giovedì, Ottobre 29

Capitale-Sviluppo: Che fare? field_506ffb1d3dbe2

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Un mostro si aggira per l’Europa: il Debito Sovrano. Parafrasando Karl Marx, l’Unione Europea – e prima ancora del Vecchio Continente già lo aveva fatto l’America del Nord – si è infilata in un vero e proprio tunnel quale quello della reificazione del “Pareggio di Bilancio”. Un tunnel oscuro nel quale si perdono le dimensioni della questione, al punto di ritenere “naturale” inserirlo nei preamboli e nei corpi stessi delle Carte Costituzionali degli Stati (come accaduto anche in Italia) mentre tale decisione “naturale” non  lo è affatto. Tutto ciò è stato di grande insegnamento, nel momento in cui in altre zone del Mondo, hanno voluto replicare il modello di “Unione” di Stati – precedentemente separati – in un corpo solido unitario.

La prima zona geopolitica del Pianeta che ha osservato con attenzione quanto andava via via accadendo in termini di crisi nel campo occidentale più in generale e in termini di unificazione dei mercati per quel che riguarda la costruzione dell’Unione Europea, è stata la parte Sud Orientale del Continente Asiatico, dove si è cercato – in ogni modo possibile – di agire nella cornice della parola-chiave “armonia”.

L’ASEAN, ovvero la Associazione degli Stati del Sud Est Asia, fin dal momento in cui la Madre di Tutte le Crisi ha cominciato a manifestarsi ha dovuto “danzare” con i problemi che le provengono dall’Occidente evoluto: non ha potuto evitare di subire gli effetti nefasti di questa situazione, non foss’altro che per il fatto che vi è stata una evidente contrazione delle importazioni dei prodotti del Sud Est asiatico come il riso dalla Thailandia, numerose materie prime dall’Indonesia, Nazione sempre più ai vertici della produzione mondiale, oppure per il fatto che sono drasticamente diminuiti gli investimenti di capitali esteri anche in Nazioni che si affacciano “giovani” sulle piazze internazionali come il Myanmar liberatosi dal giogo dell’embargo internazionale, oppure due Paesi trendy come Vietnam e più recentemente il Laos.

Tanto per dare dei valori di riferimento nell’ambito delle importazioni di riso da parte dell’Unione Europea, secondo dati della Commissione Europea, tra il Biennio 2010/2011 ed il Biennio 2011/2012 sono state importate 86.191 tonnellate in meno, cioè il -10%. Secondo il prospetto generale della Commissione Europea quasi tutti i Paesi dell’Unione hanno importato meno riso rispetto all’anno precedente. Spicca il Belgio con un -27%, seguito da Spagna con un -24% e dal Portogallo con un -17% (risultano in controtendenza Romania con un +95% e l’Austria con il +16%) anche se va specificato che tali valori positivi vanno rapportati però a volumi ridotti. I primi tre importatori del Biennio precedente (Regno Unito, Francia e Paesi Bassi si sono confermati ai vertici delle importazioni del settore, seguiti da Germania, Spagna e Italia.

Un altro esempio, in questo frangente, è dato dall’Indonesia che – come accennato – si pone da tempo tra le Nazioni più aggressive e competitive sulle piazze mondiali partendo dal Sud Est Asia. Ebbene, l’Indonesia il 29 gennaio 2010 aveva stabilito di voler avviare una campagna dal titolo parecchio ambizioso “Sfama il Mondo”, basata sullo sviluppo di 15 principali coltivazioni: riso, mais, zucchero e soia (coltivazioni definite “strategiche”), olio di palma, the, caffè, cacao, tonno, gamberi (definite “chiave”) ed infine Manzo e pollame, mango, banane e arance (prodotti importanti perché nutrienti e largamente diffusi nel Paese).

Quindi, nel 2010 l’Indonesia si poneva il duplice obbiettivo dell’autosufficienza interna ma anche quello di diventare il più importante hub agro-alimentare del Sud Est asiatico nell’ambito dell’esportazione. La realtà si è rivelata molto più dura, la FAO ha confermato che la crisi (e non solo nel comparto agro-alimentare) covava già dal 2007, nel settore specifico dei prodotti agro-alimentari la crisi ha poi mostrato definitivamente la corda, a tutto questo si è poi aggiunta la questione del rialzo dei prezzi delle derrate alimentari e dei beni di prima necessità, col conseguente risultato negativo che l’Indonesia è oggi obbligata dai fatti a riconsiderare i propri piani, le critiche nelle scelte di politica macro-economica in sede interna si sono fatte feroci, il bilancio finale è quello di una netta regressione e contrazione delle esportazioni, il che ha a sua volta obbligato a rivedere al ribasso anche il PIL nazionale. Allo stesso tempo, si sono ridotti notevolmente gli investimenti di capitali stranieri – oltretutto il Governo centrale indonesiano ha deciso sua sponte di escludere le coltivazioni agricole primarie dal possibile apporto di capitali stranieri – e pur essendo la nazione già indipendente in ambito agricolo ufficialmente a partire dal 2008, l’Indonesia dipende ancor oggi da Australia e Nuova Zelanda per l’importazione di carne di manzo e per la soia dalle Americhe, secondo quanto confermato dalla Agenzia Nazionale per il Coordinamento degli Investimenti BKPM.

Un altro “test” esemplificativo circa la necessità di rivedere profondamente la distribuzione del lavoro nel Mondo (disoccupazione ai vertici dal Dopoguerra ad oggi in Occidente, lavoro minorile, sottoccupazione o sfruttamento ai limiti dello schiavismo in Asia o in Africa), stante la cornice ormai consolidata della “globalizzazione” è nello scacchiere Sud Est asiatico, quello del Bangladesh. Il punto di non ritorno è sempre stato spostato un po’ più in avanti verso il peggio: l’ultimo tassello è stato posto il 24 aprile 2013, quando si sono contati 1.127 morti nella fabbrica di Rana Plaza, nella Regione di Dhaka, il più grande incidente di lavoro nel quadrante asiatico meridionale, dopo l’incidente agli impianti chimici di Bhopal in India, nel 1984. In Bangladesh vi sono circa 4.000 fabbriche che lavorano prevalentemente nel settore tessile per i più grandi Marchi del fashion occidentale, vi lavorano circa tre milioni di addetti, il 90% è composto da donne, le condizioni di lavoro spesso sono sub-umane, il salario minimo è di circa 40 Dollari USA al mese. Dopo tale immane tragedia, il Governo Centrale ha deciso di aprire un’inchiesta ma è chiaro a tutti che si tratta di propaganda ed è pure tardiva. Il dubbio più importante, al giorno d’oggi, è di caratura mondiale e si racchiude in una domanda secca che Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin, diede ad un suo famoso libro: “Che fare?”.

 

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