martedì, Ottobre 20

Casa Bianca: vulnerabile perché sensibile

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Nella notte tra sabato 18 marzo e domenica 19, un uomo ha guidato fino ad un posto di blocco istituito davanti alla Casa Bianca affermando di avere una bomba nel suo veicolo. Il sospetto terrorista, Sean Patrick Keoughan, 29 anni, di Roanoke, in Virginia, è stato accusato di minacce e procurato allarme, reati per cui negli Stati Uniti si rischia fino ai 10 anni di reclusione. Keoughan, prima di attivare le misure antiterrorismo di una delle abitazioni più sicure al mondo, ha sostenuto di poter avere un contatto telepatico con il Presidente Donald Trump da cui voleva essere ricevuto nello studio ovale.

L’incidente avvenuto intorno alle 23 di sabato ha messo in moto dispositivi di sicurezza imponenti che per controllare l’intera area e dichiararla sicura, hanno impiegato oltre quattro ore. Altrettante ore di lavoro ci sono volute per aggiornare le misure di sicurezza ed innalzare il livello di protezione di uno dei presidenti a più alto rischio attentanti che la storia ricordi. L’evento non è in alcun modo riconducibile ad eventi terroristici legati ai movimenti islamici o ai numerosi dissidenti interni che si oppongono alla politica nazionale ed internazionale del Presidente.

Eventi di questo genere, per quanto assolutamente non letali e nemmeno preoccupanti, portano ad una riflessione sul perché grandi obiettivi, come la Casa Bianca, siano stati esclusi negli ultimi anni, dal circuito dei possibili attacchi a favore di soft target. Con l’avvento dello Stato Islamico, il 24 giugno 2014, e con le mutate tecniche offensive rivolte al mietere vittime in Occidente, il terrorismo ha cambiato volto ed è diventato un fattore della quotidianità fin troppo conosciuto anche dai comuni cittadini.

Chi si occupa di tematiche legate alla sicurezza, collettiva o individuale, ha compreso che la percezione della minaccia sta diventando più forte e credibile di una minaccia concreta all’incolumità fisica dei cittadini.
Il terrorismo diventa così una minaccia psicologica ed intrusiva che si insinua nella vita delle persone ‘normali’ andando a minare quel senso di sicurezza tipico delle città evolute europee ed americane.

Prima della nascita dello Stato Islamico, il suo predecessore Al Qaeda, basava la sua strategia del terrore, studiando obbiettivi politici e di grande visibilità, quelli che in termine tecnico sono chiamati ‘obbiettivi strategici’.  Il colpire, con autobombe o attacchi suicidi, strutture del potere o di comprovata rilevanza, lascia un senso di smarrimento nella popolazione che subisce l’attacco, rendendo l’evento ancora più psicologicamente rilevante.

Una riflessione su cui ultimamente è orientata la scienze polemologica è comprendere come mai i siti sensibili sono rimasti intoccabili (o quasi) sotto la minaccia dell’IS. Quali sono i fattori che hanno permesso di trasferire la minaccia da luoghi simbolici a soft target comuni ed incontrollabili?

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