giovedì, Giugno 4

Cari Salvini e Di Maio, chi di presenzialismo e social ferisce, poi perisce La presenza continua e asfissiante sui social e sui giornali alla fine farà ‘disamorare’ gli elettori, Renzi insegna. E i due i problemi cominciano averli

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Ciò che mi domando sempre più spesso è se i due mezzofondisti dell’insulto -Matteo Salvini e Luigi Di Maio- si siano chiesti, o abbiano chiesto a qualche sondaggista loro amico (e quindi non Casalino e nemmeno Casaleggio), se questa presenza continua e asfissiante sulle prime pagine, anzi sulle prime colonne delle edizioni elettroniche delle prime pagine, non possa avere per effetto di stancare, e quindi ‘disamorare’, gli elettori.
Certo è che ogni mezz’ora ne esce una. Dico io, telefonatevi e ditevi tutto quello che volete, ma perché mai lo dite a tutti solo per fare sentire all’altro?

Certo, certo, tranquilli, non sono così scemo da non avere capito che questo è un modo per comunicare, per essere presenti, è un modo ‘social’. Voglio dire, forse mi sbaglio, che i due, diversamente da quasi tutti gli altri politici, si dichiarano rumorosamente cose, così come accade ai comuni mortali suisocial’. E sì, perché io conosco persone (dalle quali, una volta appresi i loro comportamenti, rifuggo decisamente) che fanno proprio così, ma nella loro vita ‘privata’, che, appunto, privata non è più. Si scambiano commenti, foto, panorami, ricordi, messaggi criptici e … insulti. Sì, insulti, e grazie a questo modo becero di ‘parlare’ rompono amicizie, interrompono fidanzamenti, scombinano matrimoni altrui raccontando delle proprie avventure con i consorti dei loro ‘follower’; il tutto con frasi smozzicate, grammatiche tutte speciali che richiedono studi approfonditi (io, per capire in qualche messaggio di qualcuno cosa cavolo significasse ‘x’ ci ho messo mesi, sorvolo sul ‘tvb’ non me lo ha mai scritto nessuno!), congiuntivi avventurosi. Il risultato finale è che, ad esempio, si rompe il fidanzamento, ma lo sa tutto il mondo.

Bene. Ma io, persona incapace di tutto ciò, se vedo roba del genere, mi limito a spegnere il cellulare, cambiare pagina internet, eccetera. Confesso: sono iscritto a Facebook, ma non lo apro mai; talvolta ricevo messaggi da cui risulta che qualcuno ha ‘cambiato il proprio stato’ (qualunque cosa ciò significhi) e io ignoro la cosa. Voglio dire che, pur se si è immersi fino agi occhi nei social, uno basta che guarda da un’altra parte e delle avventure della moglie non sa nulla.

E questo i nostri politicanti, e specialmente i due dioscuri, lo sanno benissimo, e allora, per aumentare l’effetto delle loro ‘riflessioni’, usano un trucco micidiale: fanno il tweet o quel che è, ma lo passano alla stampa. Anzi, vivono in mezzo alla strada a raccontare cose alla stampa. Per cui all’effetto fastidioso del social di turno, si aggiunge la notizia sui giornali cartacei e non.
In altre parole: non se ne sfugge.

Ma, appunto, prima o poi non potrebbe accadere, come accade a me, e cioè che la gente smette di colpo di seguire tutta ‘sta roba?
Forse, potrei dire, speriamo. Ma oggi come oggi, a quanto pare, no.

A quanto pare. perché i sondaggi li danno, o meglio danno Salvini, sulla cresta dell’onda. Sì, Salvini, perché Di Maio è sempre più l’ombra di se stesso, cade nei sondaggi, è perdente in modo sistematico su tutto, cerca lo scontro e viene sbeffeggiato.
Federico Pizzarotti, che se ne intende, dice il Movimento non è più quello di una volta. E ora se ne accorge? È da anni, ormai, che gli stellini sono lo stellino-capo e il suo manovratore più o meno occulto, Davide Casaleggio. Sì perché ormai anche Beppe Grillo conta come il due di briscola.
Ma, chi sa, forse anche Casaleggio comincia ad avere dei problemi, se è vero come è vero che gli stellini parlamentari cominciano ad averne piene le tasche di riempirlo di soldi. E questo, forse, è indicativo: indicativo del fatto che, avendo capito che non contano nulla, si preoccupano solo di sopravvivere fino a quando sarà possibile e quindi cercano di tenersi i soldi, tanto lo stellino-capo non gli può fare nulla, per ora. Anche se, quest’ultimo sta, secondo me, misurando la sua difficoltà, e ciò potrebbe indurlo a qualche stranezza: non credo che Di Maio abbia alcuna voglia di essere estromesso dal potere.

Come non ne ha Matteo Salvini, che alza continuamente il tiro, per cercare di ottenere tutto il possibile. Non è un caso che proprio ora, quando in fondo di pasticci in atto non è che ne abbiano pochi, tira fuori uno scontro apocalittico su Siri, la rinascita delle province e la forzatura sulle autonomie. Ha bisogno di consenso, di spazio, ha capito che le uniche cose che ha in mano sono la caciara e il potere. E quindi, cerca di ingraziarsi i colleghi di partito, gettandogli davanti succose bistecche, appunto: 2.500 nuovi eligendi e un po’ di autonomia regionale, per solleticare le manie separatiste del partito. Perché, furbo come è, ha capito perfettamente che le cose per lui non vanno così bene come le dipinge.

Forse sono io che sopravvaluto, ma in questi giorni sono accaduti due fatti notevoli.
Una ricomparsa di Roberto Maroni, come sempre ambiguo e allusivo, ma critico in maniera esplicita e Maroni non è l’ultimo venuto, tanto che Giancarlo Giorgetti ha dovuto inventarsi un po’ di insulti, del tipo «si fa notare per rientrare in gioco», perché appunto lo vede rientrare in gioco.
L’altra cosa notevole è il 25 Aprile. Qui Salvini, credo, ha sbagliato di grosso: ha voluto fare il gradasso e solleticare le manie parafasciste dei suoi, ma non ha tenuto conto del suo vero e unico per ora avversario interno, Luca Zaia, che mentre Salvini andava a Corleone sputando sul 25 Aprile, ha fatto un discorsoaprilista impeccabile, presentandosi, per così dire, come il volto umano del leghismo, accattivante, istituzionale, pacato, ragionevole. Zaia non è scemo: a lui l’autonomia serve per rafforzarsi nel partito, che se ne fa del Veneto autonomo, mica può pensare di renderlo indipendente, si farebbe ridere dietro da tutta Europa. E allora con l’autonomia, potrà presentarsi appunto come il ‘buono’ del duo: e al gioco del cattivo e del buono, alla fine chi resta in piedi è sempre il ‘buono’.

E Armando Siri? Può mai Salvini impiccarsi a Siri con tutta questa carne al fuoco? Ma no, via, faccio una scommessa, mi ci gioco tutto: Siri la settimana prossima o dopo (con calma) incontrerà il bel Conte, reduce dai fasti cinesi e dagli sberleffi di al-Sisi, e … faràil bel gesto’, diràè una porcata, sono innocentissimo che più innocente non si può, ma nell’interesse del Paese e del partito me ne vado io’.
Il tutto nel bailamme solito, tranquilli. Ma il Governo, lo sto ripetendo come una giaculatoria lo so, il Governo non cade: entrambi –Di Maio e Salvinivivono finché vive il Governo. Caduto quello … loro rischiano di andare a spasso, e questo non è il momento di rischiare. Anche perché qualcuno potrebbe rendersi conto che è venuto il momento in cui si deve fare qualche cosa seria.

Qualcuno potrebbe chiedermi e chiedersi: ma se le cose stanno così, se tutto si fa in termini pubblicitari e di immagine, perché il PD non fa lo stesso? Intanto perché non lo sa fare, e poi sovrastare gli urli di quei due non è facile, specie avendo un programma un po’ raffazzonato, per dir così: poche idee e molti aspiranti ‘prime donne’. Ma poi, forse sta ripercorrendo la sua storia recente e può darsi che qualcuno nel PD ricordi che questo modo di fare politicafu inventato da Matteo Renzi, che cadde anche (se non solo) perché a furia di essere presente sempre e dovunque e sempre arrogante si rese talmente antipatico che moltissimi in Italia gli votarono contro perché nonse lo filavano più’. Non escluderei che qualcuno nel PD, anche se non torna dalla Cina, si immagini seduto sulla riva del fiume ad attendere di vedere passare il cadavere dell’avversario.
Oppure, anche solo perché il PD non ha argomenti e specialmente persone da opporre a questa caciara. Se è così, e temo che sia così, c’è poco da stare allegri.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.