sabato, Febbraio 22

Carcere: occorre creare un ponte esterno «L'investimento dall'esterno, con risorse ma anche con semplice testimonianza, è fondamentale »

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Carcere di Benevento. C’è un detenuto, si chiama G.B., ha 48 anni, originario della zona. Lo hanno arrestato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia; in sostanza picchia la moglie. Una, due, dieci volte. La donna non ne può più. Denuncia l’uomo; i carabinieri lo portano in cella. Non ci sta molto, in carcere, G.B., evade. Ci ha pensato a lungo, studiato i particolari. Aspetta che il suo compagno di cella vada al colloquio. Appena da solo, con alcuni vestiti si fabbrica una corda: se la lega attorno al collo, un piccolo salto, il buio: quello definitivo.

«Non si può morire di carcere e in carcere», dice il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello. Non si può, ma si può. Per G.B., poche righe nei giornali locali. Che un detenuto decida di togliersi la vita dopo appena qualche giorno di cella, e con la prospettiva concreta di non dover scontare una lunga pena, interessa a pochi; e a pochissimi interessa ‘indagare’ come e perché si possa arrivare a un livello di disperazione tale, che qualche giorno di carcere diventi insopportabile; insopportabile al punto che si preferisce morire a qualche giorno in carcere. Si potrà obiettare che G.B., forse, anche prima di essere arrestato, era mentalmente instabile. Ci può stare. Ma in questo caso, la cella di un carcere non è certo la miglior cura. In ogni caso, e quale che sia la storia dietro questa ‘definitiva evasione’, è una sconfitta. Al ministero della Giustizia episodi come questo dovrebbero inquietare, e si dovrebbe agire e intervenire di conseguenza. Che non accada, aumenta inquietudine e perplessità.

Secondo le ultime stime, sono 47.257 i nuovi ingressi in carcere nel 2018: il 57,2 per cento sono italiani: 25.097 gli uomini, 1.915 le donne; il restante 42,8 è costituito da stranieri: 18.682 uomini, 1.563 donne.

Si chiama Luigi Pagano: una vita in carcere, ma non da detenuto. Dall’altra parte, come direttore: provveditore regionale delle carceri lombarde, oggi. Da quel 1 dicembre 1979, dopo la laurea, si occupa di detenuti: a Pianosa, negli  anni di piombo e delle guerre di mafia; poi a Badu ‘e Carros, all’Asinara; e in giro per l’Italia: Piacenza, Brescia, Taranto, a Milano: quindici anni a San Vittore; provveditore regionale lombardo, vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), di nuovo alla guida alla ‘sezione’ lombarda. Tra qualche giorno, la meritata pensione.

Quale migliore ‘osservatore’ delle questioni legate al carcere? «Occorre creare un ponte con il mondo esterno», dice subito Pagano. «Senza questo ponte, parlare di reinserimento sociale è mera utopiaL’investimento dall’esterno, con risorse ma anche con semplice testimonianza, è fondamentale. Altrimenti l’istituto rimane una monade: l’isolamento non porta al reinserimento».

Dalle sue parole traspare amarezza: «Oggi il carcere, più che un luogo di pena che porta al reinserimento, è diventato assistenza». La ‘fotografia’ che emerge dalla situazione lombarda è emblematica: i detenuti definitivi sono circa seimila; circa due terzi potrebbero beneficiare delle misure alternative; la maggior parte non può ottenerle perché non ha casa, non ha lavoro, è irregolare. Persone che restano in carcere non perché siano pericolose, ma perché non hanno altre possibilità. Pagano esorta a pensare a pene diverse: «Se l’efficacia del carcere si misura in relazione all’articolo 27 della Costituzione che pone al centro il reinserimento sociale, per quelle persone non c’è una possibilità. Ma se non c’è l’opinione pubblica dalla tua parte, nessuna riforma cammina».

Si dovrebbe, a questo punto, fare un’opera di informazione che non viene fatta. Spiegare, dati alla mano, che le misure alternative sono generalmente più efficaci della pena detentiva: le stime sulla recidiva di una persona che non lascia mai il carcere sono del 70-80 per cento; si abbattono con le misure alternative. «Il rischio del carcere», avverte Pagano, «è ‘l’infantilizzazione’. Occorre responsabilizzare i detenuti, bisogna passare dalla marcatura a uomo a quella a zona. Ma non servirebbe una rivoluzione: le norme già ci sono, basterebbe solo applicarle».

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