lunedì, Ottobre 14

Carceri: una bomba ad orologeria Giustizia, la grande assente dalle agende politiche

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Al ministero di Giustizia sanno perfettamente qual è la situazione: oltre 60mila detenuti; una capienza inferiore a 47mila posti. I conti sono presto fatti: la differenza è: 13mila. Se poi si vuole fare entrare sessantamila in 47mila, è evidente che si sfidano le leggi della fisica. Nel caso delle carceri italiane, è una situazione più volte sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo; e altre volte accadrà, inevitabilmente. L’aspetto più vistoso di questa situazione è l’aumento esponenziale dei suicidi in cella: nel 2018 sono stati 64. Nessuno sembra preoccuparsene più di tanto.

Accade. E’ già accaduto; tutto fa pensare che continuerà ad accadere. Non solo il ministero della Giustizia, che dovrebbe pre/occuparsene istituzionalmente. Non fanno una piega l’intero Governo, ma più in generale la classe politica: appartengano, i suoi esponenti, alla maggioranza o all’opposizione. La Giustizia in generale, la situazione esplosiva delle carceri nello specifico, non fanno parte dell’agenda politica di nessuno.

Ciclicamente si promette la costruzione di nuove carceri. A parte i tempi, che non sono esattamente rapidi, nuovi istituti di pena sarebbero i classici pannicelli caldi, un’aspirina quando si è ammalati di polmonite.

Sempre ciclicamente si parla di misure alternative da far scontare a quanti sono condannati a pene minori. Lo capisce anche un bambino che è sbagliato far convivere un assassino o un affiliato a qualche organizzazione criminale a un piccolo truffatore. Si doveva sanare la piaga sanguinante da sempre dei processi interminabili: assicurare una giustizia rapida risolve in parte il problema dei detenuti in attesa di giudizio, che poi – in almeno la metà dei casi – sono dichiarati innocenti.

Niente. Si è fatto cenno ai suicidi in carcere: nel 2018 sono stati 64; altri 1.200 ci hanno provato. Si ammetta pure che la metà ha voluto solo fare il ‘gesto’: rimangono gli altri seicento, salvati dagli agenti della polizia penitenziaria, che anche loro vivono da detenuti: in condizioni, cioè, di perenne tensione ed esaurimento.

Una storia è quanto mai emblematica, quella di un ventenne egiziano Hassan S.; gli mancano appena 47 giorni, poi esce. Un mese e mezzo e poi avrebbe saldato per intero il suo conto con la giustizia. Li conta quei giorni: nella cella del carcere di Viterbo dove è rinchiuso, ha inciso una data: 9 settembre 2018, il giorno della liberazione.

Qualcosa si ‘rompe’ prima, nella testa di Hassan. Il 23 luglio viene rinchiuso in isolamento per una perquisizione a cui si è opposto. Due ore dopo Hassan sfila i lacci dalle scarpe, li legati alla grata d’areazione del bagno, forma un cappio, ci infila il suo collo. E’ troppo chiedersi come mai Hassan non ha voluto aspettare 47 giorni? Il suo, è rubricato come il suicidio numero 29 del 2018; il secondo in pochi mesi a Viterbo.

64 suicidi. Era dal 2011 che non si registrava una cifra così alta. Spie, sintomi, di qualcosa che non funziona.

Ai 64 dossier dei suicidi del 2018 se ne devono aggiungere altri dieci, relativi a questi primi quattro mesi del 2019: una media di più di uno la settimana: Pier Carlo A., 48 anni, suicida il 24 marzo 2019, Milano San Vittore; Michele S., 78 anni, suicida il 17 febbraio 2019, Taranto; Adelaja A., 40 armi, suicida il 7 febbraio 2019, Verona; Andrea D.N., 36 anni, suicida il 21 maggio 2018, Viterbo…

Nell’ultima relazione del Garante dei diritti dei detenuti presentata al Parlamento, cifre che raggelano: oltre ai suicidi, e ai tentati suicidi (1.197 nel 2018); gli atti di autolesionismo sono cresciuti esponenzialmente, passando dai 6.889 del 2014 ai 10.368 dello scorso anno. Il tasso di suicidi tra i detenuti che è 20 volte superiore a quello della popolazione libera; tra i paesi europei è il rapporto più sbilanciato: in Francia è 12,6 volte superiore rispetto all’esterno; in Svezia 9,3; in Spagna appena il 4,7.

E’ Napoli Poggioreale a detenere il record di decessi (cinque), seguito dalla casa circondariale di Cagliari (quattro) e da quelle di Civitavecchia e Verona (tre in entrambe). Un dato che dovrebbe far pensare, e che i più “fragili” non sono coloro che hanno davanti l’ergastolo o condanne lunghissime: un terzo dei casi (20 su 64) riguarda chi era sul punto di uscire: a 17 detenuti mancavano meno di due anni, addirittura per tre di loro era questione di mesi. L’età media è intorno ai 37 anni.

S’è fatto cenno alle condizioni di vita degli agenti della polizia penitenziaria anche per loro la vita è dura. In media, ogni anno si tolgono la vita sette agenti: «Siamo lasciati da soli, senza paravento né tutele», dice Donato Capece, segretario del sindacato Sappe. «Siamo 41.250 agenti, ma in servizio effettivo 35mila, e ciò implica negare al personale i riposi, le ferie, la dignità del posto di lavoro». È la sindrome da burnout: colpisce le ‘professioni dell’aiuto’, come i poliziotti, vigili del fuoco, medici, insegnanti, infermieri. Esplode quando non si riescono ad ottenere risultati proporzionati allo stress patito. Quando passi la tua vita in carcere, e non vedi migliorare niente.

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