giovedì, Dicembre 12

Camerun: crimini contro l’umanità e tensione con Francia e USA La denuncia di Amnesty contro l’Esercito aggrava la situazione del Governo già in difficoltà tra le istanze indipendentiste dell’Ambazonia, il terrorismo di Boko Haram, la crisi diplomatica con Parigi e Washington

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Secondo alcuni osservatori internazionali, il Camerun starebbe andando dritto verso la guerra civile.  Gli indipendentisti dell’Ambazonia stanno alzando il tiro, i miliziani di Boko Haram, contro i quali la sicurezza nazionale è impegnata da tempo, stanno continuando attanagliare il Paese, le violenze crescono in tutto il Paese, sullo sfondo le elezioni presidenziali di ottobre alle quali si è ricandidato, dopo 36 anni di presidenza, nuovamente il vecchio Paul Biya. In questo quadro, al quale si deve aggiungere la crisi diplomatica con la Francia, che punta a un cambio di regime, la presidenza viene ritenuta inefficace se non proprio inetta e le Forze armate sono messe sotto accusa per i metodi troppo violenti.

E’ in questo scenario che è scoppiato il caso delle uccisioni extra-giudiziarie che stanno mettendo sotto accusa il Paese. Amnesty International, infatti, ha denunciato il Governo del Camerun per crimini contro l’umanità commessi dall’Esercito nella regione Far North (estremo nord).
La denuncia è supportata da un video dove si vedono soldati camerunesi abbattere donne e bambini accusati di collaborare con il gruppo terrorista salafista Boko Haram. «L’attenta analisi dei dialoghi tra soldati, delle loro armi e delle divise portano alla conclusione che gli individui che hanno attuato queste esecuzioni extra giudiziarie appartengano all’Esercito regolare del Camerun»,  affermano gli esperti di Amnesty International dopo l’analisi del video. «Possiamo affermare che il video è autentico e rappresenta una prova imparziale del crimine commesso. L’esecuzione extra giudiziaria eseguita a sangue freddo contro donne e bambini inerti deve costringere il Governo di Yaoundé ad autorizzare una seria indagine indipendente per portare alla giustizia i colpevoli» , afferma Samira Daoud, Vice Direttore di Amnesty  per l’Africa Occidentale.

Le armi che si vedono nel filmato sono dei Galil, fucile mitragliatore in dotazione dell’Esercito regolare. Non si conosce l’identità di chi ha girato il video ma sono stati riconosciuti i luoghi. Il massacro è stato perpetuato nei pressi di Mayo Tsananga, nella regione del Far North. Il video è circolato su internet su vari social media. ‘L’Indro’ ha deciso di non presentarlo al pubblico italiano in quanto le immagine sono troppo ‘dure’.

Le prime reazioni del Governo camerunese sono state di diniego assoluto. «Nonostante una indagine sia stata aperta dal Ministro delle Comunicazioni, possiamo affermare che il video si tratta di un falso», si dichiara in un comunicato ufficiale pubblicato giovedì 12 luglio. Le pressioni internazionali subite la scorsa settimana hanno costretto il Governo a rivedere la sua posizione iniziale. Il 20 luglio, tra gli ambienti militari, circolava la voce  dell’arresto di quattro soldati sospettati di queste esecuzioni extra giudiziarie.  Nonostante questo rumors il Governo continua a diffondere notizie contraddittorie e confuse al fine di minimizzare l’accaduto o di addossare la colpa a reparti dell’Esercito maliano, che collaborano nella lotta regionale contro il terrorismo salafista, combattendo i miliziani di Boko Haram. L’Esercito camerunese è impegnato nella lotta contro Boko Haram assieme agli eserciti della Nigeria, Mali, Ciad, Niger e Mauritania.

Una vera e propria opera di depistaggio è in atto da parte del Governo di Yaoundé. I quattro soldati arrestati sarebbero collaboratori dei terroristi Boko Haram, secondo alcune fonti governative che si sono pronunciate nei giorni scorsi a titolo personale e non ufficialmente. Avrebbero ucciso i civili per screditare l’Esercito regolare seguendo gli ordini dei terroristi salafisti. I dettagli dell’arresto rimangono oscuri. Il 22 luglio, il Ministro delle Comunicazioni Issa Tchiroma Barakay, in una dichiarazione rilasciata alla ‘BBCha negato che siano stati arrestati dei militari, mettendo in dubbio l’origine e la data del video accusatorio. Secondo Barakay, gli esecutori del massacro sarebbero terroristi di Boko Haram che indossavano uniformi dell’Esercito usando i fucili Galil rubati  in  precedenti scontri con l’Esercito. Una seconda versione è stata fornita lo stesso giorno dal Governo ai media africani: gli esecutori del massacro erano dei soldati maliani. Lo Stato Maggiore ha successivamente  riferito a ‘Reuters’ che le immagini non sono recenti. Sarebbero state girate tra il 2014 e il 2015 durante le prime operazioni dell’Esercito contro le incursioni di Boko Haram in Camerun.

Fonti militari hanno informato il mensile ‘Jeune Afriqueche non ci sono dubbi sull’autenticità del video e che sarebbero stati riconosciuti alcuni militari che hanno partecipato al massacro, facendo notare il loro disappunto, senza però denunciare i commilitoni. I militari che hanno riferito queste informazioni in anonimato appartengono alle divisioni di stanza a Maroua, nel nord est del Paese, impegnate nella lotta contro Boko Haram.

La Gran Bretagna ha espresso profonda preoccupazione sulla strage, domandando al Presidente Paul Biya l’apertura di urgente inchiesta. Anche gli Stati Uniti hanno richiesto un’inchiesta trasparente sul massacro, mentre Samira Daoud, di Amnesty International, si domanda come mai dei militari facilmente identificabili nel video rimangono impuniti. Dal 2017 varie ONG camerunesi hanno denunciato il Governo e l’Esercito per esecuzioni extra giudiziarie contro civili sospettati di simpatizzare per Boko Haram, sopratutto nelle zone anglofone del Paese.

Il video e le relative accuse giungono in un momento politico estremamente delicato per il Paese.
La guerra di indipendenza per la creazione della Repubblica della Ambazonia nelle regioni anglofone del nord si sta intensificando. Giovedì scorso il Ministro della Difesa è caduto in una imboscata tesa presso una località a circa sette km dalla città di Kumba nel nord del Camerun. Il convoglio in difesa del Ministro e di sei generali che lo accompagnavano, composto da 30 veicoli inclusi blindati, è caduto sotto il fuoco degli indipendentisti della Ambazonia. Lo scontro a fuoco è durato 40 minuti.  Quattro soldati sono stati feriti e sei uccisi. «Siamo stati fortunati che gli aggressori disponevano di armi artigianali e non di armi moderne. Nonostante ciò sono riusciti a impegnare le forze di difesa in un infernale combattimento durato 40 minuti»,  si legge in un comunicato delle Stato Maggiore.
L’imboscata si inserisce nella escalation della guerra di indipendenza che è scoppiata nelle regioni Northwests Region e Southwerst Region, abitate prevalentemente da popolazioni anglofone provenienti dalla Nigeria. Decenni di discriminazione subita dai Governi francofoni hanno portato alla richiesta di indipendenza nel 2016. La risposta brutale del Presidente Paul Biya ha fatto scoppiare la guerra civile. La città di Buea, nella Southwerst Regione, è stata nominata capitale della Repubblica della Ambazonia. Buea si trova vicina a Kumba, dove sono avvenute le esecuzioni extra-giudiziarie dei civili denunciate da Amnesty International. Oltre ai guerriglieri indipendentisti, le regioni anglofone sono vittime di incursioni di miliziani di Boko Haram provenienti dal vicino Nigeria. Quattro giorni fa gli indipendentisti hanno attaccato una caserma della Polizia a Buea, uccidendo due poliziotti.

Il terrorismo e l’insurrezione popolare ha costretto le forze di difesa a impegnarsi in una lunga e sanguinosa campagna militare, nel contesto della quale i soldati regolari sono accusati di violenze e crimini contro l’umanità, perpetrati contro i civili sospettati di sostenere i terroristi salafisti o gli indipendentisti. Secondo un rapporto governativo rilasciato lo scorso giugno, 74 guerriglieri separatisti, 7 poliziotti e 100 civili sarebbe il consuntivo delle vittime registrate nel 2017 e causate dall’insurrezione. Secondo alcune associazioni locali in difesa dei diritti umani, le vittime tra i civili ammonterebbero ad altre 300, per la maggior parte vittime di esecuzioni extra-giudiziarie dell’Esercito regolare, mentre il numero di caduti della Polizia e dell’Esercito sarebbe drasticamente maggiore.  Le Nazioni Unite stimano in 160.000 le persone fuggite dalle proprie abitazioni divenendo sfollati interni e 20.000 si sarebbero rifugiate nella vicina Nigeria.

Nel pieno della campagna militare contro Boko Haram e della guerra civile al nord, giunge la notizia che il Presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali che si terranno il 7 ottobre 2018.
Biya, 85 anni, divenne Primo Ministro nel giugno 1975 e Presidente nel novembre 1982. Il suo regno dura da 36 anni, 43 se si considera anche il mandato di Primo Ministro. Stretto alleato della Francia, negli ultimi quattro anni è diventato un personaggio scomodo per Parigi che tenta di destabilizzare il Paese per ottenere un cambiamento di regime. Non è escluso che dietro le rivendicazioni indipendentistiche della popolazione anglofona nel nord e le incursioni terroristiche di Boko Haram vi sia l’appoggio della Francia. Nel 2015 l’Esercito regolare intercettò una consegna di armi francesi a Boko Haram, arrestando 4 agenti segreti francesi tutt’ora in detenzione nel Camerun. Dal 2014 il Presidente Biya affida la sua protezione personale a truppe di élite, addestrate e comandante da mercenari israeliani. In pratica Israele assicura la difesa personale del Presidente-dittatore in chiave anti-francese.
Paul Biya, con la sua candidatura, si appresta al settimo mandato presidenziale consecutivo estendendo il suo regno fino al 2025. Biya è considerato il più longilineo dittatore africano ed ha alte probabilità di venir rieletto grazie alle consuete frodi elettorali e dalla debolezza dell’opposizione che non riesce a formare un cartello politico e presentate un candidato unico in grado di sfidare il vecchio dittatore.

Le relazioni tra Camerun e Stati Uniti si stanno rapidamente deteriorando. Lo scorso maggio l’Ambasciatore americano in Camerun, Peter Henry Barlerin, è stato convocato dal Ministero degli Esteri per aver pubblicato una dichiarazione nella quale si denunciava le violenze contro le popolazioni anglofone. Gli Stati Uniti si stanno ponendo in una situazione conflittuale, molto favorevole alla Francia, che guarda alla fine dell’era di Biya. Uno dei motivi di questa crisi diplomatica è l’arresto e la scomparsa, per diversi giorni, del giornalista e scrittore americano Patrice Nganang, professore ordinario di letteratura alla State University di New York. Incidente che ha aperto la crisi diplomatica nel dicembre 2017.

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