giovedì, Ottobre 29

Caso Barr logora un sistema USA già logorato La vicenda finisce per catalizzare la maggiore parte delle tensioni che gli Stati Uniti stanno attraversando in questo difficile momento politico

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All’interno degli Stati Uniti, la vicenda degli incontri avvenuti nelle scorse settimane fra il Procuratore generale William Barr, il procuratore John Durham e alcuni funzionari dei servizi di sicurezza italiani (una vicenda che, negli ultimi giorni, sembra essere diventata fonte di crescente imbarazzo anche per il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte) sta contribuendo a rilanciare le polemiche che sin dall’inizio hanno circondato il c.d. ‘Russiagate’ e le indagini che l’ex procuratore speciale Robert Mueller ha condotto su ciò quelle che nel suo rapporto finale sono state definite le ingerenze ‘ampie e sistematiche’ del governo russo nelle elezioni presidenziali del 2016. Le indagini di Barr – ufficialmente volte a verificare la correttezza della condotta dell’intelligence USA nel quadro delle indagini sul ‘Russiagate’ – hanno fornito, infatti, nuovo alimento alle voci secondo cui, dietro all’intera vicenda, vi sarebbe un non meglio definito complotto del ‘deep state’ statunitense per screditare la presidenza e – in vista dell’appuntamento elettorale del 2020 – a delegittimare la figura del Presidente uscente, influendo in maniera negativa sulle sulle possibilità di riconferma.

L’azione di Barr in particolare è stata oggetto di critiche sotto diversi aspetti. Oltre alla segretezza che la circonda e che è già stata individuata come un possibile fattore di debolezza, è stata rilevata l’anomalia di un’indagine condotta con il coinvolgimento in prima persona del Procuratore generale e in parte fuori dai canali formali che presiedono a questo tipo di attività, anche al fine di garantire la possibilità di usare in giudizio le evidenze raccolte. Il sostegno che la Casa Bianca ha apertamente offerto alle indagini di Barr ha rappresentato un altro elemento problematico. L’ipotesi che la vicenda ‘Russiagate’ non sia che il prodotto di una macchinazione ai suoi danni è sempre stata uno dei cavalli di battaglia di Donald Trump e un argomento da utilizzare sia per sostenere la legittimità della propria posizione, sia per attaccare i suoi avversari democratici. Un ruolo ambiguo è stato infine svolto da alcuni ambienti del Congresso, con il senatore Lindsay Graham che, in una lettera indirizzata ai governi italiano, britannico e australiano, ha pubblicamente invitato i tre Paesi a ‘cooperare con l’attorney general William Barr’ nella sua inchiesta sulle origini del Russiagate.

La recente evoluzione dell’inchiesta in indagine penale a pieno titolo (evoluzione dovuta, secondo alcune fonti, all’impossibilità, per il procuratore Durham, di raccogliere alcune testimonianze sotto forma di dichiarazioni spontanee) non potrà che inasprire il dibattito, contribuendo a rendere le sue risultanze una sorta di ‘contro-rapporto Mueller’. Anche le implicazioni politiche rischiano di essere notevoli. In passato, fra l’altro, Donald Trump aveva chiesto che le indagini su una presunta condotta impropria dei servizi d’intelligence nella vicenda ‘Russiagate’ coinvolgessero l’ex direttore dell’FBI, James Comey, l’ex direttore della CIA, John Brennan, e l’ex direttore della National Intelligence, James Clapper: di fatto, la messa in discussione di tutto il vertice dei servizi di informazione USA dell’era Obama e il ribaltamento delle accuse di ‘comportamento non patriottico’ sinora rivoltegli dai suoi avversari democratici. Da più parti sono state inoltre messe in luce le possibili ricadute negative delle indagini sulla collaborazione fra gli Stati Uniti e le strutture d’intelligence dei Paesi alleati, di cui l’indagine stessa critica implicitamente la buona fede e le scelte compiute.

Da questo punto di vista, quello che sempre più si qualifica come una sorta di ‘spin off’ della intricata vicenda ‘Russiagate’ finisce per catalizzare la maggiore parte delle tensioni che gli Stati Uniti stanno attraversando in questo difficile momento politico. Era chiaro da tempo che le ambiguità del rapporto Mueller avrebbero fatto poco per chiudere una questione che, per la Casa Bianca, ha rappresentato, in questi anni, un ‘vulnus’ importante. D’altra parte, nemmeno l’inchiesta Barr sembra destinata a portare alla luce l’attesa ‘pistola fumante’. Le pressioni più o meno esplicite fatte dall’amministrazione a sostegno dell’inchiesta sono, anzi, state sfruttare dall’opposizione democratica per mettere in luce quella che – a suo dire – sarebbe la paura di Trump di una sconfessione della sua narrazione dei fatti. L’imbarazzo che il coinvolgimento nella querelle ha provocato in alleati storici di Washington rischia anch’esso di ritorcersi contro l’amministrazione. Ciò che resta è, piuttosto, l’immagine di un sistema politico che sembra ancora fare fatica a trovare un suo equilibrio e che si accinge a entrare nella fase centrale della prossima campagna elettorale giocando in maniera esplicita la carta – considerata da tutti come la più pagante – della reciproca delegittimazione.

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