giovedì, Ottobre 1

Carceri: è un inferno L'impressionante bollettino dei suicidi in cella

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Piace segnalarla, l’iniziativa ferragostana promossa, ancora una volta, dal Partito Radicale: dal 15 al 18 agosto prossimi, il segretario Maurizio Turco, la tesoriera Irene Testa, gli altri esponenti del Partito, da Rita Bernardini a Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, saranno impegnati in un tour di ricognizione e verifica delle condizioni di vita nelle carceri: «Nel giorno in cui tutti gli italiani sono al mare con amici e familiari noi saremo al ‘fresco’ nelle celle», spiegano. «Un’occasione per monitorare le condizioni di vita in penitenziari spesso sovraffollati e invivibili ma anche per dare conforto a persone che stanno scontando la propria pena».

Non c’è Ferragosto o altra festa comandata che i radicali non bussino alle porte delle carceri. Una ‘tradizione’ avviata fin dagli anni Ottanta da Marco Pannella. Leader storico dei radicali, scomparso tre anni fa, più di ogni politico italiano ha avuto a cuore il tema-carceri. «Al momento siamo in grado di assicurare una visita i almeno una cinquantina di istituti sparsi in dieci regioni», dice Testa. «Ma il numero è in divenire, e contiamo molto sulla partecipazione di parlamentari, europarlamentari, avvocati e garanti dei detenuti». Perché questa iniziativa? «Nel 2009 e nel 2010», risponde Bernardini, «il Partito Radicale aveva già organizzato un ferragosto in carcere, una delle più grandi ispezioni di massa nelle carceri italiane mai viste prima di allora; riteniamo che oggi, dopo tanti anni, sia il caso di organizzarla nuovamente».

In effetti, ogni giorno è un bollettino di guerra. Avrebbe dovuto affrontare il processo che lo vedeva imputato, con l’accusa di furto aggravato. In attesa di giudizio, detenuto nel carcere di La Spezia, un uomo di 32 anni, originario della Polonia, si toglie la vita. E’ l’ora di pranzo, le 13. Senza dare nell’occhio, prepara un cappio, sale su uno sgabello, salta giù. In cella c’è solo un altro detenuto, dà subito l’allarme. L’intervento della polizia penitenziaria è rapido, ma c’è poco da fare: si tenta un prolungato massaggio cardiaco, per quasi un’ora. L’uomo non si riprende. Nel salto riporta traumi troppo gravi, ogni tentativo di salvataggio è inutile.

Alla Spezia lo scorso anno la polizia penitenziaria ligure ha sventato trenta suicidi. In altri quattro casi non si è riusciti a evitarli. Nei primi mesi del 2019 i tentativi di suicidio in carcere sono stati già 11. Nel 2018 ci sono stati nelle carceri liguri 444 azioni di autolesionismo, 343 colluttazioni, 46 ferimenti, 142 scioperi dei detenuti, 28 rifiuto del vitto, 167 danneggiamenti a celle, 295 proteste, 50 proteste per le pessime condizioni di detenzione, 127 proteste con battitura alle inferriate, 11 rifiuti di rientrare nelle celle.

A Lecce analoga tragedia. Sono le 14, reparto circondariale C1 2° sezione, denominata Reis (Reparto Elevato Indice di Sicurezza); un detenuto quarantenne, reati legati agli stupefacenti e problemi di adattamento al sistema carcerario, si toglie la vita inalando gas dalle bombolette in dotazione.

Reggio Calabria, carcere di Arghillà. Dal rapporto del Garante dei detenuti, Agostino Siviglia: «A seguito del suicidio per impiccagione del cittadino di nazionalità rumena, Golovanschi Antonio Petru(classe 1972), detenuto presso l’istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà…nella veste di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del comune di Reggio Calabria, mi sono recato presso il detto istituto penitenziario al fine di assumere le informazioni del caso…».

Ancora dal rapporto: «Ho potuto apprendere che nel pomeriggio di venerdì 26 luglio 2019, intorno alle ore 17:30, il sanitario di guardia in carcere veniva allertato dalla sezione ‘Afrodite’, all’interno della quale sono reclusi i cosiddetti “protetti” (per reati di riprovazione sociale), essendo in atto un tentativo di suicidio. Risulta in atti che non appena il sanitario di guardia giungeva nella detta sezione ‘Afrodite’, il detenuto Golovanschi Antonio Petru, disteso per terra nel corridoio della sezione, attorniato da altri detenuti e agenti di polizia penitenziaria, non era più vigile e cosciente, non respirava ed il battito cardiaco risultava assente. Nonostante il tentativo di rianimazione con il defibrillatore portatile ed il contestuale massaggio cardiaco per circa 50 minuti, alle ore 18:20, i sanitari del 118, nel frattempo giunti sul posto, ne constatavano l’avvenuto decesso…Dalle informazioni acquisite, non risulta che al detenuto Golovanschi Antonio Petru, entrato in istituto il 16 luglio 2019, fosse stato applicato alcun regime di vigilanza particolare, essendo in cella con altri tre detenuti e non avendo avuto alcuna diagnosi di patologia psichiatrica rilevante. Sul punto si segnala la visita del 25 luglio 2019 – reperibile in atti – del referente sanitario dell’istituto penitenziario di Arghillà, dalla quale non si evidenzia alcun sintomo di patologia psichiatrica rilevante, nel mentre emerge una condizione di estrema marginalità sociale e solitudine del cittadino rumeno in questione, persona senza fissa dimora che dormiva nei vagoni della stazione ferroviaria di Reggio Calabria, senza familiari, né parenti, né amici, senza nessuno, semplicemente, solo. Per dare seguito al suo gesto suicidario ha aspettato di rimanere solo in cella, di oscurare lo spioncino che permette dall’esterno di guardare all’interno della cella stessa, di legare le lenzuola alle grate della finestra dell’antibagno della sua cella e, quindi, di impiccarsi…».

E infine, al di là del burocratico lessico usato nel rapporto destinato ‘alle competenti autorità’, ecco forse il cuore del problema: «Le ragioni che inducono al suicidio sono così complesse ed impenetrabili da non trovare spazio di approfondimento in Questa Sede, permangono tuttavia le urgenze strutturali da fronteggiare – qui segnalate, ancora una volta – in particolare per quel che concerne l’istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà, che se non risolte o quantomeno seriamente arginate, continueranno inesorabilmente a degenerare, con irreparabili conseguenze tanto nei confronti dei detenuti quanto del personale che a vario titolo opera in carcere».

Una storia che si trascina da anni, quella di Aldo Scardella, 24 anni, studente universitario a Cagliari. Il 23 dicembre 1985 due criminali derubano un supermercato. Camuffati con passamontagna, irrompono nel negozio, fanno fuoco. L’esercente muore, i due malviventi fuggono dal luogo del delitto attraverso una via che porta al complesso residenziale dove vive Scardella, che viene ingiustamente incarcerato. Lo studente è arrestato nonostante l’esito negativo di una perquisizione in casa sua. Scardella viene trovato morto per impiccagione nella sua cella il 2 luglio, dopo 185 giorni di durissima prigionia con lunghi giorni di isolamento.

«Dopo 33 anni dalla morte di mio fratello», dice Cristiano Scardella. «Nessuno ha pagato, non sono emerse le responsabilità degli inquirenti, non si è dato risposta concreta alla sua morte“. Un duro atto d’accusa: “Coloro che si occuparono della vicenda di Aldo sapevano che era innocente, perché sapevano in quale mondo era maturato il delitto del commerciante. Volevano lui come colpevole per non disturbare qualcuno che in quel momento faceva comodo».

Prima di togliersi la vita, Scardella scrive un biglietto: «Vi chiedo perdono, se mi trovo in questa situazione lo devo solo a me stesso, ho deciso di farla finita. Perdonatemi per i guai che ho causato. Muoio innocente». Il caso viene chiuso nel 2002, con la condanna di Walter Camba e Adriano Peddio, affiliati alla ‘banda di Is Mirrionis’ e già noti alle forze dell’ordine per precedenti penali.

Per ora, può bastare.

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