domenica, Dicembre 8

Carceri, mobilitazione di giuristi e radicali: non affossate la riforma Bernardini: Paolo Gentiloni e Andrea Orlando hanno mentito

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Lo chiedono i penalisti: hanno indetto due giorni di sciopero che si sono conclusi con una manifestazione nazionale, ieri, a Roma. L’Unione delle Camere penali rivolge un “forte richiamo” al governo perché rispetti i “propri impegni” e approvi, “prima dell’oramai prossima scadenza“, il testo della riforma dell’ordinamento penitenziario già sottoposto al vaglio del Consiglio dei Ministri.

La riforma dell’ordinamento penitenziario voluta dal Ministro Andrea Orlando dicono i penalisti «è stata salutata dall’avvocatura penale come una grande riforma organica dell’esecuzione penale con la quale, dopo oltre quaranta anni, si è tornati a porre la finalità rieducativa ed il reinserimento sociale del condannato al centro della legislazione penale nella luce dei principi affermati dall’art. 27 c.3 della Costituzione». E gli stati generali dell’esecuzione penale voluti dal Ministro per riunire l’accademia, l’avvocatura e la magistratura, attorno alla attuazione della delega,” hanno prodotto una riforma che pone ancora una volta l’Italia all’avanguardia nella elaborazione dei più avanzati strumenti di recupero e di trattamento penitenziario”. I pareri non vincolanti delle Commissioni Giustizia del Parlamento, «con i quali si sono espresse riserve circa la esclusione di alcuni automatismi e di alcune preclusioni, non possono costituire un ostacolo all’iter di approvazione definitiva della legge, dovendo il Governo restare fedele allo spirito della riforma ed alla lettera della delega, ed agli impegni più volte pubblicamente assunti dal Ministro Orlando e dal Presidente del Consiglio Gentiloni».

  Lo chiede Agnese Moro, una delle figlie del leader democristiano ucciso quarant’anni fa dalle Brigate Rosse. Ferita in uno dei suoi affetti più cari, avrebbe tutto il diritto di mostrare il volto arcigno che non concede perdono e misericordia. Invece si fa interprete di un “sentire” improntato a pacata ragione e meditata consapevolezza: «A volte sembra che la nostra vita pubblica assomigli alla storia di Penelope, che tesseva di giorno e di notte disfaceva il lavoro fatto. È quello che rischia di succedere alla riforma penitenziaria su cui governo, Parlamento, studiosi, operatori, addetti ai lavori, volontariato e società hanno lavorato intensamente negli ultimi anni».

  Agnese Moro, nella sua settimanale rubrica su “La Stampa”, ricorda che per cercare di scongiurare una simile eventualità diverse associazioni   si sono rivolte con un appello al Governo perché l’approvi, in attuazione della delega ricevuta con la legge n. 103/2017. Cosa che ancora può fare. «Speriamo», auspica, «che  il Governo abbia quel po’ di coraggio che serve per non disfare tanto lavoro e tante speranze».

  L’appello. Lo firmano l’Associazione italiana dei professori di diritto penale; l’Associazione tra gli studiosi del processo penale; L’Unione Camere Penali Italiane e il Consiglio Nazionale Forense; Magistratura Democratica, Area democratica per la giustizia, Antigone, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia; il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e Nessuno Tocchi Caino. E ancora: Edmondo Bruti Liberati; Fabio Cavalli; Adolfo Ceretti; Paolo Di Paolo; Emilio Dolcini; Elvio Fassone; Giovanni Fiandaca; Luca Formenton; Carlo Federico Grosso; Vittorio Lingiardi; Franco Lorenzoni; Ernesto Lupo; Sergio Moccia; Tomaso Montanari; Valerio Onida; Padre Laurent Mazas; Francesco Palazzo; Mauro Palma; Sandra Petrignani; Armando Punzo; Andrea Pugiotto; Domenico Pulitanò; Gaetano Silvestri; Marco Ruotolo; Delfino Siracusano; Armando Spataro, Donatella Stasio; Vladimiro Zagrebelsky; e ancora: Rita Berrnardini; Sergio D’Elia; Elisabetta Zamparutti; Emilia Rossi; Guido Stampanoni Bassi Guido; Monica Manca; Federico Cappelletti.

  Nell’appello si osserva che «il cammino della riforma contenuta nello schema di decreto legislativo adottato il 22 dicembre 2017 rischia di avere una definitiva battuta di arresto”. Per questo ci si rivolge con forza al Governo perché, “mantenendo fede all’impegno assunto ed esercitando almeno nella sua parte fondamentale la delega conferita con la legge n. 103/17 votata dal Parlamento, approvi in via definitiva, pur dopo le elezioni politiche, la riforma dell’ordinamento penitenziario, riportando l’esecuzione penale entro una cornice di legalità costituzionale e sovranazionale dopo le umilianti condanne europee».

   La riforma, dicono i firmatari, «rappresenta niente più che il rifiuto, ideale prima ancora che giuridico, di presunzioni legali di irrecuperabilità sociale, dal momento che nessuna pena deve rimanere per sempre indifferente all’evoluzione personale del condannato, ed affida alla magistratura, cui per legge è assegnata istituzionalmente la realizzazione del finalismo rieducativo dell’art. 27 della Costituzione – la magistratura di sorveglianza – la piena valutazione sulla meritevolezza delle misure alternative e il bilanciamento degli interessi in gioco.    Sarebbe davvero amaro se il destino di questa stagione riformatrice, iniziata nel 2015 con la felice intuizione degli ‘Stati generali dell’esecuzione penale’, si concludesse con la beffarda presa d’atto che solo il carcere e non anche – e soprattutto – le misure di comunità svolgono efficacemente la funzione di garantire la sicurezza dei cittadini e riducono la recidiva».

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