giovedì, Ottobre 22

Carcere: storie di ordinaria follia Rita Bernardini, Segretaria di Radicali italiani, racconta alcune delle vicende ai limiti della realtà

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Che si fa, si ride o si piange? Questa storia l’ha scoperta la Segretaria di Radicali italiani Rita Bernardini, Segretaria di Radicali italiani; è una storia paradossale, ma lasciamola raccontare alla stessa Bernardini.

Mentre si scaricano sui Magistrati di Sorveglianza e sui loro uffici ulteriori compiti ai quali adempiere, e mentre da anni i Tribunali di Sorveglianza non riescono a seguire nemmeno l’ordinaria amministrazione, all’Ufficio di Sorveglianza di Modena può accadere che una signora da tempo stia cercando di interloquire con il Magistrato, stressata da telefoni che non rispondono, da uffici che non chiariscono e che rimandano sine die gli adempimenti che competono loro per legge”. Bisogna dire che da tempo a Modena non c’è il Magistrato di Sorveglianza che ha la competenza anche degli internati di Castelfranco Emilia; questo significa che nessuno si occupa delle istanze dei detenuti dei due istituti; significa, solo per fare qualche esempio, niente permessi, niente licenze, niente ingressi nelle comunità terapeutiche.

Dopo giorni e giorni di peripezie alla signora l’Ufficio di Sorveglianza fa sapere che “neanche loro sanno quando arriverà da Roma il sostituto magistrato, e che è tutto fermo fino al suo arrivo“.

Decisa a non mollare, la signora telefona al Ministero della Giustizia; le viene consigliato di telefonare al Consiglio Superiore della Magistratura. Una signora ostinata, alla fine ce la fa a parlare con la sezione Settima del CSM; e le riferiscono che a loro risulta che il magistrato ha già preso l’incarico, si tratta del dottor Sebastiano Bongiorno. Forte di questa notizia ritelefona all’ufficio di Modena dove finalmente le dicono che effettivamente il magistrato ha preso l’incarico… ma è andato in ferie e, comunque, anche dopo le ferie non rientrerà perché… andrà in pensione!

Quando la signora in questione mi ha raccontato questo fatto”, dice   Bernardini “non ci volevo credere. Constato, attraverso una ricerca fatta al volo su internet, che in effetti il dottor Bongiorno, magistrato e politico eletto nel 1994 nella lista dei Progressisti, ha assunto servizio l’8 luglio scorso e che la decisione del Csm risale al 19 febbraio. Faceva parte della vasta schiera di Magistrati fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia (Dap): la pacchia pertanto avrebbe dovuto finire, ma il  dottor Bongiorno, come abbiamo visto, ha trovato un’alternativa. Dal  canto suo, il magistrato Dal canto suo, il magistrato di Reggio Emilia  – che in teoria sostituisce quello di Modena – non firma le licenze, quindi il risultato è che tutti i semiliberi che regolarmente usufruiscono di licenze, proprio nei mesi più caldi di luglio, agosto e settembre, non avranno la possibilità di esercitare un loro diritto. Inoltre, in molti avevano già prenotato le ferie per andare nei loro paesi di origine a trovare i genitori, che a loro volta aspettavano da tutto l’anno questo momento. Di fronte a questa situazione, il Ministero della Giustizia tace, così come tacciono al Csm e la Procura Generale della Corte di Cassazione: è estate, i magistrati vanno in ferie e quanto prescritto dalla legge può attendere, in un Paese pluricondannato per violazione dei diritti umani fondamentali”.

E ora la storia di una persona che viene sottoposta ad anni di carcere, li sconta, viene assolto e per l’ingiusta detenzione non viene risarcito. Si chiama Giulio Petrilli, questa vittima della giustizia ingiusta italiana. Ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi. Attende risposta.

Gentile Presidente Renzi“, scrive il signor Petrilli, “visto che la legge attuale sulla responsabilità civile dei magistrati prevede di inoltrare il ricorso e anche il risarcimento al presidente del consiglio dei ministri, le inoltro la richiesta di risarcimento danni, quantificabile in dieci milioni di euro, per l’errore giudiziario commesso dal procuratore del tribunale di Milano e la Corte dello stesso tribunale che mi condannò in primo grado. Da anni mi batto per avere giustizia sulla mia vicenda giudiziaria. Una vicenda che mi vide arrestato nel 1980 con l’accusa di partecipazione a banda armata (Prima Linea) e rilasciato nel 1986, dopo l’assoluzione in giudizio d’appello presso il tribunale di Milano. Uscii innocente dopo cinque anni e otto mesi di carcere, da un’accusa di banda armata, che prevedeva anche la detenzione nelle carceri speciali e sotto regime articolo 90, più duro dell’attuale 41 bis. Anni d’isolamento totale, blindati dentro celle casseforti insonorizzate, senza più poter scrivere, leggere libri, anche quelli per gli studi universitari, qualche ora di tv ma solo primo e secondo canale. Sempre, sempre soli, con un’ora d’aria al giorno, in passeggi piccoli e con le grate. Un’ora di colloquio al mese, con i parenti, ma con i vetri divisori. Dodici carceri ho attraversato in questi sei lunghi anni. Ebbi la sentenza di assoluzione dalla Cassazione nel 1989“.

 

Chissà se Renzi ha risposto, anche un solo twitter…  

 

La denuncia è grave, viene da Rosario Tortorella, segretario del SIDIPE, il sindacato dei direttori penitenziari. In sostanza dice  che tagli, riduzioni e accorpamenti dei dirigenti penitenziari e dei  sistemi di controllo dei permessi agevoleranno le organizzazioni criminali: “L’ultimo passo verso il “collasso” del sistema penitenziario sembra essere quello del 15 luglio scorso”.

Quel giorno il Gabinetto del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha inviato a titolo di informativa ai sindacati uno schema di decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con allegato il regolamento di organizzazione del Ministero della Giustizia e riduzione degli Uffici dirigenziali e delle dotazioni organiche del Ministero della Giustizia, relativo alla spending review.

Una riorganizzazione, in parole povere; e cosa prevede questa riorganizzazione? Tagli, riduzioni dei ruoli dirigenziali, di educatori, assistenti ma anche di uffici strategici per la lotta alle organizzazioni mafiose. “Quello penitenziario” osserva Tortorella, “è un sistema complesso che, nel suo insieme, è un’articolazione della struttura di sicurezza dello Stato, non solo in relazione al contenimento delle persone condannate o in custodia cautelare, ma anche in ragione della funzione rieducativa della pena, perché restituire alla società persone migliori significa ridurre il rischio di commissione di nuovi reati e, dunque, garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Per  questa ragione non è comprensibile che si voglia affrontare l’emergenza penitenziaria riducendo ulteriormente gli operatori penitenziari e i dirigenti deputati a gestire il complesso sistema penitenziario, soprattutto se si considera che l’Italia è sotto osservazione dell’Europa dopo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la famosa sentenza Torreggiani, ha condannato il nostro Paese, a causa del sovraffollamento carcerario”.

Tortorella ricorda che ci sono regioni, come la Sardegna, in cui un solo dirigente ricopre la direzione di tre, o anche quattro, istituti penitenziari: “Un carcere, sia pure il più piccolo, senza direttore, primo garante dei principi di legalità nell’esecuzione penale, essendo egli armonizzatore delle esigenze di sicurezza e di quelle trattamentali, sposterà l’asse gestionale, per forza di cose, su altre figure; pertanto, venendo meno anche le già ridotte figure professionali del trattamento, questo asse non potrà che essere il personale di polizia penitenziaria. In tal modo, la dimensione del penitenziario diverrà, per forza di cose, prevalentemente securitaria e, quindi, meramente custodiale”.

Assieme ai dirigenti saranno soppressi anche cinque Provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria: quelli della Calabria e della Basilicata, saranno accorpati a quello della Puglia; il Provveditorato delle Marche, a quello dell’Abruzzo-Molise; quello  dell’Umbria a quello del Lazio; quello della Liguria, a quello del Piemonte-Valle d’Aosta. “Si creano così macro provveditorati logisticamente ingestibili, che comunque snaturano la loro funzione di prossimità agli istituti e ai servizi penitenziari”.

Per il 31 maggio 2015, salvo ulteriore, ennesima proroga, i sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari italiani dovrebbero essere definitivamente chiusi. Zammù Multimedia, il centro di produzione audiovisivo e giornalistico dell’università di Catania, ha realizzato un servizio speciale dal titolo ‘Ospedali Psichiatrici Giudiziari, fine corsa. Come è stato possibile?’ Lo si può trovare sul portale di Zammù Multimedia (www.zammumultimedia.it) a disposizione delle testate giornalistiche che vogliano riproporlo.

Il documentario è accompagnato da un’intervista al professor Migliorino e da una ‘recensione’ del professor Alessandro De Filippo, ricercatore di Storia e critica del cinema e di Cinema fotografia e televisione; vengono inoltre mostrate una quantità di fotografie trovate dentro uno scatolone abbandonato nell’archivio dell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto. Le immagini, stanze vuote di ogni forma di vita, sono accompagnate dalla lettura di alcune lettere scritte dagli internati e da alcuni psichiatri del tempo. Radio Zammù ha inoltre realizzato un’intervista a uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia, il professor Peppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste. Dell’Acqua pone il problema delle nuove Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) che  sostituiranno gli OPG; auspica che sia definitivamente abbandonata la visione che ne fa ‘luoghi di totale assenza di soggettività’, ‘luoghi di negazione’.

 

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