sabato, Dicembre 7

Carceri: l’emergenza continua Continuano le 'evasioni' definitive

0

Ultime cronache di evasionidefinitive’. La prima, l’ennesima, nel carcere  Mammagialla di Viterbo. Un ragazzo sudanese, classe 1995, si toglie la vita impiccandosi con le lenzuola. Gli avevano diagnosticato problemi psichiatrici. Inutili i soccorsi: quando gli agenti della penitenziaria sono entrati in cella, già era morto.

Lo scorso anno, sempre al Mammagialla, due ragazzi si sono uccisi: Andrea D. N. e Hassan S. Uno 36 anni, l’altro 21. «Il problema», dice il segretario dell’Uspp, Danilo Primi, «è sempre lo stesso, lo abbiamo denunciato più volte. Non è possibile gestire la mole di detenuti psichiatrici, devono essere inseriti in strutture adeguate che possano seguirli. Viterbo sta diventando un putiferio».

Il Garante dei detenuti Stefano Anastasia conferma: «Ancora un suicidio in carcere, oggi a Viterbo. Un ragazzo di ventiquattro anni, detenuto da marzo, fine pena nel 2020, un anno circa il totale. Sudanese, non faceva colloqui né telefonate. Impressionano la giovane età, la solitudine, il fine pena breve, alla faccia di quelli che dicono che tanto in carcere non ci va nessuno, che sotto i due-tre anni di pena stanno tutti fuori»

L’altro evaso ‘definitivo’ nella casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino:  Roberto D.G., 65 anni, originario di Atripalda (Avellino) anche lui decide di farla finita impiccandosi. Anche lui con gravi problemi psichiatrici, aveva un anno fa ucciso la moglie a coltellate: diagnosi, ‘Psicosi paranoide’.    

Più in generale, la situazione carceraria: i posti disponibili nei 190 istituti sono 50.474. In realtà, precisa la radicale Rita Bernardini, occorre sottrarne 3.704 inagibili. Cioè vuol dire che risultano 10.511 detenuti in più; il mese precedente ne risultavano 10.409. Un trend di sovraffollamento in continua crescita. Per comprendere l’allarmante tasso di crescita, si pensi che il picco più alto di quest’anno, prima di quello attuale, si era registrato nel marzo: 10.097 detenuti  oltre la capienza regolamentare. 

Si prenda un caso emblematico, quello di Napoli, descritto dal Garante dei detenuti in Campania, Samuele Ciambriello: terzo piano del padiglione Roma. Qui si trovano i cosiddetti ‘sex offender’, persone accusate di aver commesso crimini sessuali o violenze in famiglia. Stanze e corridoi sono stati ristrutturati e le pareti tinteggiate di verde. Ma dentro le celle fino a dodici persone che hanno a disposizione un solo bagno e pochissimo spazio. Dormono su letti a castello e possono guardare quello che succede fuori da una piccola fessura che separa la loro cella dal corridoio. 

Anche il secondo piano del padiglione Roma, dove sono reclusi i tossicodipendenti, versa in condizioni fatiscenti. Fino a giugno i detenuti di Poggioreale erano circa 2500, molti attualmente sono stati trasferiti. I quasi ottomila detenuti della Campania hanno a loro disposizione solo 69 educatori e nelle carceri mancano psichiatri e psicologi. All’Asl di Avellino un concorso per assumere psichiatri a tempo indeterminato, figure da impiegare in carcere, è andato deserto: nessuno vuole andare in carcere, c’è una visione catastrofica e apocalittica. 

Prima di concludere: la legge è legge, d’accordo; però… Corte d’appello di Roma, sezione III penale. La sentenza è la numero 4470. Il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, in assenza di autorizzazione, non può in alcun caso e per nessun motivo allontanarsi dal luogo di esecuzione della misura, salvo l’ipotesi di stato di necessità che richiede l’imminenza di un grave danno alla persona. Qualsiasi spostamento non consentito, anche all’interno della stessa area condominiale, integra il reato di evasione. 

In base a questo inderogabile principio, la Corte d’appello di Roma, ha confermato la condanna per una donna sottoposta a detenzione domiciliare colta dagli agenti di Polizia a prendere un caffè a casa della vicina. I fatti, come sono stati accertati dalle forze dell’ordine: la donna viene imputata e processata per rispondere del delitto di evasione di cui all’articolo 385 del codice penale. Dopo la condanna in primo grado, in appello l’imputata ha cercato di convincere i giudici della bontà della sua azione, non diretta cioè ad un allontanamento non autorizzato dalla propria abitazione, ma giustificata dallo stato di necessità, come testimoniato anche dalla vicina. Secondo quest’ultima, infatti, la donna era uscita di casa per riprendere il cane, di grossa taglia e potenzialmente pericoloso, e nel farlo si era sentita poco bene, sicché le aveva offerto dell’acqua e un caffè per farla riprendere.

La Corte d’appello non ritiene credibile tale versione dei fatti, che non trova riscontro nell’accertamento effettuato dagli operanti che hanno escluso la presenza di un malore, avendo semplicemente sorpreso la donna agli arresti domiciliari a prendere il caffè dalla vicina di casa. Ciò posto, i giudici confermano il verdetto di condanna aderendo alla rigida interpretazione giurisprudenziale: in caso di detenzione domiciliare la condotta di evasione è integrata «da qualsiasi allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari senza autorizzazione, anche se di breve durata ed implicante uno spostamento di modesta distanza, e persino se lo spostamento sia limitato a spazi nell’area condominiale», a nulla rilevando i motivi che hanno spinto il soggetto a lasciare il luogo di esecuzione della misura senza alcuna autorizzazione. Nel caso di specie, poi, conclude il Collegio non può certo ritenersi sussistente l’esimente dello stato di necessità in quanto, pur prendendo per vera la ricostruzione dei fatti della vicina di casa, l’acqua o il caffè necessario per far passare il malore «potevano essere assunti dall’imputata, sia pure accompagnata dalla vicina, all’interno della propria abitazione».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore