sabato, Luglio 4

Cara Repubblica, buttati tra le braccia dell’Europa Da decenni abbiamo l’abitudine di far fare agli altri ciò che non abbiamo la capacità o il coraggio o la forza politica per fare noi: in particolare all’Europa negli ultimi decenni. Mettiamo a frutto questa ‘felice’ abitudine buttandoci nelle braccia dell’Europa a trazione tedesca

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Due cose colpiscono, fra le altre, alla fine di una settimana, al solito, bollente e in apertura della settimana della Festa della Repubblica: la ‘riaperturatotale del Paese, Lombardia inclusa, dopo il terremoto del coronavirus -peraltro ancora lì, ricordiamolo, ricordiamolo sempre- e il vociare confuso in Italia sulle decisioni, definite spesso ‘storiche’ o ‘epocali’, della UE, illustrate in un discorso breve e secco dalla signora von der Leyen. Già solo questo dovrebbe fare riflettere molti in Italia. La signora von der Leyen ha parlato una decina di minuti, con frasi brevi e chiare, per presentare un progetto (anzi, tecnicamente una proposta al Consiglio) nel quale, terremoto o meno, ciò che conta è l’assoluta novità e la notevole dimensione del valore delle proposte, che arrivano a finanziamenti a vario titolo per circa 2.400 miliardi di euro, e una mobilitazione ulteriore che dovrebbe superare i tremila miliardi, tuttia caricodella Commissione.
Una cifra di investimenti tale che può porre l’Europa alla pari con gli immensi investimenti in corso in USA e in Cina e può, politicamente, facilitare i rapporti con l’ingombrante vicino, la Russia. Dieci minuti e un documento di 24 pagine (accompagnato da studi serissimi e approfonditi, come ovvio) altro che le sbrodolate illeggibili dei nostri fascinosi ‘premier’.

In altre parole, la mole di investimenti e la decisione politica che traspare chiaramente da tutto ciò potrà finalmente -sottolineo il ‘potrà’- mettere l’Europa in grado di competere con i blocchi attualmente prevalenti al mondo.
Dell’Europa, insomma, si potrà, se si agirà in maniera coerente, dire finalmente che ha un numero di telefono. Sempre che la stupidità dei sovranisti beceri di alcuni Paesi abituati a galleggiare frugalmente piuttosto che navigare, o abituati a ‘suggere’ (se mi permettete l’ironia) piuttosto che agire, non impedisca a questo imponente meccanismo di mettersi davvero in moto.
Ciò implica, tra l’altro, che l’Italia immediatamente decida e con chiarezza, se vuole essere nella seconda delle categoria indicate (la prima è largamente fuori delle nostre possibilità!) o tra coloro che di questo meccanismo e delle sue potenzialità sono il motore.
Invero, la tristezza da cortile di servizio delle dichiarazione della Confindustria con cui chiede di ‘attingere’ subito ai fondi del MES per non perdere tempo, colloca il nostro sempre più scadente ceto di industrialotti tra i succhiatori professionali, e anche incompetenti: non manca la liquidità al Governo e quanto a loro i guadagni, i capitali di rischio eccetera dove li hanno messi? Un po’ di orgoglio, diamine, un po’ di rispetto per gli oltre quarantamila morti ufficiali (cioè almeno il doppio) del virus!

Parliamoci chiaro. L’Italia, nonché Paese fondatore della UE, è un Paese dalle notevoli potenzialità tecnologiche e operative, in gran parte finora sprecate, distrutte o svendute. Si può dire?
Siamo privi di una cosa fondamentale nelle grandi economie europee e, ovviamente, mondiali: la grande e grandissima industria, ma anche la volontà di rischiare i propri soldi, vedi famigliola Agnelli e addentellati vari.
Abbiamo una miriade di medie e piccole imprese, che fanno molta fatica a competere con i colossi economici europei e mondiali. Ciò, io sommessamente credo, ci mette in una posizione di debolezza, non tanto per la scarsa dimensione delle imprese, quanto per la modesta capacità di esse di condizionare il mercato. Per dirla grossolanamente: non siamo noi che ‘facciamo i prezzi’ e quindi siamo costretti a subire i prezzi imposti da altri, ragione per la quale la nostra forza è direttamente proporzionale alla nostra capacità di essere indispensabili e di essere innovativi.
Ma, a mio modestissimo parere, se accettiamo di essere un Paese di assemblatori e diservizi’, saremo destinati a finire presto e male
Magari verranno in Italia invece che alle Maldive, ma non si vive di solo turismo: lo vediamo oggi, dove un fatto inatteso e imprevisto (dove, però e questo è fondamentale, la nostra disorganizzazione, accidia e sbarazzina concezione dei doveri, hanno giocato un ruolo decisivo, insieme alla assenza ormai ventennale, ma forse quarantennale, di un governo) ha gettato la nostra economia, e più precisamente la nostra popolazione, i nostri lavoratori (spesso stagionali, variamente avventizi, o semplicemente lavoratori in nero) nel disastro, e certamente una parte più o meno ampia, non so calcolarlo, della nostra ‘imprenditoria’ nella polvere.
Non se ne esce, secondo me, cercando di spezzare le gambe al sindacato, o aggirando le regole della correttezza (= onestà, parola poco conosciuta, anche se abusata spesso proprio da chi non la pratica, almeno quella intellettuale, ma anche qui sarebbe un altro lungo discorso) e del rigore, ma anche e specialmente dell’utile collettivo.
Non si tratterà solo di fabbricare ponti e strade, né di fare i pezzi di ricambio per la Mercedes, ma molto di più: a cominciare, dalle scuole cadenti e insufficienti, dalle Università abbandonate e trasformate in contenitori con nulla o poco più dentro, dalle strade dissestate, dalle montagne che dilavano a valle e del mare che invade le città, per non parlare della sanità e della sua demente ‘regionalizzazione’, eccetera. Occorre, in una parola, -una cosa sconosciuta nonché al nostro mondo politico, a quello ‘imprenditoriale’- capacità di assumersi responsabilità e di gestirla.

Appunto, occorrerebbe un governo, capace di pensare in prospettiva del futuro, anzi, capace di pensareilfuturo. Non si tratta di cose nemmeno lontanamente adatte a questo ceto politico e governativo che ha la faccia di bronzo (perdonabile perché per lo più non hanno alcuna idea di quello che fanno e dei danni che determinano) di autodefinirsi ‘classe dirigente’ o, peggio, ‘classe politica’. Le parole, costoro, le usano a caso. E ciò vale, sia chiaro, anche per i politicanti trombati, magari oggi autocreatisi ‘professori’ o ‘scrittori di successo’ o ‘grandi registi’, che impartiscono lezioni banali, sussiegosamente superficiali.
Ma noi, forse, abbiamo un vantaggio, un vantaggio di esperienza. Da anni, meglio, da decenni, abbiamo l’abitudine di far fare agli altri ciò che non abbiamo la capacità o il coraggio o la forza politica per fare noi: in particolare all’Europa negli ultimi decenni, agli USA nei primi del dopoguerra, purtroppo alla Germania prima della guerra. Con l’unica parziale novità, che da qualche anno ci sono parecchi imbecilli in giro che dell’Europa dicono peste e corna, ignari (non indifferenti, per carità, non hanno tanta lucidità di pensiero) del fatto che senza l’Europa che, quasi inconsciamente, abbiamo contribuito a creare, noi saremmo un Paese del Centro Africa.
Ebbene,
mettiamo a frutto questa feliceabitudine. E cerchiamo, però, una volta tanto di sapere quello che facciamo, non limitandoci ad affidare a qualcuno il compito di fare ciò che non sappiamo fare noi, dandoci pure la possibilità di lamentarcene: il caso di Mario Draghi è emblematico.
I nostri partner principali sono, oltre la Francia, la Germania.
Per nostra fortuna,
oltre alla benedizione dell’uscita della Gran Bretagna, la Francia ha oggi problemi simili ai nostri. Calma non illudetevi ‘simili’, nulla di più. La Spagna insegue, a fatica, ma tra non molto ce la troveremo accanto più forte e cosciente di noi. La Germania è l’elemento forte del gruppo, quello che da anni persegue una linea tanto semplice quanto ovvia: primeggiare, guadagnare, comandare finché possibile, e dunque pretendere comportamenti ‘seri’ da chi serio non è, e, nel nostro caso, non può esserlo, semplicemente perché non sa.

Dicevo all’inizio che l’altra cosa che mi ha colpito è la ‘riapertura’: sempre ‘all’italiana’ (come odio questa frase, purtroppo rigorosamente vera), tra dati più o meno fasulli, grida scomposte, affermazioni di potere tipicamente dacerasiello’ (andatevi a cercare che significa …non è un complimento!) e pensose dichiarazioni anche tri o quadrivalenti di importanti virologi, epidemiologi, infettivologi, talvolta esuli tal altra no. No, badate, qui ora si deve fare sul serio, e non sto parlando del coronavirus, che oramai andrà come andrà.
La Germania, dicevo, della quale si legge che ha cambiato idea, e che, comunque è l’artefice vera del progetto della signora Ursula von der Leyen. Ne ho scritto anche io e più volte, così come ho sottolineato più volte che il segreto sarebbe stato l’uso delle risorse proprie (oggi presenti nel piano) e gli investimenti diretti e mirati: i primi no o troppo poco, i secondo sì, leggete bene il documento europeo. È quest’ultima l’unica vera condizione per potere avere tutti quei soldi: una volta di più sarà l’Europa a fare il lavoro sporco per noi.
Ma, attenzione, ci guardano, proprio perché ci danno tanti soldi, ci guardano attentamente. La cosa più idiota da fare è cominciare a parlare di ridurre le tasse, ma siete matti? Ci inondano di soldi per salvarci il c … e volete abbassare le tasse in un Paese con 150 miliardi annui di evasione? Se ben leggo, i fondi UE, saranno erogati semestralmente … a buon intenditor…
E dunque la signora
Angela Merkel ha cambiato idea? No, la signora Merkel (scommettiamo?) ha capito che la Germania, sì la Germania, rischia davvero di tracollare e sta cercando di riprenderla in mano attraverso l’Europa. Che ci fa la Germania con l’Olanda e spezzatini vari? La Francia e l’Italia, non l’Olanda, hanno cose delle quali la Germania ha bisogno e la Germania se ne può avvantaggiare (come tutti gli altri Paesi europei, e questo è un di più, ma non un must) solo divenendo esponente di un colosso tutto da inventare: l’Europa.

Moltissimo ci sarà da fare, ma ci sono stati due fatti imprevisti: la sentenza devastante della Corte Costituzionale tedesca, di fronte alla quale perfino Weidmann ha barcollato (e ne ho largamente parlato) e l’occasione unica a partire da luglio: la Germania (Merkel) ha la presidenza del Consiglio europeo, oltre la Presidenza della Commissione (von der Leyen), del gruppo del PPE, e, sostanzialmente la Presidenza della BCE. Si tratta di una congiuntura abbastanza eccezionale e la signora Merkel ha capito benissimo che l’unica speranza di futuro per la Germania è una Germania parte di una Europa forte e, possibilmente, centralizzata, e quindi occorreva agire in fretta, specie se, come si mormora, dovesse rinunciare a … rinunciare alla Cancelleria, dopo la ‘fuga’ pusillanime della signora KKK.
Le decisioni di questi giorni, benché apparentemente rientranti nella ‘normalità’ (sono gli
Stati che agiscono, anche se ricevono finanziamenti dalla o attraverso la UE) spostano in maniera decisiva il centro di potere dagli Stati alla UE: possono essere la premessa per quel salto di qualità e di natura, del quale ho spesso parlato, che potrebbe portare l’Europa ad avere un numero di telefono.
E, subito, il telefono squilla nello studio ovale: la signora Merkel, causa coronavirus, non va a Washington al G8
a dimostrare che il coronavirus non esiste, non va dal Presidente che minaccia di sparare ai cittadini che protestano a Minneapolis e di scatenargli contro cani feroci (neanche Quentin Tarantino!), non va dal Presidente che straccia il trattato dell’OMS, non va dal Presidente che ha negato l’esistenza dell’epidemia e ha suggerito di bere varichina.
E il nostro fascinoso pochette, e il grazioso Giggino? È tutta qui la differenza ed è da rabbrividire.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.