è disposti a reclutare la parte peggiore dell’inconscio nazionale, allora bisogna sapere che il prezzo della propria avventatezza potrebbe essere insopportabile.   

Forse, visto che i mestatori non leggono o leggono male, dovrebbero almeno andare al cinema, magari pescare in qualche cineteca le scene finali de ‘Il giorno della locusta’, capirebbero che è ora di togliere il piede dall’acceleratore, perché quando l’onda parte non c’è più modo di fermarla

Stiano attenti caporali e attendenti, tridimensionali o digitali, soldatesse semplici che sanno in macchiette ma si inebriano davanti alle folle plaudenti, apprendisti stregoni che aprono le cateratte del cielo ma non possiedono la minima idea di come si chiudono, il Paese non è fatto solo di quella porzione di scontenti e infelici che vorrebbero distruggere tutto sperando che quando il gioco riprenderà saranno meglio accomodati. Qualcuno spieghi loro che le cose non andranno così, l’esistenza non è una lotteria in cui i premi si assegnano a casaccio, sul tempo lungo vincono sempre la ragione e i valori della convivenza civile

In Italia ci sono altre energie morali che arrivano da lontano e che proteggeranno quanto costruito da persone capaci di dimezzarsi la vita per impedire che tutto vada a rotoli. Nessuno conosce la risolutezza di questa parte. Non basta mettersi in giacca e cravatta per rassicurarla, non basta recitare il ruolo della mammina tutta Dio e fascismo.

«Caro fratello, mi hanno condannato a morte. La sentenza sarà subito eseguita. Mando a te il saluto estremo, che non posso indirizzare alla famiglia. Portalo tu, quando potrai, alla mia Ernesta, che fu per me una santa, ai miei dolcissimi figli, Gigino, Livietta, Camilla, al nonno e alle zie, allo zio e alle mie sorelle e alle loro famiglie. Io vado incontro alla mia sorte con animo sereno e tranquillo. Ai miei figli, siate buoni e vogliate bene la mamma».  Così scriveva un secolo fa Cesare Battisti ai suoi cari. La ‘sua’ Ernesta, che di cognome faceva Bittanti, bresciana, giornalista e antifascista, una donna della stessa pasta del marito e di Liliana Segre, lontana anni luce dai pericolosi inadatti che occupano i posti chiave nella destra italiana, dove solo pochi nostalgici del liberalismo parlano ancora di centrodestra, illudendosi che la democrazia sia ancora una opzione.

Quando i fascisti marciarono su Trento, Ernesta, andò a coprire la statua del marito martire con un drappo nero, per nasconderla alla loro vista. Forse, padrone e schiavi digitali dovrebbero effettuare una ricerca su Ernesta.  Capirebbero che nel Dna profondo del Paese resistono tenacemente tracce di questi spiriti, che ci riparano dall’ignoranza e dalla prepotenza

A loro dobbiamo la certezza che la nottata, quale che sia il prezzo, passerà, e a loro ci stringeremo anche la prossima volta, perché ci sarà una prossima volta. Al fascismo, purtroppo, non ci sono rimedi definitivi, essendo uno stato della mente, che si ripara nell’ombra e poi rispunta in quei soggetti sopraffatti da biografie frustranti, da processi educativi sbagliati, ex bambini viziati o trascurati che non si annidano mai completamente nella vita e vogliono il caos e la distruzione perché gli altri possano sperimentare la loro sofferenza. Sono proprio costoro le prede di altri ex bambini irrisolti che, usandoli come munizioni, sognano di realizzare i loro ipertrofici disegni di potenza, non per il bene comune, ma per il piacere di dire al mondo che su di loro si era sbagliato. 

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