lunedì, Maggio 27

Carlo Ripa di Meana: io, un cane sciolto

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Andando avanti con queste interviste -siamo alla ventesima- mi rendo conto che sto tracciando un personale mosaico che fa parlare alcuni personaggi che hanno contato e contano nella vita di questo Paese oppure, come nel caso dell’Ambasciatore dell’Azerbaigian, danno conto di culture vicine/lontane che allargano i nostri orizzonti.

L’intervista stavolta comincia male, ma da quel gran signore che è, Carlo Ripa di Meana, tace e mi accoglie con quel calore umano che è tratto distintivo del suo carattere. Ebbene, ne faccio pubblica ammenda: mi presento nella sua bella casa del quartiere Prati addobbata come una cicala anti-animalista, con il mantello di ermellino d’estate che rappresenta il migliore capo del mio guardaroba: la sera devo andare a un ricevimento e, non avendo tempo di tornare a casa, mi sono ammennicolata direttamente dal mattino.

Prudentemente, Andrea, il premuroso figlio adottivo di Carlo e Marina, mimetizza il manteau incriminato in un armadio all’ingresso ed io, ilare e ciarliera come non mai, posso cominciare a ficcanasare, come al solito, nei ricordi autobiografici delle mie ‘vittime’, circondata da opere di arte contemporanea suggestive ed evocative.

M’interessa di approfondire i ricordi e le esperienze di Carlo che sono davvero tante e, in parte, contenute in due libri: ‘Cane sciolto’ e il recentissimo ‘Le bufale’ (Maretti, editore sanmarinese), dando conto di moltissimi fatti di cui Ripa di Meana è stato protagonista o testimone.

Certo, ora prevale quest’ultimo ruolo, ma per lunghi decenni ha avuto posizioni istituzionali di grande ‘esposizione’, quale Consigliere regionale in Lombardia e, successivamente in Umbria; Presidente della Biennale di Venezia; due volte parlamentare europeo; Commissario europeo per l’Italia per 8 anni nelle due Commissioni Delors I e II; Ministro dell’Ambiente nel Governo Amato I (ove fu Collega della nostra precedente intervistata, Fernanda Contri). Diede le dimissioni per dissensi in Consiglio dei Ministri, in quanto si oppose al decreto, denominato decreto ‘Amato-Conso’, che poi non fu firmato dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro: riguardava la depenalizzazione dei reati concernenti le violazioni sulle norme per il finanziamento pubblico ai Partiti. Il referendum in materia, indetto subito dopo, espresse chiaramente la volontà degli italiani contraria a una pratica che, mimetizzata e camuffata in vari modi       -come rimborsi elettorali, ad esempio- ancora ora costituisce un vulnus alla democrazia, visto che gli elettori ben 2 volte si sono espressi contro questo mercimonio.

Molte volte le posizioni di Carlo Ripa di Meana si sono discostate dalla mansueta accettazione dei cosiddettiordini di scuderia’ (partitici o governativi): riguardo l’euro, ad esempio, rispetto al quale, già come parlamentare europeo, aveva espresso le sue perplessità, affermando: «Oggi si propone non che lo Stato europeo conii la moneta, ma che la moneta conii lo Stato europeo… È un gioco d’azzardo che comporta rischi altissimi». I fatti di questi giorni, ma anche quelli del passato, gli stanno dando ragione.

Non è stato da meno, come ‘bastian contrario’, anche nelle altre due cariche ricoperte più recentemente, quale Portavoce dei Verdi e Presidente di Italia nostra (ora ne è Presidente onorario).

Gli calza a pennello, dunque, la definizione che si diede di lui e che ha trasferito nel titolo di un suo libro di riflessioni socio-politiche.

Quando diedi alle stampe ‘Cane sciolto’” prende a raccontarmi, con quella distaccata ironia che gli è propria, “intendevo per così dire ‘chiudere il millennio’, per poi dedicarmi ad altro, fosse pure a godermi il calore del sole seduto su una panchina ai giardinetti”.

Poi, “il mondo ha cominciato a cambiare ancor più vorticosamente: per dirne due, l’inedita coesistenza di due Papi (entrambi legittimi, non di un Papa e di un Antipapa, come avvenne nel Medioevo); l’avvento di gente che predicava il Califfato”.

Ho capito che i giardinetti potevano attendere, perché avevo ancora tante cose da dire. Oggi che sento Gianni Minà che, dopo le dichiarazioni del Presidente USA Obama di voler cancellare l’embargo contro Cuba, afferma convinto: ‘Ha vinto Fidel!’ mi viene da pensare che c’è da chiedere i sali inglesi”.

 

Carlo, riavvolgiamo la pellicola. Raccontiamo di te dall’inizio…
Mio padre Giulio era ufficiale dei Granatieri; mia madre, Fulvia Schanzer, era figlia del pluri-Ministro giolittiano Carlo Schanzer, di origine ebrea.
Il loro matrimonio, malgrado sette figli, non fu felice, anzi mia madre aveva un amore neanche tanto segreto. I miei genitori erano troppo diversi fra loro. I loro scontri astiosi erano evidenti anche a noi figli; ne ho sofferto.
Però ci hanno trasmesso il loro imprinting di distacco dai beni materiali e, da parte di mia madre, per me, anche dell’altro. Il mio sangue, che al 50% è il suo, mi fa parteggiare per Israele, mentre assisto al preannunciarsi del riconoscimento dello Stato Palestinese e al relativo moltiplicarsi di ostacoli allo Stato ebraico.
Per connotare questa mia doppia origine familiare ed in virtù della matrilineità della discendenza ebraica, nonché della grande attrazione che esercita su di me quella cultura, avevo pensato di chiedere la co-cittadinanza israeliana, attivando la cosiddetta ‘Legge del ritorno’, vigente in Israele sin dal 1950. Essa garantisce la cittadinanza israeliana a ogni persona di discendenza ebraica nel mondo, purché si trasferisca in loco con l’intenzione di viverci e di rimanervi e, se in età, di compiere ivi il servizio militare. Nel mio caso, al momento della richiesta, ero ormai in over age, e mi pareva che non mi si applicasse la causa di esclusione prevista dalla stessa legge: non poteva trattarsi di persona ebrea che avesse volontariamente cambiato religione.
Certo, mia madre non era una frequentatrice di sinagoghe, ma tale sua abiura non mi risultava e neanche quella di mio nonno Carlo, da cui ho preso il nome (sono secondogenito; il primogenito si chiamava Vittorio ed oggi non c’è più).
Su indicazione del rabbino di Roma, Riccardo Di Segni, mi sono rivolto al Consolato israeliano a Roma, in Corso Vittorio Emanuele. Ho seguito la trafila, accolto con grande sollecitudine dalle gentili signore che vi lavorano. E’ stata svolta la prescritta indagine genealogica e, con mia grande sorpresa e delusione, è venuto fuori che il mio bisnonno, Alois Schanzer, arrivando a Vienna dalla natia Leopoli, pensò bene di far battezzare il figlio, al fine di ‘facilitargli’ la vita nella società del cattolicissimo Impero austriaco.
Alla comunità ebraica mi consigliarono di ‘spostare’ la mia richiesta al Consolato di New York, perché gli ebrei americani vanno meno per il sottile, operando sui grandi numeri. Ebbene, questi ‘trucchi all’italiana’ non mi appartengono. Sono rimasto assai amareggiato di questo suggerimento furbetto. Ed ho rinunciato alla mia aspirazione di prendere la cittadinanza israeliana.

Hai parlato contro Minà, ironizzando sulla presunta ‘vittoria’ di Castro che, alla lunga, ha fatto vanificare l’embargo statunitense… Ma, scusa, tu non hai cominciato in seno al Partito Comunista?
Certo, sono stato comunista. Almeno fino ai fatti d’Ungheria. Lo fui fino ad una telefonata di Antonio Giolitti, il nipote del Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Giovanni.
Eravamo entrambi nel PCI, ma ce ne allontanammo; anzi, Antonio fu attaccato da Giorgio Napolitano perché non si era omologato alle ragioni dell’URSS, come tutti quelli che rimasero nel PCI.
Ricordo che, dopo la sua prima elezione a Presidente della Repubblica, lo stesso Napolitano volle andare a trovare a casa Antonio per riconoscergli che aveva avuto ragione, in quel 1956, allorché pubblicò il libro bianco ‘Riforme o rivoluzione’, espressione di quella corrente all’interno del PCI che era stata detta ‘revisionista’.
Aderimmo entrambi (e altri) al PSI, creando una rivista, ‘Passato e presente’, che Giulio Einaudi, per una questione di equilibri politico-editoriali, attribuì alla partecipata Boringhieri. Io amo l’elaborazione intellettuale, innanzitutto, e lì ce n’era.

Dunque, saresti un ‘cane sciolto’ perché non sei organico alla politica?
Non ho mai avuto ‘carnalità’ per la politica, forse perché provenivo da una famiglia che non aveva bisogno di arrampicarsi socialmente, anche se eravamo sette figli, dunque c’era benessere, ma non scialo.
Abitavamo in via Bruxelles 47, ai Parioli a Roma. Di fronte c’era Villa Badoglio, oggi diventata l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese. Sopra di noi abitava il famoso clinico Cesare Frugoni, e poi, nello stesso stabile, l’architetto Andrea Busiri Vici, fratello di un mio zio. Tante volte, davanti casa, ricordo la fila dei pony cavalcati dai figli del barone Nisco, in trasferimento verso Villa Glori.
Sì, non ho carnalità per la politica perché da sempre ho vissuto in un ambiente che considerava ‘volgari’ le ambizioni a qualunque costo, anche a quello di calpestare chiunque.
Al massimo, da giovanotto, desideravo fare il cantante: mi piaceva tanto Jacques Brel, ‘Ne me quitte pas’, ad esempio…

Com’è, allora, che ti sei trovato mescolato alla politica?
Attenzione, io considero nauseabonda la politica se è un semplice esercizio di rincorsa al potere, alla ricchezza. Ritengo, invece, che essa sia molto preziosa, rara allorché persegue la realizzazione di imprese nobili.
Lo è stata per me allorché mi dedicai anima e corpo all’organizzazione della ‘Biennale del dissenso’, nel 1977. Fu anche quella l’occasione in cui la mia vita fu travolta dall’uragano ‘Marina’… nel dissenso… noi due trovammo il consenso.
Mi coinvolse con la sua allegria, i suoi messaggi, mi lasciò i biglietti per un viaggio insieme negli USA, dove non ero mai stato…

Beh, parlaci di questo amore, il più forte della tua vita… Tu all’epoca eri legato a Gae Aulenti e, quand’eri a Praga, fra il ’53 e il ’54, avevi avuto anche una figlia da una donna cecoslovacca…
Tanto forte che ci siamo sposati due volte, prima civilmente, poi in Chiesa.
Marina arrivò a Venezia con un suo vagheggino, un antiquario romano che mollò in albergo al Danieli, per trasferirsi armi e bagagli a casa mia. Non ero travolto dalla bellona, assunsi una posizione attendista e facevo istitintivamente un po’ il prezioso. Ma poi mi arresi, mi aveva conquistato. Chi puo’ resistere, umanamente, a Marina?
Lasciai Gae, anzi lei era a Prato, affascinata da un progetto di Luca Ronconi, infilandosi in cose che non la riguardavano. Ci allontanammo o forse eravamo già inesorabilmente lontani…

Anche Gae Aulenti era una donna dalla forte personalità. Parlami della vostra storia…
Beh, su di lei avevo fatto un grande lavoro di coaching, per stanarla dalla sua introversione.
Era di origini calabresi, con un padre commercialista che divenne il professionista di riferimento di grandi industriali, prima in Veneto, poi a Biella. Gae era oppressa da questa figura paterna così ‘espansiva’ e si dedicava ad un’architettura più teorica, insegnando all’Università o nello studio del marito, un architetto uggioso come una pioggia londinese.
E poi arrivai io, libraio intellettuale (NdR: e belloccio, aggiungerei io…), con la mia Alfa Romeo… le mostrai un mondo che non conosceva, la spronai ad acquistare una cifra propria…
Quando finì fra noi, dopo un rapporto durato circa 17 anni, per un trentennio non volle più vedermi, fu implacabile. Soltanto poco prima che lei morisse mi consentì di andare a trovarla. Era opinione comune che il nostro legame si fosse spezzato per colpa mia, che le avevo preferito il nuovo amore con Marina. Fui considerato spregevole… un fedifrago e solo trent’anni dopo ha accettato di parlarmi. Ci siamo un po’ spiegati fra di noi. Mi ha rasserenato che fossimo riusciti a guardarci negli occhi dopo così tanto tempo. Pochi giorni dopo moriva: era il 31 ottobre 2012.

E poi c’è la madre di tua figlia…
Ero proprio giovane allora: lei era praghese, una studiosa di scienza dell’arte popolare nazionale. Aveva degli occhi profondissimi, che bucavano la notte.
Me ne innamorai come può farlo un giovanotto di 25 anni. Tornato in Italia non ne seppi più nulla. A un certo punto fu lei a ricontattarmi, affinché la sostenessi nelle spese necessarie affinché nostra figlia crescesse serenamente. Ho fatto il mio dovere.
Io ho avuta un’unica moglie: Marina… La prima, con rito civile, a Campagnano. Fra i testimoni, Bettino Craxi e Alberto Moravia. La seconda, in Umbria, con una cerimonia in Chiesa… C’era stata di mezzo la sua malattia; fra noi c’è un vincolo fortissimo, crediamo nelle stesse battaglie… Una donna che dà tutta se stessa in nome delle cause in cui crede. Ci rispecchiamo l’una nell’altro.

Di tutte le tue numerose esperienze, vorrei soffermarmi sulla Biennale del Dissenso, perché ha rappresentato una rottura, la dimostrazione che il re URSS era nudo…, ben prima della Perestroika e della Glasnost
Ebbe luogo nell’autunno del ’77: allora era Presidente del Consiglio l’immarcescibile Giulio Andreotti che cercò di bloccarla per non avere ‘grane’ con l’URSS, con il contorno di una lunghissima disputa diplomatica, che ne fece slittare l’inizio. E non finisce qui.
Anche l’edizione torinese ebbe i suoi bravi ostacoli, attizzati da Giuliano Ferrara, che cercò di farla osteggiare da Gianni Agnelli, in quanto promossa dal quotidiano ‘La Gazzetta del Popolo’, diretta da Ezio Mauro, rivale de’ ‘La Stampa’, giornale di famiglia di casa FIAT. Ma Agnelli non cadde in trappola e restò alla finestra, cosicché potemmo avere una ‘Biennale del Dissenso’ anche a Torino.
Con Giuliano ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Gli voglio bene, ci ritroviamo sulle posizioni filo-israeliane, ma non mi fido perché ha il temperamento di un antico corsaro.

E Bettino Craxi?
Anche rispetto a lui sono stato un ‘cane sciolto’: da un lato, abbiamo coltivato un rapporto sin dalla prima giovinezza, in seno all’UGI, l’Unione Goliardica italiana, ai vertici della quale c’erano anche Marco Pannella e il povero Paolo Ungari.
Ma, da Ministro dell’Ambiente del Governo Amato, non ho avuto nessuna esitazione a chiedergli, con una lettera pubblicata da un quotidiano, di non mettere il bastone fra le ruote al Governo, che alleava anche i socialisti al suo interno, attraverso i costanti editoriali di Ghino di Tacco che c’impallinavano. Poi si seppe che quegli editoriali non li scriveva lui, ma Franco Gerardi, scomparso lo scorso aprile a 91 anni, che allora era una colonna de’ ‘L’Avanti’, dirigendolo e poi diventando ghost writer di Bettino. All’epoca non lo sapevo e, dunque, sono stato coerente nel perorare le ragioni del Governo nei confronti di quelli che credevo fossero gli appunti dello stesso Segretario del mio Partito. Coerenti, però, lo siamo stati anche nel fargli sentire la vicinanza mia e di Marina ad Hammamet.

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