domenica, Dicembre 15

Casi Trump-Biden: due pesi e due misure La procedura d'impeachment contro Trump sta oscurando le colpe dell'ex vicepresidente

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Nel 2012, la Shell si aggiudicò l’appalto per lo sfruttamento del giacimento di shale gas di Yuzivska, situato al confine tra le regioni ucraine di Kharkov e Donec’k, che stando a stime statunitensi conterrebbe oltre 4.000 miliardi di m3 di gas. Lo ottenne di concerto con l’ucraina Burisma, holding di proprietà del potente ed influente oligarca Igor Kolomojskij nel cui consiglio d’amministrazione sedevano l’ex presidente polacco Alexander Kwasniewski, David Leiter, capo dello staff del segretario di Stato John Kerry, Hunter Biden, figlio del vicepresidente statunitense Joe Biden sprovvisto di qualsiasi esperienza precedente nel settore del gas, e Devon Archer, ex consulente finanziario di Kerry e socio d’affari dello stesso Hunter Biden nella Rosemont Seneca, società di consulenza da cui, grazie ai buoni uffici di Joe Biden, nacque quello che il ‘Wall Street Journal’ ha definito «il più grande fondo private equity cinese-americano», costituito assieme al Bohai Investment di Pechino e all’Harvest Global Investment di Hong Kong. Hunter Biden entrò nel consiglio d’amministrazione del fondo dopo aver preso parte a una riunione d’alto rango in Cina, dove si era recato in compagnia del padre mediante un viaggio a bordo dell’Air Force Two.

All’epoca, il ‘Washington Post’, quotidiano tradizionalmente vicino al Partito Democratico, fu tra i primi a sollevare forti perplessità in merito alla faccenda, domandando sarcasticamente «quanto dev’essere alto lo stipendio del figlio di Biden per mettere così a rischio il soft power statunitense». Tanto più che questi intrecci in cui erano invischiati personaggi legati all’establishment Usa tendevano ad avvalorare le tesi propugnate dal presidente russo Vladimir Putin, secondo cui l’attivismo di Washington in Ucraina era profondamente influenzato da concretissimi interessi personali di alcuni membri del governo.

Alcuni portavoce del governo Usa, dal canto loro, cercarono di giustificare il tutto sostenendo che l’insediamento nel consiglio di amministrazione della Burisma di personale fidato e fortemente ammanicato con le alte sfere del governo di Washington rappresentava una forma di ‘garanzia’ che gli Stati Uniti intendevano fornire all’Europa attestante il loro impegno a dotare il ‘vecchio continente’ di una fonte di approvvigionamento energetico alternativa a quella russa. Che uno degli obiettivi geostrategici perseguiti da Washington consista nell’indebolire il vincolo energetico che lega l’Europa a Mosca è fuori di dubbio, ma i retroscena emersi nel corso delle ultime settimane in merito al caso Burisma lasciano intendere una realtà ben differente.

Come si legge sulle colonne di ‘The Hill’, «i documenti bancari statunitensi attestano che la società facente capo a Hunter Biden, la Rosemont Seneca, aveva ricevuto da Burisma accrediti regolari, generalmente superiori ai 166.000 dollari al mese, su uno dei suoi conti tra la primavera del 2014 e l’autunno del 2015; il medesimo lasso di tempo in cui il vicepresidente Joe Biden ricopriva il ruolo di principale funzionario statunitense incaricato di gestire la crisi ucraina». Non stupisce pertanto, alla luce di tutto ciò, che le attività di Hunter Biden fossero finite sotto la lente d’ingrandimento del procuratore generale ucraino Viktor Šokin. Il problema è che, una volta scoperta la natura delle indagini condotte dalla procura di Kiev, Joe Biden pensò bene di avvalersi della sua autorità per tirare fuori suo figlio Hunter dai guai. Decise pertanto di intensificare le pressioni sull’allora presidente Petro Porošenko, minacciando di bloccare il flusso di aiuti statunitensi su cui si reggeva la stabilità finanziaria della disastrata Ucraina qualora Šokin non fosse stato rimosso dall’incarico. È stato lo stesso ex vicepresidente statunitense, ora impegnato alla corsa per la nomination democratica, a raccontare la vicenda in questi termini, affermando di aver chiarito dinnanzi alle controparti ucraine che «“se il procuratore non viene licenziato, non avrete i soldi”. Ebbene, quel figlio di puttana (risate) fu cacciato. E al suo posto nominarono qualcuno che, all’epoca, riscuoteva il nostro gradimento».

Attualmente, i democratici si avvalgono di questa vicenda come atto d’accusa per legittimare l’impeachment a danno di Donald Trump, reo – anziché chiedere delucidazioni a Biden in persona – di aver esercitato forti pressioni sul nuovo presidente ucraino Volodymyr Zelenskij per costringerlo a fornirgli informazioni incriminanti sul contro dell’ex vicepresidente, al fine di minare la sua corsa alla nomination democratica.

Da ciò emerge che tanto Biden quanto Trump hanno sfruttato la loro posizione di potere per perseguire scopi personali che non hanno nulla a che vedere con l’interesse del Paese. La differenza è che mentre il presidente il carica si trova a fronteggiare una procedura d’impeachment (che difficilmente andrà in porto, visto che i repubblicani – pur non coesi in merito al da farsi – controllano ancora il Senato), l’aspirante candidato democratico alle elezioni del 2020 non è stato oggetto di alcun procedimento giudiziario né tantomeno politico. È altamente probabile, di converso, che Biden abbia la strana spianata verso la nomination, specialmente alla luce dei recenti problemi di salute in cui è incappato Bernie Sanders, uno dei suoi principali sfidanti.

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