giovedì, Dicembre 12

Camerun, il Governo ammette: è guerra civile nelle regioni anglofone Dopo 2 anni di repressione che non ha sfiancato gli indipendentisti, il Governo parla di guerra civile, dice che gli indipendentisti dell’Ambazonia sono un grave pericolo per la Nazione, peggio di Boko Haram

0

La dichiarazione di indipendenza delle regioni anglofone Northwests e Southwest del Camerun e la proclamazione della Repubblica della Ambazonia nel 2016, sembravano atti di protesta, dettati dall’esasperazione e frustrazione popolare, giustificata da decenni di discriminazioni sociali e politiche, ma destinati a sciogliersi in una bolla di sapone. A circa due anni di distanza sembra non essere così.  
Il Governo del Presidente Paul Biya e l’apparato delle Forze Armate avevano i mezzi per contenere i motti indipendentistici. All’inizio il movimento si è espresso usando i mezzi democratici a disposizione: manifestazioni, comizi, scioperi, denunce sociali.
A questa ondata di proteste che investiva le regioni anglofone, afflitte anche dalle incursioni del gruppo salafista nigeriano Boko Haram, il regime di Biya non ha valutato la possibilità del dialogo e del compromesso.
Sarebbero bastate riforme indirizzate ad una maggiore autonomia, qualche investimento sulle infrastrutture pubbliche (strade, scuole, ospedali, rete idriche) e investimenti, anche stranieri, per rilanciare l’economia asfissiata di queste regioni dimenticate. Questa politica avrebbe migliorato la vita dei cittadini anglofoni, considerati sempre di classe B, e spento ogni sentimento indipendentistico.

Al contrario il Presidente Biya ha scelto la linea dura, reprimendo ogni dissenso. Ha inviato prima i reparti speciali anti-sommossa della Polizia poi l’Esercito. Ogni cittadino anglofono sospettato di aderire al movimento per l’Ambanzonia, o che partecipasse a manifestazioni e scioperi, veniva arrestato e brutalmente interrogato. Presto nelle principali città delle regioni anglofone si instaurò un clima di terrore e paura. Poliziotti e soldati pattugliavano le strade e le persone sparivano… Il Governo di Yaoundé era convinto che la dura repressione avrebbe fatto ragionare i cittadini di queste province, facendogli capire che non vi era nessuna possibilità di vincere contro un Governo centrale forte, Polizia ed Esercito ben strutturati, disciplinati e ben armati.
Durante l’attuazione della politica del pugno di ferro, le Forze dell’ordine camerunesi hanno commesso serie violazioni dei diritti umani che sfiorano i crimini contro l’umanità. Detenzioni arbitrarie senza possibilità di avvocati di difesa, interrogazioni brutali con uso sistematico della tortura, intimidazione della popolazione, censura dei media favorevoli all’indipendenza, esecuzioni extra giudiziarie, incursioni senza mandato nelle abitazioni private, posti di blocco, periodiche interruzioni della connessione internet. Tutti queste violazioni sono state denunciate dalla associazioni camerunesi e internazionali in difesa dei diritti umani e sistematicamente negate dal Governo.

La protesta popolare democratica e pacifica si è trasformata in lotta armata come reazione alla dura repressione del Governo di Yaoundé.
Nel secondo semestre del 2016 si sono formati i primi gruppi di guerriglieri che hanno iniziato azioni militari contro posti di Polizia e caserme dell’Esercito. Operazioni non eclatanti a causa della scarsità degli armamenti e dalla mancata preparazione militare di questi guerriglieri. Ad ogni loro azione (immediatamente denunciata come atto terroristico) il Governo ha risposto con maggior repressione e ritorsioni contro i civili. Ben presto la Polizia e l’Esercito nazionali sono diventati, agli occhi dei cittadini anglofoni, delle forze di occupazione, aliene al contesto socio-culturale e ostili.
La comunità internazionale ha scelto di ignorare questa situazione che si stava progressivamente indirizzando verso la guerra civile. Tutti erano convinti che il  movimento indipendentistico del Camerun anglofono fosse composto da disperati inesperti militarmente e che il Presidente Biya disponesse dei mezzi per soffocare sul nascere la rivolta. Questo era il pensiero comune tra le principali cancellerie occidentali. Fino verso la fine del 2017 i crimini commessi dalle Forze dell’Ordine per reprimere i motti indipendentistici, costantemente denunciati dalle associazioni nazionali e internazionali, non erano oggetto di attenzione presso il Parlamento Europeo o la Casa Bianca che non si sognavano di prendere posizione e men che meno condannare queste violenze di Stato.
Il Governo di Yaoundé, forte di questo complice silenzio internazionale, assicurava l’opinione pubblica nazionale che la situazione era sotto controllo. Il movimento era di natura terroristica, isolato e incapace di rappresentare una minaccia alla sovranità e alla integrità nazionale.

Nel 2018 le attività del movimento indipendentista si sono triplicate fino ad arrivare ad organizzare l’imboscata al convoglio del Ministro della Difesa a sette km dalla città di Kumba, nel nord del Camerun, e l’attacco alla caserma di Polizia di Buea, una città nella regione Southwest, nominata capitale della Repubblica della Ambazonia.
La situazione ora è precipitata e il Governo parla apertamente di guerra civile, informando l’opinione pubblica che gli indipendentisti dell’Ambazonia sono un grave pericolo per la Nazione, quanto e forse più dei terroristi nigeriani Boko Haram. Lo scorso 21 luglio il Governo ha ammesso che 110 tra poliziotti e soldati sono stati uccisi e 200 feriti dai guerriglieri anglofoni tra il 2017 e il primo semestre del 2018.

Il rendiconto delle attività ‘eversive’ è impressionante. 14 attentati alle autorità amministrative fedeli al Governo centrale, 120 scuole incendiate, 170 attacchi a caserme di Polizia e dell’Esercito, 25 veicoli delle forze di difesa distrutti. A questo bilancio il Governo ha pensato bene di inserire, la sparizione di 82 civili addossandone la colpa ai guerriglieri e omettendo di dire che questi ‘desaparecidos’ erano simpatizzanti della causa indipendentista e oppositori politici al Governo di Biya.

Nel rilasciare questi impressionanti dati sull’impatto della guerra secessionista anglofona, il Governo, sotto pressione politica per le imminenti elezioni presidenziali del prossimo ottobre, quando Biya si presenterà come candidato per l’ennesima volta, dichiara tutta la sua determinazione a combattere i ‘terroristi’, a salvaguardare la pace nelle province e l’unità nazionale. Dichiarazione che preannuncia una vera e propria escalation di violenze e repressione.

Intanto i separatisti sembrano intensificare i loro attacchi. Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 luglio un gruppo di indipendentisti ha attaccato la prigione NDOP nella regione FarNorth. L’attacco è stato ben organizzato e violento. L’obiettivo era quello di fare evadere i miliziani precedentemente catturati. L’attacco di sorpresa ha impedito l’arrivo tempestivo dell’Esercito e le guardie carcerarie non hanno avuto altra scelta che concentrarsi nella difesa delle proprie vite, impossibilitate a respingere gli assalitori e impedire l’evasione dei prigionieri.  Le Autorità stimano che 160 prigionieri evasi. L’attacco è stato confermato dalla Radio Nazione ‘CRTV’ secondo le nuove direttive ricevute dal Governo di dare ampio spazio alle notizie riguardanti la guerra civile nelle regioni anglofone, notizie che fino a qualche mese fa venivano rigorosamente censurate o minimizzate.

I guerriglieri che stanno mettendo in ginocchio il Camerun sono organizzati nel gruppo armato denominato Ambazonia Restoration Force (ARF –Forze per la restaurazione dell’Ambazonia). Alle ARF si è aggregato un altro gruppo armato, il Ambazonia Defence Force (ADF). Le ARF sono comunemente chiamate ‘Odeishi Boys’, mentre le ADF ‘Amba Boys’.  Secondo gli esperti militari regionali, ARF e ADF sono i gruppi guerriglieri più disciplinati della regione che colpiscono solo obiettivi militari, proteggono le comunità dalle violenze delle Forze dell’Ordine governative, ricevendo un sempre più ampio supporto popolare. Nei loro attacchi rispettano le norme internazionali che regolano i conflitti, non commettendo massacri e rispettando i poliziotti e militari catturati durante gli scontri. Nei villaggi sotto il loro controllo amministrano la vita pubblica, assicurano l’ordine e convocano tribunali per giudicare i criminali garantendo loro il diritto di difesa.
I loro comandanti impongono una disciplina ferrea e abbattono sul posto chi la trasgredisce. Gli Amba e Odeishi Boys non possono uccidere i prigionieri. Le unità mediche presenti nelle compagnie d’assalto devono prestare i primi soccorsi anche ai nemici feriti se questo non mette a repentaglio la loro incolumità. In caso di fuoco intensivo i guerriglieri sono comunque tenuti a non uccidere i nemici feriti e  a permettere la loro evacuazione a scontro terminato. Non è ammesso l’uso della tortura durante gli interrogatori dei nemici catturati, che vengono rilasciati con la promessa di non continuare a combattere nelle regioni anglofone.  Vietati gli stupri, i saccheggi e le estorsioni sulla popolazione civile, comprese le persone che simpatizzano per il Governo centrale.
Prima di ogni attacco compiono un riturale magico. Ponendosi in cerchio pongono al centro un machete. Se diventa rosso è presagio di vittoria.
Negli ultimi mesi gli Amba e Odeishi Boys hanno iniziato a richiedere somme di denaro al Governo per il rilascio dei poliziotti e soldati catturati. In tutti i modi i prigionieri vengono trattati nel rispetto della Convenzione di Ginevra, durante la loro detenzione in posti sicuri ed isolati. Le famiglie dei guerriglieri caduti in battaglia ricevono supporto finanziario per sopperire alla scomparsa dei loro figli o genitori.

Chi supporta i Amba e Odeishi Boys? A livello politico il primo supporter è la Chiesa Cattolica, che dall’inizio della crisi cerca di alleviare le sofferenze della comunità anglofona brutalizzata dalle forze armate del Governo centrale. Secondo una emittente locale, ‘Equiroxe TV’, vari preti cattolici offrono ai guerriglieri cibo e rifugio. Le diocesi sono in prima linea ad offrire assistenza umanitaria ai 20.000 cittadini anglofoni sfollati a causa dei combattimenti e delle violenze del Governo centrale. La Chiesa cattolica si presenta come il portavoce delle rimostranze della popolazione civile e si è proposta più volte come mediatrice per una risoluzione pacifica al conflitto.
Il ruolo di mediatore della Chiesa Cattolica è stato ritenuto idoneo e necessario dall’International Crisis Group (ICG), che nell’aprile 2016  ha dichiarato che la Chiesa Cattolica può promuovere un dialogo tra le parti e contribuire attivamente alla risoluzione pacifica della guerra civile in atto, in quanto ha da sottoporre ai separatisti e al Governo centrale soluzioni di compromesso che possono accontentare entrambi i belligeranti.

Se la Chiesa Cattolica sostiene politicamente le rivendicazioni dei separatisti, tentando di farle confluire in una soluzione di Stato federale, ove sia garantito l’autonomia regionale, la Francia è sospettata di fornire armi e di finanziare i guerriglieri. I sospetti al momento non sono supportati da prove tangibili, anche se è possibile notare nei discorsi ufficiali del Governo francese una netta condanna del Hoverno di Yaoundé per i crimini commessi nelle regioni anglofone e una velata simpatia per i separatisti.
Stretto alleato della Francia, Paul Biya, 85 anni, 36 anni al potere, 43 se si considera anche il mandato di Primo Ministro negli ultimi quattro anni, è diventato un personaggio scomodo per Parigi, che tenta di destabilizzare il Paese per ottenere un cambiamento di regime. Prima di essere sospettata di appoggiare i separatisti anglofoni, la Francia era stata accusata di utilizzare i terroristi nigeriani Boko Haram per destabilizzare il regime di Biya. Nel 2015 l’Esercito regolare intercettò una consegna di armi francesi a Boko Haram, arrestando 4 agenti segreti francesi tutt’ora in detenzione in Camerun. Dal 2014 il Presidente Biya affida la sua protezione personale a truppe di élite, addestrate e comandante da mercenari israeliani. In pratica Israele assicura la difesa personale del Presidente-dittatore in chiave anti francese.

Anche gli Stati Uniti potrebbero fornire armi e intelligence ai movimento guerriglieri ARF e ADF. Dal 2017 le relazioni tra Camerun e Stati Uniti sono andate rapidamente deteriorando. Lo scorso maggio l’Ambasciatore americano in Camerun, Peter Henry Barlerin, è stato convocato dal Ministero degli Esteri per aver pubblicato una dichiarazione nella quale si denunciavano le violenze contro le popolazioni anglofone. Gli Stati Uniti si stanno ponendo in una situazione conflittuale, molto favorevole alla Francia che desidera la fine dell’era di Biya. Uno dei motivi di questa crisi diplomatica (tutt’ora in corso) è l’arresto e la scomparsa per diversi giorni del giornalista e scrittore americano Patrice Nganang, professore ordinario di letteratura alla State University di New York. Incidente che ha aperto la crisi diplomatica avvenuto nel dicembre 2017.

Anche la Nigeria potrebbe supportare i separatisti. Seppur alleata al Camerun nella lotta contro il terrorismo regionale, e in particolar modo contro Boko Haram, il Governo nigeriano da decenni rivendica i territori anglofoni del Camerun.

Francia, Stati Uniti e Nigeria sono allora i paladini della democrazia e della autodeterminazione dei popoli? Niente affatto. Le regioni anglofone del Camerun sono ricche di minerali preziosi e petrolio. Le potenze occidentali e regionali, appoggiando i separatisti, sono consapevoli che una eventuale Repubblica dell’Ambazonia indipendente sarebbe troppo debole a livello economico e politico per imporre una politica nazionalistica. Il neonato Governo non avrebbe altra scelta che accettare il dominio delle multinazionali straniere al fine di costruire la propria economia e mantenere le promesse attuali di giustizia e rafforzamento dello stato sociale. Situazione ideale per le multinazionali stanche di dover pagare troppe tasse e di dover corrompere l’esercito di funzionari pubblici del regime di Biya.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore