martedì, Novembre 12

Caso Medhanie Tesfamariam Berhe: gli agenti NISS testimoniano e imbarazzano l’Italia I testimoni dell'accusa iniziano a contraddirsi. Nessuno vuole ammettere l'inganno di Salah Gosh e di uno dei reparti beneficiari dei finanziamenti dell’Unione Europea per fermare i flussi migratori dal Corno d’Africa

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Continua il caso di Medhanie Tesfamariam Berhe, il rifugiato eritreo scambiato per il trafficante di esseri umani Medhanie Yehdego Mered. Lo sfortunato profugo era scappato dalla dittatura del suo Paese e aveva raggiunto il confinante Sudan in attesa della prima occasione per il viaggio della speranza in Europa. Invece di vivere una vita normale in un Paese civile e democratico, Berhe fu arrestato dalla polizia sudanese nel 2016 ed estradato in Italia. Il suo volto comparve in tutti i media italiani che lo avevano condannato a priori. Berhe era il famigerato trafficante di esseri umani, responsabile dell’orribile naufragio a Lampedusa del 3 ottobre 2013 che causò 368 morti e 20 dispersi presunti. Berhe, incarcerato a Palermo per due anni in attesa di giudizio, è secondo molti esperti criminologi e giornalisti d’indagine del The Guardian un classico esempio di scambio di identità. Si suppone che lo scambio di identità fu fatto dalle autorità sudanesi per tutelare il vero trafficante, socio d’affari del Generale Salah Gosh, il discusso capo del National Intelligence and Security Service (NISS).

Salah Gosh e i suoi uomini della NISS, oltre al traffico di esseri umani, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, sono coinvolti in vari crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto in Darfur. Salah Gosh tra il 1990 e il 1996 è stato uno stretto collaboratore di Osama Bin Laden durante il suo periodo di asilo in Sudan. Successivamente divenne un contatto della CIA per le operazioni antiterroristiche. Una collaborazione che terminò nell’aprile 2005 in quanto la CIA si era accorta che il Generale Gosh faceva arrestare dei sudanesi innocenti spacciandoli per noti e ricercati terroristi islamici, adottando tattiche molte simili a quelle riscontrate durante l’arresto del rifugiato eritreo.

Lo scorso 17 aprile i giudici della corte d’Assise di Palermo hanno sentito le testimonianze di due testimoni dell’accusa: Mir Ibrahi Abdelsadig, presentatosi come funzionario Interpol di raccordo con la polizia sudanese, e Mohamed Elnour Abdelrahman, ufficiale di polizia. Nelle loro testimonianze in un primo tempo confermano l’identità dell’imputato con quella del trafficante. Incalzati dall’avvocato difensore per comprendere bene le dinamiche dell’arresto, i testimoni iniziano a contraddirsi. Nell’ultima versione data dell’arresto l’identità dell’imputato diventa probabile, simile ma non certa.

L’avvocato difensore è riuscito a provare che il suo cliente ha subito gravi violazioni dei suoi diritti civili. Al momento dell’arresto fu privato del suo passaporto e, per tutto il tempo passato in prigione fino all’estradizione in Italia, di qualsiasi tutela legale e senza essergli comunicato il capo d’accusa a lui imputato. Peggio ancora, i due agenti durante l’udienza a Palermo hanno negato di appartenere alla NISS. Abdelsadig successivamente lo ha ammesso, Abdelrahman no.

L’asso nella manica dell’accusa, i due testimoni sudanesi, sembra essersi tramutato in un boomerang visto che appartengono ad una tra le più brutali e sanguinarie forze d’élite del regime islamico sudanese ora in difficoltà. Ancora più assurdo il giudice della corte d’Assise di Palermo abbia accettato valide queste testimonianze 6 giorni dopo l’abdicazione e l’arresto del dittatore Omar Al Bashir e l’uscita dalla scena politica sudanese del loro capo, il Generale Salah Gosh. Le forze democratiche sudanesi riunite nella piattaforma politica Declaration of Freedom and Change reclamano la dissoluzione dei reparti d’élite del regime islamico di Khartoum, Rapid Support Forces (RSF), e della NISS oltre all’arresto dei rispettivi dirigenti per crimini contro l’umanità.

Il caso del rifugiato eritreo è diventato molto imbarazzante non solo per la Magistratura di Palermo ma per lo stesso governo. Nessun vuol ammettere che sono stati ingannati da Salah Gosh e dalla NISS, uno dei reparti beneficiari dei finanziamenti dell’Unione Europea per fermare i flussi migratori clandestini dal Corno d’Africa (via Sudan) alla Libia ed Egitto. Ormai è risaputo che la NISS prendeva i soldi europei e nello stesso tempo aveva il controllo di parte del traffico di esseri umani o riscuoteva tangenti dai trafficanti.

È proprio questa comunanza d’affari e interessi che avrebbe spinto Salah Gosh a proteggere Medhanie Yehdego Mered dando in pasto alla giustizia italiana l’ignaro Berhe mentre il vero trafficante si troverebbe libero a Kampala (Uganda) con falsa identità. Al momento non si conoscono ancora i risultati della Corte d’Assisi di Palermo, ma si ha l’impressione che il caso Berhe sia molto di più di un drammatico scambio di identità. Si rafforza il sospetto che l’Italia sia implicata in oscure vicende nel lontano Sudan, ora teatro della rivolta popolare contro il regime islamico divenuto tempo fa amico dell’Italia e dell’Europa in nome del controllo dei flussi migratori.

Emergono notizie e fatti inquetanti sulla politica migratoria dell’Unione Europea. La tragica situazione degli immigrati in Libia intrappolati nei combattimenti di Tripoli, la proposta europea di creare piattaforme regionale di sbarco in Africa rifiutata categoricamente dall’Unione Africana che l’ha definita una grave violazione del diritto internazionale e un tenatitivo di creare un moderno mercato degli schiavi. Il fallimento del Processo di Khartoum e la denuncia della Foundation Human Rights for Eritreans rivolta all’Unione Europea riguardo a finanziamenti legati al Emergency Trust Fund for Africa rivolti al governo di Asmara per la costruzione di un tratto stradale dove si tollererebbe l’utilizzo di soldati e civili in lavori forzati, sono altri aspetti che aumentano i dubbi sulla efficacia e sulla moralità delle politiche migratorie europee.

Il caso giudiziario di Berhe ha suscitato vivo interesse da parte della stampa estera, in special mondo del quotidiano britannico ‘The Guardian‘ che ha pubblicato diverse inchieste giornalistiche, l’ultima pubblicata il 05 febbraio 2019. L’Associazione internazionale per le petizioni in difesa dei diritti umani e dell’ambiente, Change.org, ha lanciato una petizione a favore del rifugiato eritreo indirizzata al Ministro della Giustizia italianoAlfonso Bonafede, dove si fa notare che la detenzione di Berhe viola la difesa dei diritti umani richiedendo al Ministro della Giustizia di rivedere il caso di scambio di identità e rilasciare l’imputato.

La petizione su Change.org accenna a due test del DNA che avrebbero dimostrato senza ombre di dubbi che Medhanie Tesfamariam Berhe non è il trafficante di esseri umani eritreo Medhanie Yehdego Mered. Secondo Change.org, i due test del DNA non sono stati presi in considerazione dalla Magistratura di Palermo. La vicenda dei test del DNA risale allo scorso anno e fu riportata dal giornalista italiano, Lorenzo Tondo sul ‘The Guardian’ il 9 maggio 2018. Campioni di DNA sono stati prelevati dal figlio di tre anni del pericoloso trafficante di esseri umani Raei Yehdego Mered che risiede in Svezia assieme alla madre Lidya Tesfu. Una iniziativa dell’avvocato difensore Michele Calantropo che ha spiegato: «Abbiamo prelevato campioni di saliva del figlio del trafficante di esseri umani e le analisi dimostrano chiaramente che il DNA del bambino non corrisponde con quello del rifugiato eritreo in carcere in Italia».

Un secondo campione di DNA è stato prelevato dalla madre del rifugiato, Meaza Zerai Weldai, durante un suo viaggio a Palermo dalla capitale eritrea di Asmara e combaciava perfettamente con quello del detenuto. I due esami del DNA scagionano l’imputato dimostrando l’evidente scambio di persona. Errore evidenziato dalla famiglia del rifugiato eritreo e dalla stessa moglie del trafficante, Lidya Tesfu, che non riconobbe nel detenuto suo marito. A gran sorpresa il Procuratore di Palermo ha rifiutato di riconoscere la validità dei test DNA e delle testimonianze a favore del detenuto, compresa quella della moglie del vero trafficante.

Medhanie Yehdego Mered risiederebbe presso un popolare quartiere di Kampala (Uganda) denominato Kabalagala. Alcune testimonianze raccolte dal ‘The Guardian‘ tra cittadini ugandesi informano della presenza a Kabalagala di un eritreo che corrisponderebbe al trafficante Mered. Sarebbe in possesso di una falsa identità sempre eritrea e avrebbe ottenuto lo stato di rifugiato. A Kabalagala si sospetta che l’individuo stia gestendo un traffico di prostituzione di donne etiopi ed eritree oltre ad attività di spaccio di droghe.  Il Procuratore di Palermo ha sempre rifiutato di concedere interviste sul caso al ‘The Guardian‘. Secondo i magistrati italiani, dietro allo sguardo spaventato del rifugiato eritreo in prigione, si nasconde il piú sanguinario trafficante di esseri umani della storia, Medhanie Yehdego Mered, soprannominato ‘il Generale’.

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