giovedì, Ottobre 29

Campagna elettorale 2018: la tv senza politici e giornalisti di stoffa Strategia di comunicazione dei vari protagonisti della politica e tecnica televisiva: ne parliamo con Giancarlo Governi, giornalista e autore RAI

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Che questa campagna elettorale, ormai all’ultima settimana, stia lasciando abbastanza indifferente l’opinione pubblica è cosa abbastanza strana. Senza arrivare agli animi infiammati del 1948, del 1976, o anche del 1994, ogni elezione passata portava comunque con se discussioni accese su quale dovesse o potesse essere il futuro del Paese. Addirittura si era arrivati al tifo da stadio per un partito o per l’altro come fossero squadre di calcio. Quest’anno, invece, le discussioni tra le persone sono insolitamente pacate, quando non indifferenti proprio, senza che ci siano animi accalorati o difese spassionate dei vari partiti che si presentano a queste elezioni.

Probabilmente, la causa è che il ‘teatrino politico’, cui stiamo assistendo ormai da troppo tempo, ci ha assuefatti a tutto, come sostengono alcuni osservatori, e qualsiasi trasmissione politica sembra più una rappresentazione fatta da una compagnia di giro che non un’opportunità per far conoscere il proprio pensiero. Sembra più spettacolo, insomma, e meno politica. Sarà, come ha rilevato Nomisma, la lontananza siderale dei programmi politici dalle esigenze che hanno gli italiani.

Ne discutiamo con Giancarlo Governi, giornalista e  autore TV, che in 50 anni di carriera televisiva ha prodotto programmi nuovi (ricordate i fumetti in TV?) o monografie su attori che hanno fatto la storia della TV (‘Storia di un Italiano’ su Alberto Sordi e ‘Il pianeta Totò’, per dirne solo alcuni).

Governi ha attraversato tanti anni di TV (soprattutto di RAI), e può fare confronti tra le varie trasmissioni sia dal punto di vista della tecnica televisiva, sia da quello della strategia di comunicazione dei vari protagonisti.

Lo incontriamo mentre sta analizzando l’ennesimo programma su Alberto Sordi, lui che è un’autorità in materia. Per dare l’idea di come la professionalità sia anche non dare mai nulla per scontato o adagiarsi sugli allori di una presente superiorità in materia.

 

Governi, come vede questa campagna elettorale dal punto di vista della tecnica comunicativa, e quali confronti può fare rispetto ad altre campagne elettorali?

Credo che parlare di ‘periodo di campagna elettorale’ cominci ad essere non più esatto. Da anni, ormai, siamo in una campagna elettorale permanente, e l’effetto principale di ciò è che non c’è differenza tra ciò i politici dicono a metà o alla fine delle legislatura. Se ricorda bene, la ‘tribuna politica’ ed il suo conduttore Jader Jacobelli non c’erano in TV se non poco prima delle elezioni. Ora, invece, abbiamo trasmissioni politiche praticamente ogni giorno.  Non esiste quindi mai, se non in rari e benemeriti casi, chi parla con calma e compostezza del lavoro fatto e da fare, ma si sentono principalmente slogan trionfalistici e invettive contro l’avversario politico. I messaggi che arrivano all’elettorato parlano sempre di meno al cervello delle persone, e sempre di più alla pancia.  Questo ha, però, due effetti che si ritorcono contro la maggior parte dei politici: si crea terreno fertile per facili demagogie e populismi, e si spinge, in nome del qualunquistico ‘è tutto un magna magna’ verso l’astensionismo.

E’ colpa dei politici?

Certo il livello della classe politica non sembra quello di 30 anni fa, c’è però da dire che anche la TV ha dato una grossa mano alla creazione di una situazione simile. La trasmissione politica fatta per la ricerca dell’audience ha finito per creare quei ‘pollai’ dove si grida per avere ragione, ed allora emerge solo la tecnica comunicativa del messaggio e non più il messaggio stesso.

E chi è il più bravo a sfruttare il mezzo? A noi sembra che Berlusconi a 81 anni sia ancora sulla breccia…

E’ indubbiamente una spanna sopra gli altri. E lo dico a prescindere da ciò che Silvio Berlusconi afferma politicamente, su cui si può essere più o meno d’accordo. Da uomo di TV posso garantire che un uso sapiente del mezzo come il suo ancora non è stato raggiunto da nessuno dei suoi colleghi politici. Sembra quasi che la TV l’abbia inventata lui. Lo ricordo, tanti anni fa, in una di queste convention che si organizzavano per Publitalia: riusciva a coinvolgere tutto il pubblico, motivandolo a raggiungere gli obiettivi di vendita prefissati, in modo fantastico: ognuno di quei piccoli travet era convinto, dopo quel discorso, di potere diventare come lui. Trasferisca questa tecnica di marketing e commerciale nell’agone politico, e capirà quanto l’ingresso di un simile personaggio sia stato dirompente dal punto di vista della campagna elettorale in termini di presentazione davanti all’elettorato. Ed ancora oggi Berlusconi emerge, basti considerare che, pur avendo il suo partito nel logo la scritta ‘Berlusconi Presidente’  non è nemmeno candidabile; e questo non risulta minimamente problematico per i suoi alleati e soprattutto per i suoi avversari. Tale anomalia trasforma oltretutto il fatto di non indicare il Presidente del Consiglio designato dalla sua coalizione da un punto di debolezza (‘non avete le idee chiare’) in un punto di forza (‘è un colpo a sorpresa’). Un genio della TV.

Cambiando decisamente generazione, come possiamo confrontare i due quarantenni protagonisti di questa campagna elettorale? I due Matteo, Renzi e Salvini, potranno mai far presa sullo stesso campione di popolazione o, essendo antitetici, hanno più interesse a fidelizzare il proprio l’elettorato che non a convincere quello dell’altro?

Parlano di sicuro due lingue diverse, politicamente parlando (ripeto, qui stiamo prescindendo dal messaggio politico, su cui si può essere o meno d’accordo), e quindi la loro è più una chiamata alle armi che non un proselitismo ‘in partibus infidelium’. C’è, comunque, una differenza importante tra i due: Renzi ha già governato, e comunque il suo partito è stato in maggioranza per tutta la legislatura. Deve quindi presentare il conto di ciò che ha fatto, qualche inevitabile insuccesso gli verrà sicuramente rinfacciato e lui lo dovrà spiegare, se non proprio giustificare.

Salvini al contrario è in ascesa, si presenta come ‘nuovo’ con un partito cui ha fatto perdere la connotazione territoriale e che fa leva sulle insicurezze e sulla diffidenza delle persone per tutto ciò che è “straniero”, dagli immigrati alla UE; ma soprattutto, non avendo mai governato direttamente, può dare maggior forza alle sue promesse.  Due bravi comunicatori, insomma, ma con strategie e metodi di comunicazione necessariamente diversi.

E per la generazione precedente? Bersani, Bonino…

Io non accomunerei così semplicisticamente queste due figure: Bersani – e lo dico a prescindere da ciò che comunica – è l’esempio di come si possa fallire politicamente pur avendo tutti gli strumenti in mano per vincere. E lo ha fatto proprio per questa sua incapacità comunicativa che si risolse, nel 2013, nella famosa metafora dello ‘smacchiare il giaguaro’, quanto di più inefficace ci sia stato. In questa campagna elettorale non a caso è rimasto più defilato, lasciando spazio, all’interno del suo partito, a figure più istituzionali come Grasso e Boldrini. La Bonino è invece sempre uguale a se stessa: sa di parlare – elettoralmente parlando – ad una nicchia, e che le battaglie che l’hanno vista protagonista sono più sociali e civili che politiche. Proprio per questo non si giustifica mai, ritenendo di non averne bisogno, per i suoi continui cambi di casacca. Non se sente, né ne vede, la necessità. Del resto, nei compiti istituzionali che ha svolto ha sempre dimostrato competenza.

Certo, per parlare a chi si avvicina alla politica per la prima volta ci vuole decisamente un altro linguaggio rispetto a quello di questi signori.

Rimane da analizzare la tecnica comunicativa del MoVimento 5 Stelle: il loro rapporto con la TV non è mai stato sereno.

Io credo che il loro essere molto critici nei confronti della TV sia un poco come la storia della volpe e l’uva. Non hanno la capacità di padroneggiare il mezzo, e una volta in onda ripetono slogan e messaggi esattamente come si potrebbe fare con un post o un tweet sulla varie piattaforme social. Messaggi semplici ed acchiappa ‘click’ (o applausi della claque, nelle trasmissioni). Una cosa è certa, però: quando durante il referendum costituzionale di Dicembre 2016 Di Maio ha sfidato Renzi in TV, per poi, una volta ricevuta la risposta positiva di questo, tirarsi indietro, si è toccato uno dei punti più bassi di questa eterna campagna elettorale. Io rimango molto colpito dal fatto che tale figuraccia non abbia sottratto consensi al MoVimento.  A questo punto io non credo che la TV sia il loro primo obiettivo mediatico: se fosse così commetterebbero però, secondo me, un errore: la Televisione mediaticamente parlando è ancora predominante.

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