domenica, Ottobre 25

Carcere: tre suicidi in quarantott’ore Sotto inchiesta per anni, prosciolto, lo scopre per caso. Giustizia, per nessuno è una priorità e un'urgenza

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Prima storia. Il luogo è il carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, vicino Messina. Tra i detenuti ce n’è uno di quarant’anni, nazionalità romena, è in osservazione psichiatrica. Era detenuto da una decina di giorni. ‘Evade’ impiccandosi nella sua cella.

Seconda storia. E’ in carcere dall’agosto scorso, detenuto nel carcere di Civitavecchia, l’accusa è di spaccio di droga; quarant’anni, nazionalità polacca. ‘Evade’ impiccandosi alle sbarre della finestra della cella.

Terza notizia. Un detenuto algerino di 42 anni, detenuto nel carcere sardo di Uta si toglie la vita impiccandosi.aveva problemi psichici. Tre detenuti si tolgono la vita nel giro di quarantotto ore. Negli ultimi 20 anni il personale della Polizia Penitenziaria ha sventato, nelle carceri del Paese, più di 18mila tentati suicidi ed impedito che quasi 133mila atti di autolesionismo potessero avere conseguenze tragiche.

I sindacati della polizia penitenziaria riconoscono che il «sistema delle carceri non regge più, è farraginoso». E’ vero quel che ha detto il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che avere un sistema carcerario più moderno e più umano aiuta la sicurezza. Ma oggi la realtà in Italia non è affatto così: oggi, nelle 190 prigioni del Paese, sono presenti oltre 57.600 detenuti, ossia ben oltre la capienza regolamentare, e gli eventi critici tra le sbarre (atti di autolesionismo, risse, colluttazioni, ferimenti, tentati suicidi, aggressioni ai poliziotti penitenziari) si verificano quotidianamente con una spaventosa ciclicità.

Bene fra meno di due mesi si andrà a votare per il nuovo Parlamento e per chi ci dovrà governare. Nessun leader e partito pone in cima alla sua agenda politica la questione della giustizia, delle carceri, il dovere di garantire a ogni cittadino, a ogni persona, la certezza del diritto. Nessuno vuole dire nessuno, tra quelli che sono in corsa per le elezioni. E comunque: ministro della Giustizia  Andrea Orlando, batti un colpo…

Quarta notizia, non tragica come le tre di cui si è scritto poc’anzi, ma amara quanto basta. Giuseppe Melzi, l’avvocato che negli anni 70 difende i risparmiatori truffati da Sindona, viene successivamente accusato di riciclaggio per i clan mafiosi. «Contro di me», dice, «un’inutile persecuzione basata su una fake news finalmente smascherata dai giudici». Dieci anni dopo le accuse contro di lui cadono tutte le accuse. Lo scopre per caso. Tra carcere e domiciliari, l’avvocato si fa quasi dieci mesi di custodia cautelare ai quali vanno aggiunti anche tre anni e due mesi di sospensione dalla professione. Lo arrestano con altre otto persone il primo febbraio del 2008, a Milano, accusato di aver riciclato e reimpiegato, attraverso un giro di società fittizie tra Svizzera, Spagna e Italia, almeno 80 milioni di euro frutto dei traffici illeciti della cosca della ‘ndrangheta Ferrazzo di Mesoraca (Crotone). Con l’aggravante, secondo l’accusa iniziale, della finalità mafiosa. Interrogato dopo l’arresto, Melzi dice che non ne sa niente.

E’ l’inizio di un calvario al quale «sono sopravvissuto grazie alla mia coscienza pulita e integra e all’affetto incondizionato della mia famiglia, degli amici e delle persone da me assistite in oltre 45 anni», dopo che «la mia vita personale e la mia attività professione sono state esaminate senza alcun limite e rispetto», scrive in una lettera al Presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano,  al quale chiede di «ristabilire pubblicamente» la sua «dignità professionale».

Un anno dopo la retata, la Procura milanese chiede il rinvio a giudizio ma il Giudice per l’Udienza Preliminare trasmette il procedimento a Cagliari per competenza territoriale. Da allora Melzi dice che non ha saputo più niente: «Per più di sette anni non sono stato mai convocato». Di sicuro la Procura di Cagliari indaga, e apre un nuovo fascicolo nel 2012, per il quale «è stato recentemente chiesto l’archiviazione». Come per tutto il resto. Il 5 maggio 2016 il gip archivia. Occorrono altri venti mesi prima che l’avvocato Melzi venga a sapere da un collega sardo, ma senza una notifica ufficiale, che tutto è finito in una bolla di sapone.

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