domenica, Dicembre 8

‘Case di cartone’, la soluzione per le emergenze abitative del futuro? Il cartone, uno dei materiali più diffusi ed economici della terra, potrebbe essere il centro dell’edilizia dei prossimi anni. Una Possibilità che promette di dare una risposta rapida ed efficace alle situazioni di crisi abitativa

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Nella tua tesi ribadisci spesso il valore sociale di un progetto come questo. Specie nei paesi in via di sviluppo infatti, la crescita demografica, la povertà e i conflitti civili e sociali portano spesso a crisi abitative che si riflettono sull’economia e sulla stabilità degli Stati. Che apporto pensi che potrebbe dare una soluzione di questo tipo allo sviluppo di questi Paesi?

Il cartone potrebbe dare una risposta concreta e veloce a questo tipo di problema, anche perché grazie alla prefabbricazione si presta ad essere inserito in processi autocostruttivi, realizzabili con manodopera non specializzata. Il problema al momento è piuttosto la mancanza di una sua legittimazione legale, anche se questo materiale potrebbe agevolare tale legislazione in quanto facile anche da controllare a livello progettuale e da gestire in cantiere. Il progetto può essere un’alternativa a quelle che comunemente vengono chiamate Favelas. Quartieri enormi, derivati dall’aggregazione di tante abitazioni autocostruite in modo illegale ma soprattutto pericoloso. Il cartone dà una risposta semplice a questo problema. L’autocostruzione è gestibile dallo Stato e sicura dal punto di vista tecnico. Altro discorso va fatto sul livello sociale. Credo si stia perdendo, soprattutto nelle periferie, la socialità a livello di quartiere. Le periferie urbane sono ormai conglomerati informi, spesso configurati in modo pericoloso, formati dall’accostarsi di tante case introspettive, recintate, che ben rappresentano la diffidenza dei residenti rispetto a vicini. Il cosìcdetto ‘Fenomeno delle strade vuote’, portato dall’assenza di vivibilità degli spazi esterni del quartiere. Questo fenomeno tra l’altro porta spesso ad un aumento di criminalità. Vivere il quartiere è infatti la più grande forma di protezione e controllo delle nostre città. Le case di cartone ben si integrano con l’elaborazione di un modello di ‘co-housing’, o con l’introduzione di un’attività economica per l’auto sostenibilità dell’abitazione. Un modello che porterebbe alla creazione di un livello di socialità chiamata semiprivacy, che sta tra la privacy dell’abitazione e la socialità della strada. Un livello intermedio di vicinato, in cui si possa tornare a fidarsi dei propri vicini.  

Pensi che un modello del genere sia replicabile anche nei Paesi Occidentali? In che modi e per quali contesti?

La replicabilità del modello nei Paesi occidentali è certamente possibile. Non ci sono differenze nell’applicazione del modello in base a benessere economico di una nazione o al suo modello di sviluppo. Anzi il progetto è adattabile anche a diversi contesti climatici. In Europa poi, il patrimonio edilizio esistente consente lo sviluppo di un pensiero anche verso il riuso, che richiama dinamiche differenti da emergenza abitativa. Parla di temi molto più lenti nel tempo, di adattamento delle strutture nel tempo, della loro adattabilità alle esigenze contemporanee. Ciononostante anche qui ci troviamo spesso in condizioni di emergenza dovute a disastri ambientali, o a situazioni di accoglienza per i migranti. Il modello si adatta ad entrambe le esigenze perché dà risposte veloci e concrete a queste domande.

Anche in Italia una soluzione di questo tipo potrebbe essere utile in circostanze emergenziali, penso ad esempio alla gestione degli sfollati a seguito dei disastri ambientali, oppure alla distribuzione sul territorio dei migranti. Ma passata l’emergenza, servono soprattutto soluzioni strutturali. Un altro dei problemi importanti del nostro paese è quello relativo al consumo del suolo. Le case ci sono ma spesso restano abbandonate o disabitate. Che soluzioni pensi che potrebbe dare questo progetto in un contesto del genere?   

Sono temi molto delicati ed estremamente attuali nel dibattito architettonico contemporaneo. Il problema più rilevante è che l’occupazione di suolo spesso determina la crescita delle Città verso le periferie. Un modello di crescita che non prevede sfruttamento vero dei suoli esistenti ma semplicemente l’allargamento dei confini della Città in modo indefinito ed incontrollato. Per evitare questo è necessario trovare una destinazione d’uso a quei terreni periferici e a quegli edifici abbandonati. Il titolo mia tesi è “Arquitectura sin lugar”, Architettura del non luogo, i ‘Non Luoghi’ sono quegli spazi che siamo abituati a vedere ma che non ci rendiamo conto che esistano. La risposta a questo problema sta nello svincolamento dell’architettura dal suolo, nella creazione di una gestione urbana che preveda lo spostamento dell’architettura, che diventa flessibile, in modo da occupare questi lotti e gestirli in modo consapevole. Nel momento in cui un lotto viene reso edificabile il valore del lotto cresce a dismisura, specie se sopra era presente struttura abbandonata. Spesso la rendita del terreno diventa talmente elevata da rendere impossibile l’acquisto per molti strati della popolazione. Questo meccanismo impedisce anche la vivibilità degli spazi. Svincolarsi dal suolo significa rendere accessibile questi lotti alla collettività. Ovviamente tutto questo necessità di una regolazione urbanistica ben pensata, ma credo potrebbe essere presupposto importante anche per dare svolta economica all’edilizia a livello urbano.

Realisticamente quanto e cosa manca ad una realizzazione e distribuzione di questo modello su larga scala?

Manca un’ulteriore grado di sperimentazione. Io svolto dei test su un campione ridotto di cartone corrugato multistrato. Per ottenere dati certi però bisognerebbe testare strutture complesse. La mia è stata un’analisi qualitativa, che ovviamente voleva anche sollecitare i tecnici del settore ad un’ulteriore sperimentazione. I risultati ottenuti sono interessanti. Il cartone ha molte analogie con legno lamellare, una grande duttilità ed una grande resistenza. Questi dati rendono sensata un ulteriore grado di sperimentazione. Utile tra l’altro anche a livello normativo.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere un’architettura che si muove sempre più in direzione della sostenibilità, dal punto di vista ambientale, economico e sociale. Quali pensi che saranno, nel futuro prossimo, le innovazioni dal punto di vista dell’edilizia abitativa e dell’urbanizzazione cittadina?

Il prossimo futuro dell’architettura sarà sicuramente indirizzato verso il tema della sostenibilità. Un concetto inflazionato più negli slogan che nella ricerca vera e propria.  Ma sono tante le tecnologie che si stanno scoprendo e sviluppando negli ultimi anni.  Stiamo andando verso edifici ‘NZEB’ cioè Near Zero Energy, sono edifici passivi che non richiedono somministrazione energia. Hanno quindi totale sostenibilità dal punto di vista ambientale. Penso tuttavia che si stiano trascurando altri aspetti della sostenibilità che potrebbero essere cruciali in futuro: la sostenibilità economica e quella sociale.  E’ anche vero che sono passaggi successivi, il processo d’innovazione si sviluppa prima in termini tecnici-tecnologici, poi economici e sociali. Detto questo, mi auguro che il futuro ci riservi una svolta in questa direzione. Le innovazioni tecnologiche sono state tante negli ultimi anni, specie in ottica del raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030 richiesti dall’ONU. Lo sviluppo di Città realmente sostenibili, in cui le risorse derivino al 100% da energie rinnovabile, con un alto grado di coesione sociale dovuta proprio ad una maggiore vivibilità degli spazi urbani.

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