lunedì, Marzo 25

Canada: scandalo Trudeau, la sinistra che muore Il governo progressista di Trudeau rischia di esplodere dopo un’accusa di corruzione. La sinistra ‘moderna’ guarda con apprensione al Nord America. Ne parliamo con Riccardo Pelizzo

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Un tuono colpisce il cuore del Canada. Il Primo Ministro Justin Trudeau rischia il suo futuro politico per una disputa giuridica. Ma il rischio è ben più ampio, lui rappresenta l’ultimo baluardo del mondo progressista nordamericano. I suoi indici di gradimento calano a favore dei conservatori, intanto ci si chiede cosa possa significare la caduta dell’ultimo grande Paese della sinistra ‘moderna’. Il Trudeau femminista ed ecologista che abbiamo conosciuto, potrebbe non appartenere più al futuro del Canada.

La questione giuridica recita così: l’azienda canadese SNC-Lavalin è indagata per corruzione. La SNC-Lavalin lavora nel campo energetico ed infrastrutturale. La stessa è tra le finanziatrici della campagna elettorale del 2015 che ha portato Trudeau alla vittoria e a diventare Primo Ministro. Una campagna costata quarantatre milioni di dollari canadesi, un milione e duecentomila dollari in più del concorrente conservatore, Stephen Harper. La SNC-Lavalin è finanziatrice ed alleata strategica da tempo del Partito Liberale del Canada. Ecco che trova una qualche fondatezza l’accusa: il governo avrebbe fatto pressioni sul Procuratore Generale canadese, Jody Wilson-Raybould, per convertire il processo in una multa stragiudiziale. L’accusa è confermata dalla testimonianza della stessa dimissionaria Wilson-Raybould.

Abbiamo intervistato Riccardo Pelizzo, Professore Associato alla Nazarbayev University (KZ) e vice decano per la ricerca nella Graduate School of Public Policy, per un quadro più completo ed approfondito della questione canadese. Pelizzo afferma che “lo scandalo SNC-Lavalin è dannoso per molti versi. In primo luogo, dà l’impressione che in nome di un qualche voto in più si possano compromettere i propri principi. In secondo luogo, perché rischia di danneggiare il Partito Liberale alle prossime elezioni. In terzo luogo, perché danneggia l’immagine che ha permesso al Canada per anni di presentarsi come esempio virtuoso da emulare.

Il governo Trudeau, e quello che rappresenta, tremano come una foglia d’autunno. Risalgono al 12 febbraio 2019 le dimissioni di Wilson-Raybould, Procuratrice Generale e poi Ministro degli Affari dei veterani. Dimissioni arrivate in seguito all’inchiesta di Globe & Mail. In essa si denunciano pressioni improprie da parte di Trudeau ed entourage su di lei per evitare il processo alla società SNC-Lavalin. Il 27 febbraio, l’ex Procuratrice Generale ha testimoniato davanti al Parlamento canadese confermando quanto riportato nell’inchiesta. Afferma di aver ricevuto «velate minacce», in particolare, dal Ministro delle Finanze, Bill Morneau e da Justin Trudeau stesso. Il Partito Conservatore chiede le dimissioni, mentre il Primo Ministro si ostina a sostenere l’infondatezza e la futilità del caso.

Nelle ultime ore si è dimessa un’altra figura del Governo Trudeau, Jane Philpott, Presidente dell’Agenzia del Tesoro del Canada. «Devo attenermi ai miei valori fondamentali, alle mie responsabilità etiche e agli obblighi costituzionali» ha scritto su Twitter, facendo ulteriormente peggiorare la situazione per il governo progressista.

Le elezioni di ottobre si avvicinano. Se fino ad una settimana fa quello di Trudeau doveva essere un trionfo facile e quasi scontato, ora gli equilibri cambiano. L’opposizione conservatrice potrebbe soffiargli da sotto il naso il Governo. Nelle elezioni federali dell’ottobre 2015, i liberali avevano conquistato il 39,5% dei voti, contro il 31,9% dei conservatori. Il partito liberale passava dai 77 seggi (su 338) conquistati nel 2011 da Michael Ignatieff ai 184 conquistati da Justin Trudeau. Il minimo dei 170 seggi per la maggioranza è stato superato dai liberali grazie al voto di quasi sette milioni di canadesi. Adesso, i sondaggi mostrano i liberali al 34,2% (153 seggi) e i conservatori al 36,1% (146 seggi). Lo scontro si fa interessante per gli osservatori, ma preoccupante per Trudeau.

 

Justin Trudeau è stato spesso definito come il ‘volto umano del neoliberismo’. Figlio dell’ex Ministro del Canada, Pierre Elliott Trudeau, condivide con il padre politiche progressiste, ma non l’atteggiamento ruvido e provocatorio. Nel 1972, arriva la benedizione del Presidente americano, Richard Nixon, durante un colloquio con Trudeau senior: “Mi piacerebbe fare un brindisi al futuro primo ministro del Canada: Justin Pierre Trudeau”.

Dopo la morte del padre nel 2000, ha partecipato sempre più attivamente tra le fila del Partito Liberale. Come il padre, ha contrastato le spinte secessioniste del Quebec. Nel 2008 viene eletto alla Camera dei Comuni canadese: sua la proposta approvata di introdurre il servizio civile volontario ai giovani. Riconfermato nelle elezioni 2011 (una ‘Caporetto’ per i liberali), nel 2013 viene eletto a capo del Partito Liberale: inizia, così, una stagione di rinnovamento e cambiamento interno. Con Justin Trudeau si organizza un’opposizione efficace al governo conservatore. Nelle elezioni del 2015 ha avuto una grossa conferma del suo successo, un successo che ha fatto gioire e sognare molti liberali e democratici nel mondo.

Il ‘modello Trudeau’ è sia quello della campagna elettorale che quello effettivamente realizzato. Nella campagna elettorale del 2015 si espresso a favore di maggiori tasse alla popolazione più ricca e minori alla classe media. Justin Trudeau si è schierato a favore dell’aborto, della legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo, della lotta al cambiamento climatico e della piena libertà religiosa.

Il principale merito di questo ‘modello’, secondo Pelizzo, è che Trudeau si è circondato di persone intelligenti e preparate, cosa che altri leaders, o aspiranti tali, non sono sempre in grado, o non sono sempre disposti a fare”.

Nel suo mandato da Primo Ministro, Trudeau ha ottenuto molto. Il multiculturalismo, incentivato per primo dal padre Pierre, ha visto un nuovo ‘periodo oro’. Le parole di Justin Trudeau sono chiare: «Qualsiasi sia la nostra religione, il luogo in cui siamo nati, il colore della nostra pelle o la lingua che parliamo, siamo tutti cittadini uguali di questo grande Paese». Nel 2016 sono arrivati 46.000 profughi: in Canada si è organizzata una rete di cittadini («sponsor privati»), che aiuta i profughi nel loro primo anno di permanenza, per inserirli nella società.

Lo stesso Justin Trudeau deve la sua fortuna alla linea politica canadese degli ultimi cinquanta anni, rileva Pelizzo, ma soprattutto degli ultimi quindici. Dopo la vittoria del Partito Liberale nelle elezioni del 2004, gli scandali scoperti dal Public Account Committee, presieduto dall’On. John Williams, hanno avviato una stagione vittoriosa per i conservatori. Lo stesso Williams ha poi fondato l’Organizzazione Mondiale dei Parlamentari contro la Corruzione (GOPAC). Dopo questi scandali, Stephen Harper vince tre elezioni consecutive. La vittoria di Trudeau ha segnalato la voglia di cambiamento, di nuovi leader, e di un nuovo tipo di leadership.

Nell’ottobre 2018, il Canada è diventato il secondo Paese al mondo, dopo l’Uruguay, a legalizzare pienamente la cannabis. Il mercato della marijuana canadese è, insieme a quello americano, all’avanguardia e in ascesa. Il settore della canapa è quotato in borsa, si parla di miliardi di dollari.

Altri successi per l’amministrazione Trudeau sono, ad esempio, il suo governo gender-balanced, che è stato applaudito da tutto il mondo occidentale: donne e uomini sono equamente rappresentati nel governo. La classe media ha visto un taglio delle tasse: i canadesi che guadagnano tra 44.700$ e 89.400$ hanno goduto di una minore pressione fiscale. Trudeau, inoltre, ha mantenuto la promessa ‘climatica’: è stata introdotta una ecotassa sulle emissioni (‘carbon tax’) in tutto il territorio.

Si è spesso discusso di esportare il modello di Trudeau. Un modello che piace alla sinistra ‘moderna’ di tutto il mondo. A tal proposito Pelizzo afferma che il modello è esportabile, ma gli uomini no. Le difficoltà elettorali dei partiti di sinistra hanno più a che fare con la selezione di leaders, che sappiano parlare all’elettorato, piuttosto che con la scelta di modelli”.

In ogni caso, il ‘modello Trudeau’ non ha sempre brillato. Al Primo Ministro viene contestato l’eccessivo deficit nel bilancio pubblico: nel budget per il 2016-2017, il deficit in bilancio era di 17.8 miliardi di dollari, mentre in quello per il 2018-2019, è di 18.1 miliardi. Il ‘deficit spending’ canadese è più alto di quello preventivato all’inizio della legislatura, cosa che i cittadini non vedono di buon occhio.

Anche la riforma elettorale promessa nella campagna è stata accantonata. Trudeau aveva incentrato la sua campagna elettorale sulla promessa di superare il sistema uninominale secco (‘first-past-the-post’), anche conosciuto come il sistema ‘il vincitore prende tutto’. Questo sistema consente una maggioranza governativa sicura e solida. La sua riforma non ha trovato abbastanza consenso all’interno del Parlamento.

 

Nel dicembre 2018, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) il governo Trudeau ha votato contro la “Risoluzione pacifica della questione palestinese”. Insieme a lui anche Israele, Stati Uniti ed Australia. Questa posizione ha suscitato molti interrogativi circa la vera natura del ‘neoliberismo umano’ di Trudeau in politica estera.

Il Canada rappresenta un modello di democrazia avanzata e multiculturale da decenni. Il Canada è un Paese rilevante nel mondo. Un Paese sempre protagonista nel G8 e che, dal 2016, ha assunto il ruolo di ‘angioletto’ sulla spalla destra del Nord America: Trudeau è stato spesso dipinto come il vero ‘anti-Trump’.

Avvicinandosi alle elezioni presidenziali americane, Pelizzo afferma che un’eventuale sconfitta di Trudeau non per forza comporta la vittoria del populismo in Nord America, è tutto da vedere. Anche perché la rielezione di Donald Trump non è affatto scontata. Il ‘Gallup Institute’ riporta un tasso di approvazione dell’Amministrazione Trump pari al 43 per cento. Un tasso, nel complesso, piuttosto basso. Questo non basta ad assicurare una rielezione, soprattutto se si tiene conto del fatto che il tasso di approvazione di Trump sia al di sopra del 50 per cento in soli 17 stati”.

Se poi si allarga il campo al panorama europeo, una sconfitta della ‘sinistra’ canadese è ancora un’incognita in un continente che si prepara al Parlamento Europeo più ‘sovranista’ di sempre. Se nel 2015, Matteo Renzi ed Emmanuel Macron festeggiavano la vittoria del neoliberismo e del progressismo in Nord America, oggi la situazione è diametralmente opposta. Da mesi, la Francia è attraversata da lunghe marce contro il governo: questa volta sono i gilets jaunes ad essere en marche! In Italia, la sinistra arranca, mentre i populisti raccolgono consenso.

La crisi canadese rischia di mettere una parola fine al ‘mito progressista’ di Trudeau. Intanto, secondo Pelizzo, “bisognerà vedere come Macron riuscirà a gestire le contestazioni, ma soprattutto come andrà la lunga stagione elettorale statunitense”.

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