sabato, Ottobre 24

Il Canada è ancora il ’Paese dalla porta aperta‘? Il sistema canadese basato sull’accoglienza ‘ospita’ gli immigrati in veri e propri centri di detenzione.

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Il Canada per anni ha dato di sé l’immagine di Paese ‘modello’ in tema di apertura nei confronti degli immigrati. Ha sviluppato un sistema basato sull’accoglienza, in contrapposizione al Travel Ban, imposto da Donald Trump negli Stati Uniti o alle numerose politiche protezionistiche Australiane. Addirittura, il Primo Ministro canadese Justin Trudeau è stato definito come ‘l’uomo della porta aperta’, al contrario del Presidente statunitense etichettato ormai come ‘l’uomo del muro’.

Trudeau scrisse su Twitter: <<A coloro che scappano dalla persecuzione, dal terrore e dalla guerra, sappiate che il Canada vi accoglierà, indipendentemente dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza>>. La dichiarazione fece il giro del mondo. Ad oggi, però, lo scenario appare diametralmente cambiato.

Quest’anno, secondo quanto riportato dalla BBC, oltre 11.300 persone hanno attraversato illegalmente il confine tra America e Canada, più di 3.600 solo ad Agosto, apportando disagi al sistema logistico e burocratico canadese. Il Paese nordamericano, infatti, pare non sia in grado di fornire ospitalità a tutti i nuovi arrivati; centinaia di essi si sono letteralmente ‘accampati’, come è successo nei pressi di Ontario. E ciò che emerge ad oggi è che i prossimi mesi potrebbero essere ancora più difficili. Ma non è tutto qui.

Al centro della scena socio-politica canadese vi è la detenzione degli immigrati. All’inizio di questo mese, una donna di 50 anni di cui non si conosceva il nome è morta mentre era detenuta in un carcere provinciale di massima sicurezza ad Ontario. Non ha commesso alcun crimine, ma è stata imprigionata a causa del suo status di immigrata. Dal 2000, almeno 16 persone sono morte mentre erano incarcerate nella macchina della detenzione per immigrati del Canada, con quattro morti scioccanti dal mese di marzo del 2016.

Ma cosa accade di preciso nel Paese dell’accoglienza? Il Governo blocca i migranti e i richiedenti asilo, non per eventuali crimini commessi ai sensi del codice penale, ma per ragioni legate all’immigrazione. La questione è stata affrontata anche da ’The Conversation‘ nell’articolo  ‘Migrants are dying in detention centres: When will Canada act?’, dove vengono messi in luce diversi aspetti della vita dei migranti irregolari detenuti in Canada. La maggior parte di essi vive in centri di isolamento, nient’altro che strutture che detengono i prigionieri costruite esclusivamente per gli immigrati. Un terzo di loro, invece, viene trasferito nelle carceri di massima sicurezza lontano da dove vivono i loro amici e familiari e dove si trovano ad interagire con condannati e criminali.

E’ importante ricordare che abbiamo a che fare con una popolazione altamente traumatizzata, persone che spesso soffrono di gravi problemi di salute mentale, gente che ha subito la fuga dalla propria terra. Quando i migranti sono isolati e ulteriormente traumatizzati dalla detenzione, diventa difficile raccogliere prove per essere scagionati, sostenere i colloqui con gli avvocati e partecipare alle udienze. La detenzione di un immigrato, inoltre, viene riesaminata ogni 30 giorni dal Consiglio per l’Immigrazione, ma il luogo in cui la persona è detenuta è a discrezione esclusiva dei funzionari della CBSA (Canada Border Services Agency) e non è soggetto a supervisione. Questo stabilisce la normativa.

Un esempio è il caso di Ebrahim Toure, 46 anni, un rifugiato originario del Gambia. La sua unica condanna è legata ad un’inflazione commessa nel 2005 per aver venduto CD e DVD piratati ad Atlanta. Toure, ha trascorso ben quattro anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza e da poco il giudice Alfred O’Marra ha ordinato che fosse trasferito in un carcere di minore entità. Una vittoria per Toure, ma una pesante sconfitta per il sistema giuridico del Paese.

Il giudice O’Marra ha dichiarato in proposito: << Il signor Toure ha trascorso più tempo in una struttura di massima sicurezza rispetto a qualcuno condannato per un grave crimine>>. Un gruppo di organizzazioni per i diritti umani e civili, ha presentato una dichiarazione congiunta al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, alla vigilia della revisione periodica delle condizioni e dei registri dei diritti umani in Canada. Nonostante i progressi compiuti dal Governo federale durante l’anno nell’affrontare alcune questioni tecniche con il sistema di detenzione, il gruppo ha affermato che il trattamento dei detenuti immigrati, compresi bambini e individui con problemi di salute mentale, continua a violare il diritto internazionale vincolante.

Infatti, i detenuti, non sono trattenuti per un motivo di carattere penale, ma sono rinchiusi a tempo indeterminato perché considerati un pericolo pubblico, o perché la loro identità è in dubbio. La durata media della detenzione dello scorso anno è stata di 19,5 giorni, ma non c’è un limite prestabilito; in alcuni casi di tratta di anni, come nel caso di Toure. Nessun limite prescritto dalla legge ed un devastante effetto sulla psiche dei migranti.  

Un altro dei punti considerato dal gruppo delle organizzazioni internazionali, è il quadro giuridico canadese. Infatti, il sistema fornisce garanzie giuridiche inadeguate per giustificare la privazione di queste libertà. Molte delle garanzie legali presenti nel sistema di giustizia penale, tra cui norme e procedure probatorie necessarie per giustificare la privazione della libertà, come le condizioni di isolamento, sono assenti nel contesto di detenzione degli immigrati. Inoltre, in relazione ai detenuti con problemi psichici, la dichiarazione congiunta spiega che il Canada sta violando anche i suoi obblighi legali internazionali. In primo luogo, questo sistema viola il diritto di essere liberi da detenzioni arbitrarie ed anche quello di non essere soggetti a trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Il Paese non riesce a fornire un’adeguata assistenza sanitaria e discrimina, in termini di libertà, anche gli individui con disabilità psicosociali. Il sistema legislativo per le udienze di revisione dei detenuti viola il diritto ad avere un processo giusto e la revisione giudiziaria di queste udienze risulta essere inefficace nella maggior parte dei casi.

Altro dato allarmante riguarda i minori: dal 2013, più di 800 bambini immigrati sono stati soggetti allo stesso schema legislativo che viene utilizzato per gli adulti. Anche dove non ci sono motivi di detenzione, i piccoli vengono ’ospitati‘ nelle carceri per evitare di separarli dai loro genitori. Durante la permanenza, generalmente vivono con le madri nel ‘ala della famiglia’, mentre i loro padri sono nell’‘l’ala maschile’. Chi non è collocato insieme alla mamma, viene accolto in strutture di correzione giovanile, appositamente costruite per immigrati.

In ogni caso, è stato documentato che le condizioni di detenzione risultano essere inadeguate e inadatte ai bambini; le strutture per l’immigrazione assomigliano a carceri di media sicurezza con regole severe e routine quotidiane, orari prestabiliti per i pasti, per le visite, orari per svegliarsi al mattino e per andare a dormire. Non esiste la privacy ed è prevista una sorveglianza continua da parte delle guardie tramite le telecamere di sicurezza. L’accesso ai medici e alla consulenza psicologica è limitato e i bambini ricevono un’istruzione inadeguata e una scarsa alimentazione.

Di fronte a questi dati, Samer Muscati, direttore del programma internazionale sui diritti umani dell’Università di Toronto, che ha guidato la presentazione congiunta all’ONU, ha affermato che è giunta l’ora per il Canada di essere all’altezza della sua reputazione sui diritti umani ponendo fine alla detenzione inutile di bambini e migranti in gravi condizioni di salute mentale. Come primo passo, il gruppo ha affermato che il Canada dovrebbe limitare la detenzione a 90 giorni e formare un organismo indipendente o nominare un ‘ombudsman’, simile all’Ufficio federale del Procuratore Correttivo, per sorvegliare ed indagare sui reclami contro l’agenzia di frontiera.

 

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