domenica, Giugno 7

Carceri: il coronavirus dilaga, il Ministro sorride Timide e lacunose le misure per fronteggiare l’emergenza

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Parziale, ma significativa rassegna stampa: per non dimenticare le troppe indifferenze, arroganze, presunzioni, omissioni che si consumano in questi giorni di ‘Carogna-virus’ galoppante.

La commissaria per i diritti umani Dunja Mijatovic interviene sulla questione carceri e detenuti: è urgente proteggere i diritti alla salute e all’integrità psico-fisica dell’intera comunità penitenzia. Tra i rimedi (ovvi), indicati: una drastica riduzione del numero dei detenuti, “in questo momento, indispensabile…”.

I deputati Davide Faraone (Italia viva) e Pina Picierno (Partito Democratico), si rivolgono al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “Il problema delle carceri sovraffollate va affrontato… Non si può mantenere le distanze minime di sicurezza e nemmeno sanificare gli ambienti” …

  La Presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa denuncia che “non viene garantito il distanziamento sociale”. E’ in corso una raccolta firme promossa dai familiari dei detenuti di tutt’Italia per la tutela dei loro cari: “State violando la Costituzione e condannando a morte i nostri congiunti”. Padre Alex Zanottelli definisce la situazione all’interno delle carceri “una bomba atomica per il rischio contagio nell’emergenza coronavirus”; ed esprime grande preoccupazione per la situazione di sovraffollamento nei penitenziari. Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia definisce le carceri “una polveriera”.

Nel carcere di Aversa un detenuto romeno di 32 anni, Emil V., si impicca; avrebbe finito di scontare la sua pena nel prossimo novembre.  A Brescia muore Salvatore Ingiulla, medico sessantenne delle carceri Canton Mombello e Verziano; aveva contratto il virus nel marzo scorso.

Si potrebbe andare avanti a lungo. Cosa si fa, nel frattempo, di concreto? Il ministro della Giustizia Bonafede, tra un sorriso e l’altro, predispone un ‘piano’ nell’ambito del decreto ‘Cura Italia’. Nel migliore dei casi, saranno tremila i beneficiari della detenzione domiciliare prevista dal decreto; al tempo stesso, si prende atto che “non si possono stabilire distanze di un metro in celle di tre metri per tre se al loro interno sono recluse quattro persone. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria”.

Via Arenula guarda, non ‘vede’, passa oltre. Sostanzialmente inerte, mentre è caos per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione delle misure detentive, farraginose e complicate. Si procede in ordine sparso. Senza eco gli appelli dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, del Consiglio Superiore della Magistratura, dello stesso Pontefice, volti a convincere il governo perché affronti con determinazione la situazione all’interno degli istituti penitenziari.

Il 15 marzo scorso lOrganizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida da applicare allo scopo di prevenire la diffusione del Covid-19. Tra queste raccomandazioni osservare la distanza fisica di un metro. Impossibile nelle carceri italiane. Secondo i dati del 29 febbraio forniti del Ministero della Giustizia, in Italia ci sono 61.230 detenuti (solo 41.873 risultano essere condannati in via definitiva) a fronte di una capienza pari a 50.931 posti.

Contagi: secondo i dati forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, sarebbero appena 37 i detenuti ‘positivi’. Nove sono ricoverati in ospedale, otto i guariti. Tra i 38mila agenti di polizia penitenziaria sono 158 a essere risultati ‘positivi’ al tampone. Sedici i ricoverati e dispensati dal servizio. Cinque i contagiati fra il personale dell’Amministrazione Penitenziaria appartenenti al comparto funzioni centrali. E’ lecito pensare che la realtà sia meno rosea.

 L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda misure di protezione personale: igiene delle mani, disinfestazione degli ambienti, uso di mascherine protettive. Non sono assicurate in ospedale e nelle strutture sanitarie; non sono assicurate alle persone impegnate ogni giorno in quella che viene definita ‘la prima linea’. Figuriamoci se sono assicurate in carcere.

Il carcere, per la sua stessa natura, provoca un indebolimento del sistema immunitario; lo dimostrano i dati relativi al dilagare dellepatite C, dellHIV e dei problemi psichiatrici e astinenza da sostanze stupefacenti. Il Decreto Cura Italia, che introduce misure per contrastare gli effetti provocati dall’emergenza epidemiologica in atto, prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Perché questo limite, e non prevedere i tre anni, comunque restando allinterno delle previsioni ‘liberatorie’ dello stesso ordinamento penitenziario.

Dunque, poco meno di tremila i beneficiari di questa misura; si consideri, comunque, che il 30 per cento dei detenuti è in carcerazione preventiva, in attesa di un esito definitivo; almeno la metà, come documentano le statistiche, vengono poi dichiarati innocenti. In questo contesto, e con la pandemia in corso, non è irragionevole incentivare lutilizzo di misure alternative alla detenzione. Considerare il Covid-19 elemento oggettivo di inapplicabilità della custodia carceraria, consentirebbe di alleggerire la pressione delle presenze non necessarie nelle carceri.  E invece? Invece il ministro della Giustizia sorride.

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